L’aborto e la coscienza delle donne

common_sense__by_tophattedtragedydi Caterina Botti

Il bando dell’ospedale San Camillo di Roma per due posizioni da destinare al settore Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della Legge 194/1978 sta sollevando un gran clamore e mi verrebbe quasi da dire che è bene che sia così: non perché io concordi con la sostanza dell’allarme che si è scatenato, tutt’altro, ma perché proprio questo ci permette di mostrare quanto sia assurdamente difficile ancora oggi, e forse sempre di più, applicare in toto la legge 194, una legge di compromesso, e per molti versi discutibile, che però dice chiare alcune cose: che date una serie di circostanze una donna può interrompere volontariamente la sua gravidanza, che può farlo solo ed esclusivamente nelle strutture pubbliche (o private autorizzate), e che le strutture devono fornire questo servizio. Viene infatti chiaramente affermato, nel tanto discusso articolo relativo all’obiezione di coscienza del personale sanitario, che questa è strettamente personale, ma che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste”. È appunto in questo senso che va il bando del San Camillo e in questo senso vi si parla di applicazione della legge. Continua a leggere

Prove femministe di resistenza e liberazione

eterotopie-strazzeri-resistenza-differenzadi Elettra Deiana

Resistere al dominio significa mettere in gioco la propria forza e non temere, se sei donna, che questo significhi contraddire la tua femminilità. La paura di mostrare la forza, non di possederla ma di mostrarla: questa è la contraddizione che ogni donna può trovarsi di fronte nel difficile, conflittuale confronto col dominio. Di questo parla “La resistenza della differenza” (Mimesis, 2017), sottotitolo “Tra liberazione e dominio”, il libro di ultima pubblicazione di Irene Strazzeri, in cui l’autrice si misura ancora una volta con le contraddizioni del presente che la crisi della modernità, che è anche – e in modo emblematicamente coincidente – crisi del patriarcato, continua a produrre.

Nel periglioso campo di tensione che la crisi determina e alimenta, mentre il potere globale ridisegna le mappe delle vite che valgono e di quelle che non valgono, dei gruppi umani indispensabili e di quelli dispensabili, delle popolazioni vulnerabili e di quelle invulnerabili – o, per meglio dire, in diritto di essere invulnerabili – la sfida femminista è di non soccombere al disastro. Continua a leggere

La marcia delle differenze

jessicasabogal-womenareperfect-1di Giorgia Serughetti

La Women’s March on Washington del 21 gennaio è stata senz’altro un evento straordinario, fuori dall’ordinario, perché nei paesi occidentali è sempre più raro assistere a manifestazioni di queste dimensioni, tanto più se guidate dalle donne. L’America è scesa in piazza, è stato scritto. In piazza per sostenere un programma politico “che parla a tutte e tutti”, a “persone di ogni genere, razza, cultura, appartenenza politica”, e si riallaccia all’eredità di tutti i movimenti: dal suffragismo all’abolizionismo, al femminismo, alle lotte dei nativi americani fino a Occupy Wall Street e a Black Lives Matter. Sul palco si sono susseguite le voci di donne bianche, nere, latine, lesbiche, etero, musulmane, cristiane, e uomini, donne, transgender. Tra le celebrità, c’erano femministe storiche come Gloria Steinem, icone del movimento per i diritti civili e per la liberazione delle donne come Angela Davis, star dell’attivismo di sinistra come Michel Moore.

Se tutto questo è rimbalzato sui media di tutto il mondo, spesso accompagnato dallo stupore che produce la forza delle donne quando esce allo scoperto, molta meno attenzione è stata data, dalle nostre parti, alla discussione che ha preceduto e in parte seguito la mobilitazione. Una discussione al cui centro sono state non le similarità ma le differenze tra donne, quelle di razza, classe, orientamento sessuale, religione, abilità, nazionalità. Le differenze che determinano una distribuzione ineguale di privilegi e oppressione, portando alcune a vivere sulla propria pelle il pregiudizio e le discriminazioni con una violenza sconosciuta alle donne bianche o delle classi più agiate. Continua a leggere

Sindaco sì, sindaca no? Chi dice neutro dice maschile

mansplainingdi Giorgia Serughetti

Se c’è una questione capace di sintetizzare la distanza tra lo sguardo maschile sulle donne e la vita delle donne nella società, questa è la questione del sessismo linguistico. Per alcuni una contesa vuota, per altri una disputa per esteti, per altri ancora un problema rispetto a cui “c’è ben altro di cui parlare”: fatto sta che di riconoscere l’uso al femminile di termini che indicano cariche e titoli onorifici si parla fin dalla fine dagli anni ’80, da quando Alma Sabatini nel 1987 redigeva per la Presidenza del Consiglio del Ministri le sua Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Da allora non è cambiato molto nelle abitudini linguistiche di chi scrive e chi parla nel nostro paese, nonostante le spinte decisive impresse al cambiamento da donne del mondo della politica e della cultura.

È la battaglia ad essere sbagliata, come scrive su Affaritaliani Massimo Sgrelli, presidente del comitato scientifico dell’Accademia del Cerimoniale e già Capo Dipartimento del Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, o sono le resistenze ad essere coriacee? Continua a leggere

L’io fuori di sé: relazioni, vulnerabilità, dipendenza

inclinazionidi Giorgia Serughetti

Pubblico qui il testo della relazione che ho presentato al seminario “L’interiorità nel sociale” organizzato presso la Fondazione Basso dall’associazione Altramente all’interno di un ciclo dedicato a “L’interiorità se & dove”

Interiorità e sociale sono due termini che si trovano per lo più in un rapporto di tensione reciproca. Non è sempre stato necessariamente così, ma questa tensione tra interiorità e vita sociale, nelle società moderne e contemporanee, è stato evidenziato fin dagli arbori degli studi sulla società. Un buon esempio è la riflessione di Georg Simmel sugli effetti a livello psichico della vita nelle metropoli, come luoghi di estrema concentrazione, enfatizzazione ed accelerazione delle dinamiche caratteristiche della modernità.

Il saggio Le metropoli e la vita dello spirito comincia così: “I problemi più profondi della vita moderna scaturiscono dalla pretesa dell’individuo di preservare l’indipendenza e la particolarità del suo essere determinato di fronte alle forze preponderanti della società, dell’eredità storica, della cultura esteriore e della tecnica”.  Continua a leggere

Partiamo dall’amore. Il lavoro con le vittime di violenza

di Silvia Neonatolegg-120-2016-cover-586x800

Pubblichiamo (per gentile concessione dell’autrice), un estratto dell’articolo di Silvia Neonato contenuto nel numero speciale di Leggendaria “Se una donna dice Basta!”, pubblicato in occasione della grande manifestazione delle donne contro la violenza #NonUnaDiMeno. Nel pezzo che qui riprendiamo, due operatrici esperte ci conducono attraverso la complessità della violenza maschile contro le donne, e del lavoro quotidiano con chi la subisce. 

Dialogo con Antonella Petricone e Sara Pollice, operatrici della cooperativa sociale Be Free nata a Roma nel 2007 per combattere tratta, violenze e discriminazioni. Entrambe hanno fatto dei corsi specifici sulla violenza, o seguito seminari e laboratori su tematiche di genere per completare la propria formazione e continuano a lavorare e aggiornarsi, come molte operatrici di questo settore. Sono alla ricerca di un altro punto di vista sulla violenza di genere e la prima cosa che imparo è che gli angoli da cui guardarla sono almeno tre. Vorrei cominciare dall’approfondire qual è l’angolo da cui guardano loro, le operatrici, per capire la natura di un legame che stringe una donna a un uomo violento, un legame tanto potente da spingere molte a salire ancora una volta sull’auto dell’uomo da cui ci si è già in parte allontanate.

«C’è uno slogan molto in voga, che recita: la violenza non è amore (oppure: se ti mena non ti ama). Uno slogan del genere può essere efficace quando vai a parlare nelle scuola a ragazze e ragazzi che devono ancora cominciare una vita di relazione. Ma se tu invece usi queste due parole così nette con donne che sono da anni all’interno di una relazione con un partner violento, se dici l’amore non è violenza, la frase può diventare rischiosa e ulteriormente svilente per il suo vissuto. Continua a leggere

Papponi per gioco

squillodi Giorgia Serughetti

Ogni anno di questi tempi, dopo il Lucca Comics, si torna a parlare di “Squillo”, il gioco di carte reclamizzato con molti punti esclamativi come l’unico in cui è possibile ricoprire il ruolo di pappone: “Squillo è un nuovo gioco di carte dallo spirito estremo e divertente! Qui ogni giocatore ricopre un ruolo (quello di sfruttatore di prostitute) gestendo colpo su colpo le sue ragazze, divise tra escort, battone di strada e giovani promesse, ognuna con una propria particolarità, parcella e ricavato finale in caso di k.o., e… successiva vendita degli organi”.

Lanciato nel 2013, il gioco ha ora aggiunto una nuova versione, Megere e meretrici, alle quattro già disponibili (Squillo, Marchettari Sprovveduti, Bordello d’Oriente, Satiri e Baccanti), per un totale di oltre 35mila copie vendute. Nel frattempo, ha superato indenne una raccolta firme, un’interrogazione parlamentare, e una petizione su Change.org che chiedeva ad Amazon di ritirarlo dalla vendita, in quanto rappresenta un’“offesa ai diritti umani e alle persone morte per il sistema prostituente”. Continua a leggere