Davvero la Costituzione parla di “famiglia naturale”?

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Foto di Tania Cristofari

di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

Nel dibattito politico italiano di questi giorni si parla spesso di “famiglia naturale” riferendosi all’art. 29 della Costituzione.  Il testo in verità parla di famiglia come “società naturale”, che è cosa diversa.  La preoccupazione dei costituenti era quella di tutelare l’autonomia della famiglia dall’ingerenza statale. Non c’era intento di bollare come “innaturali” tutti gli altri tipi di unione.  Nel nostro libro “Libere tutte. dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio” (minimum fax, 2017) abbiamo provato a ricostruire la genesi di quella formulazione, cercando di dar conto della ricchezza del dibattito che portò alla scrittura dell’articolo. Ne riproponiamo qui uno stralcio, sperando di contribuire a una corretta discussione sulle famiglie e sui principi costituzionali:

[…] La realtà è variegata. Entrando oggi nei palazzi Federici, il grande isolato di case in cui Ettore Scola ambientò uno dei suoi film più belli, Una giornata particolare, troveremmo una pluralità di forme di famiglie. Qualcuna ancora molto vicina a quella della casalinga Sophia Loren, magari sullo stesso pianerottolo in cui vive una giovane single, mentre il piano di sopra è abitato da una coppia non sposata con figli, un anziano solo, oppure un Mastroianni felicemente convivente con l’uomo della sua vita. Sono tutte famiglie, nonostante i militanti dei Family Day cerchino di richiamarsi all’articolo 29 della Costituzione italiana per legittimare come unica famiglia quella fondata sul matrimonio eterosessuale. Definitivamente sconfessati nella legislazione dall’approvazione della legge sulle unioni civili (legge 76/2016), lo erano già nella società dai comportamenti diffusi. Continua a leggere

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Raccontare il patriarcato senza vittimismo: Sofia, di Meryem Benm’Barek

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Maha Alemi (Sofia), Sarah Perles, Lubna Azabal, Nadia Niazi, Faouzi Bensaïdi

di Chiara Anselmi

In un appartamento medio-borghese di Casablanca è in corso un pranzo di famiglia, la conversazione in cui si alternano francese e arabo e le allusioni ricorrenti al denaro evocano rigidi rapporti gerarchici dissimulati da un tono artificiosamente confidenziale. Sofia, poco più che adolescente, si rifugia in cucina in preda al panico per le contrazioni di un parto imminente. La sua gravidanza è rimasta celata a tutti sotto gli abiti informi, il figlio che sta per partorire è illegittimo, Sofia non è sposata.

È così che la giovane regista marocchina Meryem Benm’Barek ci scaraventa nella prima scena del film Sofia, meritatamente premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes, nella sezione Un Certain Regard; un thriller sociologico in cui le minacce incombenti sono l’infame articolo 490 del Codice Penale marocchino che punisce il sesso prematrimoniale con la detenzione e le convenzioni sociali che fanno di una madre nubile una reietta. Una partoriente che arrivi in ospedale senza un certificato di matrimonio va incontro alla denuncia da parte dei sanitari, una donna sola con un figlio -anche quando la maternità sia risultato di uno stupro- viene respinta ai margini della società. Continua a leggere

Altri sguardi, le pioniere della settima arte

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Lois Weber

di Chiara Anselmi

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Una giovane nordamericana che, nel 1920, avesse cercato ispirazione nel popolare libro di Catherine Filene “Careers for women” -guida alle centosessanta professioni appropriate per le giovani donne- vi avrebbe trovato un vigoroso incoraggiamento a intraprendere la carriera di regista cinematografica. I consigli elargiti da Ida May Park (1879 –1954) regista e prolifica sceneggiatrice, sottolineavano la naturale inclinazione delle donne verso la professione grazie alla “superiorità delle loro facoltà emotive e immaginative”. Il suggerimento era tutt’altro che campato in aria: nel 1916 il regista più pagato di Hollywood era in effetti una regista: Lois Weber.

Nel secondo decennio del Novecento non era insolito trovare una donna dietro la macchina da presa: cent’anni fa la percentuale di opere realizzate da cineaste arrivava a raggiungere il 18%, oggi è molto più bassa (dati qui e qui )

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Samar Yazbek, sguardo di donna sulla Siria di oggi

397px-Samar_Yazbek_Världskulturmuseet_Göteborg_2017di Stefania Vaccaro

Due sono le motivazioni che mi hanno spinto ad avvicinarmi all’opera della scrittrice siriana Samar Yazbek: l’amore per la traduzione letteraria e l’ammirazione per le donne, soprattutto quelle coraggiose.

Tradurre la letteratura rappresenta per me il modo più passionale, coinvolgente e viscerale per entrare nell’intimità più profonda di un testo, ‘spogliarsi’ di convinzioni, ricordi e pensieri propri per abbracciare convinzioni, ricordi e pensieri di un altro essere umano.
Quando ho deciso di darmi questa occasione, non ho avuto alcun dubbio: volevo la voce di una donna e volevo trovarla in Siria: in una terra che nel corso della sua storia ha dovuto imparare, suo malgrado, a convivere con la paura e a doverla affrontare ogni giorno per sopravvivere, ero certa che avrei trovato il coraggio.

Nata nella città siriana di Ǧabla il 18 agosto 1970, Samar Yazbek è una giornalista e scrittrice affermata, regista e sceneggiatrice per il cinema e la tv che all’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, sceglie di scendere in piazza a fianco di chi manifesta per chiedere una Siria aperta e democratica, sull’onda delle Primavere arabe che hanno già toccato Tunisia, Egitto e Yemen. Una scelta doppiamente coraggiosa la sua: perché Yabzek ha già sfidato la società con un romanzo –“Il profumo della cannella”, uscito in Italia nel 2010 – in cui svela uno dei tabù più segreti della società araba, l’omosessualità femminile, e perché la scrittrice è alawita, appartiene dunque alla stessa setta religiosa del presidente Bashar al Assad. Quella che da decenni gestisce il potere in Siria e che non tollera al suo interno alcun dissenso.

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In carta e ossa, le donne a fumetti

di Chiara Anselmi

‘Un settore tradizionalmente maschile’ è una frase che si ripete con tale frequenza, e in riferimento ad ambiti così disparati, che viene da domandarsi quale non lo sia; quello dei graphic novel -uno dei pochi dell’editoria in crescita negli ultimi anni- non fa eccezione. I cataloghi delle collane di fumetti non pullulano davvero di firme femminili. Trovarne quattro tra le novità, e tutte italiane, è un evento.

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Donne che parlano, o dell’esorbitante prezzo del perdono

di Chiara Anselmi

Tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, gli abitanti di una colonia di mennoniti (setta cristiana anabattista che rifiuta la modernità, osserva rigidissimi codici di comportamento e vive isolata del resto del mondo) furono indotti a credere che le donne del villaggio venissero punite dal demonio per comportamenti immorali.

Alcune abitanti della colonia -donne, ragazze e persino bambine- si svegliavano al mattino torpide, svestite, piene di lividi, con tracce di sangue e sperma sul corpo e sulle lenzuola e senza alcuna memoria di cosa fosse accaduto durante la notte.

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