Noi e il Covid-19. Una riflessione del Gruppo del Mercoledì

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione del Gruppo del Mercoledì.

È trascorso più di un anno dalla pandemia e dallo smarrimento che ci ha scaraventate fuori dalla normalità. 

Eppure, siamo al “ritorno dell’identico”. Stiamo attraversando la terza fase dei contagi, ospedali di nuovo in sofferenza, ingiustizie oltraggiose. Il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte.   

Se le relazioni sostengono il desiderio di cambiamento, adessoil desiderio si sfibra e smarrisce la politica praticata dal femminismo.

Per paura del contagio ci siamo chiuse dentro. Qualcuna tra noi pensa che cerchiamo una sicurezza impossibile.

Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.

Da più di un anno siamo braccate dalla presenza della fine, dall’impossibilità di dire addio, dalla morte nascosta e per questo più atroce.

Ascoltiamo, quasi si trattasse di fatalità, la scansione dei numeri di quanti scompaiono quotidianamente.

Non di fatalità si tratta.

Se il Sistema sanitario italiano, nonostante i molti tagli, ci appariva decente, ora sappiamo che non è così.

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Se serve solo a te non è femminismo

di Maddalena Vianello

L’ultimo libro di Michela Murgia – Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più – è una cassetta degli attrezzi per svelare i meccanismi più profondi che il patriarcato nutre e che si riflettono nel linguaggio. È un testo importante che mette a disposizione un doppio registro.

Un primo livello di analisi riguarda gli attacchi sessisti e violenti che tutte le donne subiscono, soprattutto se non conformi all’alveo riservato loro. Il patriarcato è radicato e radicale, non ammette defezioni e attacca senza pietà tutte coloro che lo mettono in discussione con fatti e parole. Il sistema accarezza le donne accondiscendenti, “le ancelle” che cadono nel tranello di sentirsi “le elette” e che al contrario rispondono solo alla necessità di dividere e contrapporre le donne, rafforzando così il sistema. Il patriarcato lavora con altrettanta solerzia per espellere i corpi estranei, le femministe, che a ragion veduta si sentono in diritto – e spesso in dovere – di elaborare pensiero, affermare apertamente il dissenso e condurre la rivoluzione. Contro di loro il patriarcato usa le armi della sopraffazione e dell’umiliazione, lottando contro quella catena di donne laboriose che da secoli si batte, passandosi il testimone, per cambiare il mondo e conquistare diritti che a tutte poi tocca difendere.

Proprio alla luce di tutto questo, la politica delle donne e l’esercizio del potere ricoprono un ruolo centrale. Solo rifiutando di perpetrare il sistema che le opprime, le donne possono cambiare le regole del gioco esercitando il potere “con” e non “contro”, spalancando le porte alle altre per aiutarle così a superare gli ostacoli che il sessismo frappone. Il femminismo è al servizio di tutte, mai di una sola. Peccato, che a farlo veramente siano pochissime.

foto di Chiara Pasqualini/MIP

Il secondo livello di lettura è una prova di onestà intellettuale per ciascuna di noi. Una prova complessa e a tratti stupefacente. È un viaggio dentro noi stesse alla ricerca dei fili sottili con cui il patriarcato tesse la sua tela, riuscendo a prenderci di tanto in tanto alla sprovvista o facendoci cadere nei suoi tranelli, nonostante la militanza e la guardia sempre alta. Essere femministe e affermare la propria contrarietà è faticoso, molto più che aderire alle leggi del sistema. Significa vivere contro corrente. Leggendo queste pagine è inevitabile interrogarsi su tutte quelle volte in cui abbiamo sottovalutato i dispositivi del patriarcato mentre si incuneava nelle pieghe più subdole della vita e nel nostro stesso linguaggio per svalutare le altre ad esempio, lasciando che i meccanismi divisivi permeassero fra noi. Gli uomini, al contrario, sono straordinariamente capaci di restare compatti quando conviene loro.

Ma il linguaggio è infondo così importante? Michela Murgia risponde con grande efficacia: “Sottovalutare i nomi delle cose è l’errore peggiore di questo nostro tempo, che vive molte tragedie, ma soprattutto quella semantica, che è una tragedia etica. (…) Sbagliare nome vuol dire sbagliare approccio morale e non capire più la differenza tra il bene che si vorrebbe e il male che si finisce per fare”.

Michela Murgia, Stai zitta, Einaudi, Torino, 2021, pp. 128

8 marzo 2021: letture, visioni, protagoniste

di Chiara Anselmi, Francesca Caferri, Carlotta Cerquetti, Giorgia Serughetti

Anche per questo 8 marzo segnaliamo dei materiali che ci sono parsi interessanti, otto tra libri, film, serie tv e riviste un po’ per tutti i gusti e per varie fasce di età. A seguire otto schede biografiche di donne da tenere d’occhio, personalità del panorama internazionale che stanno facendo la differenza e di cui sentiremo parlare.

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L’invincibile arguzia di Louisa May Alcott

di Chiara Anselmi

Quando nel 1868 Louisa May Alcott consegna all’editore il manoscritto di Piccole donne ha già trentasei anni e una lista consistente di pubblicazioni alle spalle – racconti, romanzi, fiabe – talvolta date alle stampe con uno pseudonimo perché considerati troppo audaci. Ha accettato di scrivere un libro “per signorine” per ragioni puramente economiche (la sua famiglia è cronicamente in bolletta) e di certo non si aspetta di guadagnare un posto nella storia della letteratura americana proprio con quell’opera semiautobiografica; le avventure delle sorelle March sono infatti ricalcate su ricordi dell’adolescenza sua e delle sorelle. La fama giunge totalmente inaspettata.

Non è la prima autrice di grande popolarità della sua epoca: La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) era già un enorme successo commerciale, come i romanzi di Susan Warner o Fanny Ferr. Nel 1855 lo scrittore Nathaniel Hawthorne (amico di famiglia degli Alcott e mentore di Louisa) in una lettera al suo editore le definiva “un’orda di donne scribacchine che si distinguono dagli autori maschi solo per debolezza e stupidità”, i loro romanzi “spazzatura”; e chissà se giudizi così sprezzanti non abbiano influenzato il giudizio severo con cui L. M. Alcott liquidava la propria opera.

Piccole donne non si limita però a essere un best seller: con sei riduzioni per la tv e sette per il cinema, alcuni graphic novel e un paio di anime giapponesi, si consolida come uno dei romanzi di formazione più amati e longevi di tutti i tempi.

Il profilo di Alcott è sorprendentemente poco noto e ben più complesso e insolito del romanzo che ha ispirato, viene da chiedersi come mai ancora nessuno ne abbia tratto un biopic o una serie tv.

Fortunatamente, per accostarci allo spirito irruento e anticonformista della scrittrice, possiamo approfittare di un piccolo libro: Le nostre teste audaci. Lettere dalla creatrice delle sorelle March a cura di Elena Vozzi.

Attraverso una selezione della corrispondenza con parenti, editori, amici, ammiratrici e ammiratori l’epistolario ricostruisce il mosaico di una personalità e di un’esperienza fuori dal comune.

Secondogenita di una coppia decisamente straordinaria – la madre Abigail militante per l’abolizione della schiavitù e il padre Amos Bronson filosofo trascendentalista incapace di provvedere economicamente alla famiglia – la futura scrittrice, ancora adolescente, si stabilisce coi suoi in una comune fondata dal padre i cui aderenti seguono una inflessibile dieta vegetariana, rifiutano la proprietà privata e vivono in estrema frugalità. Le privazioni mettono però a repentaglio la salute delle ragazze e dopo qualche mese gli Alcott sono costretti ad abbandonare l’esperimento utopistico. L’austerità non finisce col periodo passato nella comune: la famiglia è perseguitata dall’indigenza; per questo Louisa inizia a lavorare prestissimo accettando ogni genere di occupazione. Se le risorse economiche sono scarse altrettanto non si può dire degli stimoli intellettuali; casa Alcott è frequentata da alcune delle menti più brillanti dell’epoca, oltre a Hawthorne anche Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Margaret Fuller contribuiscono a forgiare il carattere anticonformista di Louisa.

Mentre è costretta a lavorare come domestica, istitutrice, infermiera, la sua produzione letteraria spazia dal racconto gotico al reportage dei mesi passati a lavorare in un ospedale per i feriti di guerra; le protagoniste dei suoi scritti meno noti infrangono tabù e combattono contro l’oppressione. Alcott sviluppa una personalità refrattaria agli stereotipi femminili dell’epoca.

Quando scrive al padre

Adoro questa sensazione d’indipendenza, e sebbene non sia facile è una vita libera, e a me piace così. Non sono abile nei lavori manuali, dunque userò la mia testa come un ariete da guerra e mi farò strada nella mischia di questo pazzo mondo.

ha ventiquattro anni e vive da sola a Boston, guadagnandosi da vivere come insegnante.

L’acume non l’abbandona mai: che contratti una percentuale con l’editore o racconti della prima riunione in cui le donne esercitano il diritto di voto, le pagine brillano della passione e dell’ironia di questa donna che considerava l’impegno politico e sociale importante quanto – se non più – del suo romanzo di maggiore successo.

Scrive così del suo libro:

L’editore l’ha trovato scialbo, io altrettanto, e nessuno dei due sperava di ricavarci granché. È venuto fuori che ci eravamo sbagliati, e da allora – anche se non mi diverte scrivere «storie edificanti» per la gioventù – continuo a farlo perché è assai remunerativo.

Cresciuta in un ambiente colto e progressista, fatica ad accettare che, pur essendo riuscita a garantire la sicurezza economica a tutta la sua famiglia e nonostante l’enorme successo, non le sia consentito di scrivere ciò che vuole:

Gli editori non vogliono saperne di lasciare a chi scrive la libertà di decidere in autonomia il finale di una storia, al contrario insistono perché venga infarcito di matrimoni un tanto al chilo, e io ancora non so bene come darmi pace.

Chiunque abbia amato Piccole donne sa che, pur costretta nei rigidi confini che le venivano imposti, Alcott non rinunciò a costruire dei personaggi che ispirassero quelle giovani donne che si aspettavano dalla vita qualcosa di più di una sontuosa cerimonia nuziale. Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Doris Lessing, Margaret Atwood, Zadie Smith sono solo alcune delle autrici che hanno riconosciuto il loro debito nei confronti del romanzo. Alcott se ne sarebbe rallegrata: aiutare le altre donne ad aiutarsi è per lei “il miglior modo di risolvere la questione femminile”.

L’ultima versione cinematografica di Piccole donne, diretta da Greta Gerwig nel 2019, ha amplificato le connessioni tra la protagonista e la sua autrice, appassionando ragazzine e donne adulte (e anche qualche ragazzino ci si augura). Se in qualche momento della vostra vita avete desiderato di essere Jo March queste lettere vi faranno venire voglia di essere Louisa May Alcott.

Le nostre teste audaci. Lettere dalla creatrice delle sorelle March, a cura di Elena Vozzi, L’orma editore, 64 pagine, euro 7.

Parla con lei #2 Chloé Barreau

Parla con lei è una nuova rubrica di Femministerie, curata da Sara De Simone, e dedicata esclusivamente ad interviste. Scrittrici, cantanti, artiste, poete, registe, raccontano la loro esperienza con la creazione, lo studio, la realizzazione di opere che abbiano al centro le donne, le loro storie, il loro sguardo.

Sono costretta a incontrare Chloé Barreau su skype. In questo momento il distanziamento ce lo impone. Per fortuna, in questi anni, ci siamo viste di persona più volte: nonostante la freddezza dello schermo riconosco molte delle sue espressioni, e sullo sfondo la sua stanza, dove sono stata una volta, quando abbiamo lavorato insieme ad un’iniziativa contro la violenza sulle donne.
Chloé è una copywriter, creative producer e regista parigina, da anni trapiantata a Roma, e oggi la intervisto a proposito del suo ultimo progetto «Malafemmina», un podcast originale in quattro puntate di 30 minuti, disponibile da circa un mese sulla piattaforma Storytel .
Già autrice della miniserie radiofonica «Stardust Memories», andata in onda all’inizio di quest’anno su Rai Radio 3 (ne scrisse, qui su Femministerie, Caterina Venturini), Chloé Barreau ci trasporta in una nuova storia, che ha di nuovo a che vedere con la notte romana, ma da Trastevere e dai primi anni duemila, si sposta nel quartiere Pigneto, oggi. La protagonista del podcast è Lilith Primavera, cantante, performer, donna di spettacolo – ora in uscita con il suo nuovo singolo “Polvere e Pelle“. «Malafemmina» racconta la sua storia, il suo percorso di artista e di donna transessuale, fra memorie, paure, poesie, confessioni e nuove sfide.
Attorno a lei una comunità ricca e multiforme, il “paesaggio” della scena underground romana, con i suoi personaggi fuori dal comune: dalla Dj Lady Maru – inventrice di un idioletto che impazza –, all’attore e formatore teatrale Tony Allotta, dalla disegnatrice Frad alle animatrici di Tuba Bazar, fino ad arrivare al collettivo Frocia, alla Conventicola degli Ultramoderni, al Trenta Formiche e al gruppo di affezionati di UDKD (Un Discretissimo Karaoke Domenicale, di cui Lilith è regina indiscussa).
«Malafemmina» è il racconto della vita e dell’arte di una donna, e degli ambienti che attraversa e vivifica, con passione e desiderio, ma è anche la storia di un’amicizia, tra la regista e la cantante, e la storia delle relazioni che intorno a loro si muovono, singolari e insieme corali, di sicuro vitali e differenti.

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La pillola RU486, la parola alle donne

ru486_0-1024x768di Maddalena Vianello

Le nuove linee del Ministero della Sanità, presieduto da Roberto Speranza, mettono la parola fine alla decennale polemica che ruota intorno alla pillola abortiva RU486, dopo la brutta pagina scritta di recente dalla Regione Umbria.

Le linee guida introducono due novità fondamentali. La prima, la pillola RU486 potrà essere somministrata senza obbligo di ricovero. Le donne potranno riceverla in day hospital, al consultorio, in ambulatorio, e dopo mezz’ora tornarsene a casa. La seconda, il periodo di possibile utilizzo viene esteso alla nona settimana di gestazione. È interessante notare come le linee guida siano state costruite, tenendo conto del parere favorevole e univoco del Consiglio superiore di Sanità e della presa di posizione della Società di ginecologia e ostetricia.

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30 anni, femminista

 

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Credit foto: Kristoffer Trolle

di Silvia Grasso

Ho scoperto tardi il femminismo o, forse, l’ho sempre praticato senza saperlo. Capita se si nasce e cresce in una cultura patriarcale in cui qualsiasi regola ha il travestimento del giusto e del buono e, se non la si segue, si è cattive e sbagliate. Succede di più nei micro tessuti sociali in un cui non si parla di femminismo, non lo si conosce, non lo si spiega: lo si scambia per un movimento esoterico di nicchia, in cui le femministe sono donne ribelli che dovrebbero soltanto stare a casa a crescere i figli o a badare ai mariti come se fossero animali domestici da compagnia. Continua a leggere

Il fuoco in una stanza: piccolo diario della mia quarantena

di Viola Lo Moro

Non può essere il diario di una quarantena.
Non è una quarantena: esco, anche solo per buttare la spazzatura. Non si può tenere un diario se il tempo non funziona più, lo abbiamo rotto. Lo abbiamo prima inventato e poi spaccato. Questi sono i primi pensieri di giorni disarticolati e incompiuti in un tempo alterato, in cui tutto è rimasto identico e in cui tutto è cambiato.

Montale scrive che l’immagine del tempo sono i fiumi: scorrono, e poi si fanno gorgo. Il tempo è la vita, scorre e poi si fa gorgo. La mia, di sicuro. E se il tempo è alterato, lo è anche la mia vita. Non posso combattere. Darsi dei piccoli obiettivi quotidiani non ha mai fatto per me, non vedo perché cominciare ora. Costruisco piuttosto delle occasioni – cosa ci riserva l’oggi per l’oggi: una passeggiata, un incontro al telefono, un appuntamento furtivo davanti al cassonetto, un video senza senso; una vita minuta –  è come se fosse l’estremo del presente dilatato durante la veglia. L’estremo del presente comprende il passato e il futuro, ma non riesce mai a fissarlo da nessuna parte. Forse è per questo che non riesco a leggere, non riesco a concentrarmi, ho poco da dire, sono calma. Insolitamente calma. Continua a leggere

Da Femministerie alla Biblioteca delle donne: Eccentriche diventa un Festival

di Sara De Simone

A partire dall’esperienza di Femministerie, la rubrica Eccentriche è approdata alla Biblioteca Italiana delle donne di Bologna, dove si è trasformata in un Festival: «Eccentriche. Dialoghi su artiste fuori dal comune».
Ne annuncia le date il video appena diffuso sui social e promosso dall’Associazione Sentieri Sterrati e dall’associazione Orlando/ Centro delle donne/ Biblioteca Italiana delle donne di Bologna.

 

Chi sono le Eccentriche? E che cos’è l’eccentricità? In questo video tante donne, tutte diverse fra loro, hanno provato a rispondere a queste domande. Ci hanno raccontato della loro eccentrica del cuore, e hanno riflettuto con noi sul tema. È stato bello raccogliere le loro storie, i loro punti di vista. In fondo Eccentriche è proprio questo: ascolto e condivisione di storie di donne e di artiste, dei loro percorsi coraggiosi, irregolari, anche contraddittori, a volte dolorosi. Continua a leggere

Stardust Memories: quando un podcast diventa romanzo

di Caterina Venturini

Che il podcast abbia possibilità evidenti di diventare uno tra i generi letterari più interessanti di questo momento, lo si può notare soprattutto in quei lavori che decidono di sperimentare un intreccio di materiali di foggia diversa, tenuti insieme dalla scrittura e dalla voce.
È quanto accade in Stardust Memories, miniserie radiofonica in quattro puntate in uscita il 27 gennaio su Radio Rai 3, scritta da Chloé Barreau con contributi di Matteo Nucci, che potremmo sottotitolare: «Storia di una parigina a Roma».

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L’autrice Chloé Barreau

Nel ’99 Chloé ha vent’anni e un amore da dimenticare, è in vacanza nella città santa con degli amici francesi atei, e come spesso capita per molti innamoramenti, avviene tutto senza preavviso, forse addirittura “per capriccio” come racconta l’autrice e voce narrante. Chloé s’innamora di Roma guardando un ragazzo ballare sul tavolo di un locale a Trastevere, lo Stardust: s’innamora di quella gioia, di quei passi di musica gitana, di quella libertà di movimento e di una socialità che non chiede nulla se non di essere condivisa, o anche solo guardata; un senso tutto italiano di fare gruppo, di godersi la vita o almeno, riuscire a sopportarla meglio. Continua a leggere