Aborto, a cosa ha detto sì l’Irlanda

refirlandadi Cecilia D’Elia

Nel referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, cioè il totale divieto di aborto tranne nei casi di rischio della vita per la donna, si profila una vittoria dei sì in Irlanda. E’ una svolta storica per quel paese, ma è una buona notizia per tutti noi.

Gli exit poll danno oltre il 68% al fronte del Sì in un referendum che ha diviso fortemente l’Irlanda, sostenuto da tutte le forze politiche, in primo luogo dal premier Leo Varadkar, leader di origini indiane e gay dichiarato, che sta guidando un paese in cui la difficile autonomia si è fondata sul richiamo alle radici cattoliche, sulla strada della secolarizzazione. Sembra che la grande affluenza, sostenuta anche dal #hometovote di chi è tornato a casa per votare, abbia determinato la vittoria dei Sì, mettendo fine ad un divieto che – come storicamente è sempre accaduto nei paesi in cui l’aborto è illegale – conviveva con la clandestinità per le più povere e la possibilità di andare all’estero a interrompere la gravidanza per le altre. Questa ipocrisia oggi avrà fine. Continua a leggere

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Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

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On being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci estraggono un dente e ritorniamo alla superficie nella sedia del dentista e confondiamo il suo «si sciacqui la bocca – si sciacqui la bocca» con il saluto della divinità che dal pavimento del cielo si inchina per darci il benvenuto – quando pensiamo a tutto questo e a molto altro ancora, e siamo frequentemente costretti a farlo, allora diventa davvero strano che la malattia non abbia preso lo stesso posto dell’amore, della guerra, della gelosia tra i più grandi temi della letteratura.».

È dissacrante, Virginia, ha la penna sottile, ride e sorride delle umane miserie, anche e in primo luogo delle proprie. Non dimentichiamo che fin da giovanissima ha trascorso lunghi periodi di malattia, settimane costretta a letto da mal di testa implacabili e cori di voci in greco che le parlano nelle orecchie tormentandola. Di questo dolore riesce a dirci potentemente quando lo presta e lo trasforma nei suoi personaggi (basti pensare alla pazzia di Septimus ne La signora Dalloway), ma questo stesso dolore cupo, inesorabile, invasivo, Virginia è anche capace – e più spesso di quanto si creda – di esorcizzarlo, cambiargli di segno, di renderlo vitale.
Pensare a Virginia Woolf solo come ad una donna sofferente, tormentata e difficile è uno dei più grandi equivoci in cui certa divulgazione è inciampata (o ha voluto insistere) negli anni, e che ancora continua a influenzare i lettori che la conoscono meno.

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Virginia Woolf fotografata da Gisele Freund

Leggere il suo “On being ill”, allora, può essere utile per entrare in contatto con un’altra Virginia – sempre la stessa in realtà, ma un’altra rispetto a quella di cui abbiamo sentito raccontare più spesso. Perché per Virginia, appunto, la malattia non è solo il fondo senza fondo della depressione, il buio delle imposte chiuse, ma anche una risorsa, o meglio ancora un’occasione, proprio nel senso etimologico del termine. Se pensiamo al termine latino occasio (dal verbo occidere) subito ci troviamo davanti a un movimento che ci indica una caduta, ad un procedimento discensionale.
La malattia ci accade, ci cade davanti o siamo noi a caderci dentro. Le maglie del mondo improvvisamente non tengono, quello che eravamo ieri ci sembra di non esserlo più e nello stato alterato della febbre, della tristezza o della paura per qualcosa di più grave iniziamo a farci le domande più strane, a ricordare fatti remotissimi, e percepiamo la vita in una maniera alterata, fantastica e scorticata al tempo stesso, distorta rispetto alla percezione lineare delle cose, ma per qualche ragione più vicina alla verità. Scrive in proposito Virginia:

«Con la malattia la simulazione cessa. Appena ci comandano il letto, o sprofondati tra i cuscini in poltrona alziamo i piedi neanche un pollice da terra, smettiamo di essere soldati nell’esercito degli eretti; diventiamo disertori. Loro marciano in battaglia. Noi galleggiamo tra i rami nella corrente; volteggiamo alla rinfusa con le foglie morte sul prato, non più responsabili, non più interessati, capaci forse per la prima volta dopo anni di guardarci intorno, o in alto – di guardare, per esempio, il cielo.».

Quella che certamente è una disgrazia, la malattia, si rivela anche per certi versi uno stato di grazia, un cambiamento di postura che modifica la nostra percezione del reale e che ci dà la possibilità di guardare dove non abbiamo guardato e dove gli altri, gli eretti, vigili, indaffarati, ossessionati dal profitto, non hanno occasione di guardare.

«Di solito è impossibile guardare il cielo per un periodo lungo di tempo. I pedoni sarebbero intralciati e sconcertati da un pubblico osservatore del cielo. I frammenti di cielo che riusciamo a rubare sono mutilati da comignoli e chiese, servono da sfondo all’uomo, significano pioggia o bel tempo […] Ora noi, diventanti una foglia, o una margherita, supini, lo sguardo rivolto in alto, scopriamo che il cielo è qualcosa di così diverso, ma così diverso che ne siamo scioccati. Ecco dunque cos’è che da tanto tempo andava avanti senza che lo sapessimo! – un incessante farsi e disfarsi di forme, nuvole che s’ammassano insieme e trascinano da settentrione a mezzogiorno vaste teorie di navi e vagoni, sipari di luci e ombre che s’aprono e ricadono senza posa, un’interminabile sperimentazioni di raggi dorati e ombre azzurre, il sole che si vela e si svela…».

Viviamo in un mondo sempre più ostile ai concetti di limite, di vulnerabilità, di dipendenza. E in pochi, davvero, riuscirebbero a pensare alla malattia come al momento in cui finalmente – e anche dolorosamente – ci si può prendere la briga di guardare il cielo. Questo perché con sempre maggiore insistenza ci viene richiesto di essere rapidi, verticali, produttivi e sempre più la parola “malato” pare essere diventata una parola proibita, minacciosa, che deve rimanere nel non detto perché una volta pronunciata modifica l’aria, la luce, la temperatura delle cose, e con esse i rapporti.
Leggendo le considerazioni della Woolf, però, vien proprio da pensare che se fossimo tutti più vicini al nostro limite, il limite come ferita e al contempo asse centrale della nostra vita, se potessimo dirci fragili ed enunciare la fragilità di chi amiamo ci risparmieremmo molta fatica, tante frasi di circostanza, e, incredibile a dirsi, potremmo perfino ritrovarci a scoprire qualcosa, che a volte è un guadagno. Perché se c’è una cosa che la malattia dà la possibilità di fare è quella di cessare qualsiasi tipo di simulazione. E questo è, nei fatti, un grande guadagno.
Allora il suono della frase “sono malata, sono malato” non dovrebbe togliere luce al cielo, o fare meno verde il prato ma anzi suonare come un avviso: in questo punto, in questa maglia che non tiene, qui, proprio qui, finisce ogni simulazione.
E qui dunque si restituisce qualcosa al cielo, al prato, alla giornata perché si inizia a parlare delle cose per quelle sono. Di quella che Totò e Ninetto Davoli, malconci burattini gettati in una discarica nella memorabile chiusa di “Che cosa sono le nuvole?” di Pasolini, definivano sospirando la “straziante meravigliosa bellezza del creato”.
Quella che in certi casi si può vedere solo nell’orizzontalità inservibile, nella radicale libertà e solitudine del non più marciante, del non eretto, del supino.

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Fotogramma da Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini (1967)

Qualche volta, allora, distesi nel nostro letto – che sia un letto fisico o lo scenario mentale in cui ci sentiamo prostrati e sconfitti – potremmo cogliere l’occasione per smettere di sentirci scaraventati fuori dalla realtà perché non stiamo producendo o agendo su essa, e vederla la realtà, col suo strazio e con il suo splendore. Qualche volta sì, qualche volta, uno spettacolo così può valere l’impegno di venti di giorni di lavoro, e la malattia – proprio lei, la negletta, la pericolosa, l’odiosa – può finire per salvarci la vita.
Non è un salvataggio che dura per sempre. Altri dolori, altre pieghe, altri cunicoli, altre stanchezze ci faranno sentire avviliti. Non a tutte si potrà porre rimedio. Ma in quei casi bisognerà ricordare, riportare alla mente, ripetersi l’insegnamento come un mantra, un monito prezioso, una regola aurea: qui la simulazione cessa.
Qui, in questo inciampo, in questa interruzione, da questa posizione supina, posso vedere che cosa sono le nuvole. E, ancora più importante, se possibile, riferirne a qualcuno.

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Fotogramma da Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini (1967)


* I passi tradotti di “Dell’essere malati” sono tratti da “Voltando pagina. Saggi 1904-1941” a cura di Liliana Rampello (Il Saggiatore, 2011)

Aborto, tra scelta e diritto

noi-e-il-nostro-corpo1di Cecilia D’Elia

Quarant’anni sono una soglia: non ci sono più alibi, si è decisamente nell’età adulta. E tali sono dunque quelle leggi che quest’anno entrano negli “anta”. Due in particolare videro la luce nel maggio del 1978, la legge 180, in tema di “accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, e la legge 194 sulla “tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. La prima, che fu poi compresa nel testo istitutivo del servizio sanitario nazionale approvato a fine anno, ha posto fine a secoli di abusi e ha promosso una nuova idea di salute e di dignità della persona malata di mente. La seconda ha reso legale, entro certe condizioni, interrompere una gravidanza quando questa leda il diritto alla salute psicofisica della donna. A lei, dopo una pausa di riflessione di sette giorni, spetta la decisione su tale scelta. In entrambi i casi, nel nome del diritto alla salute, vengono meno forme di controllo statale prima in essere. Perché tale era, per esempio, quello che veniva esercitato sul corpo femminile e sulla sua capacità generativa: abortire o costringere una donna ad abortire era all’epoca un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe, le cui pene venivano ridotte dalla metà ai due terzi se l’aborto, su donna consenziente o meno, veniva procurato per “causa di onore” (ricordiamo che il delitto d’onore sarà abolito solo nel 1981). Continua a leggere

Litighiamo, amore, ti prego…

cover_Turnaturidi Maddalena Vianello

Non resta che l’amore, Paesaggi sentimentali italiani è l’ultimo saggio della sociologa Gabriella Turnaturi. È dedicato all’amore, in Italia, oggi.

È un libro che mette allo specchio. A ogni pagina insinua dubbi e suscita domande. Genera crisi. Scuote convinzioni e visioni di sé.

Che amori abbiamo costruito nel corso della vita? A cosa rispondevano? Tendiamo a fuggire? O a costruire rapporti duraturi e pacifici? Siamo affetti da nomadismo affettivo?

Amiamo ai tempi della flessibilità e della precarietà. Un’instabilità che non è solo economica e lavorativa, ma esistenziale. Stare a galla mentre tutto fluttua. Tenersi in equilibrio mentre tutto balla. È la modernità, il progresso. Così, ci hanno raccontato.

È il mondo in cui viviamo. Le prime generazioni del regresso sociale ed economico si sono fatte grandi. E assieme a loro sono cresciute anche le diseguaglianze, come squarci sempre più profondi.

L’amore sembra l’unico appiglio certo, uno scoglio fermo nella tempesta. Ancora alla portata di tutti, democratico come la bellezza e il dolore.

L’amore è diventato sempre più un sogno, un’aspirazione. Possibilmente l’Amore con l’A maiuscola. L’Amore che fa impazzire il cuore e perdere la testa. L’Amore che fa sentire ancora vivi, anche se fa male. Continua a leggere

Mestruazioni: una lettura contro lo stigma

rupi-kaurdi Chiara Anselmi

Sono fortunata, non ho mai avuto alcun problema a parlare del mio flusso mestruale in famiglia, con le amiche o con i miei partner. Sarà per questo che leggendo in metropolitana il libro di Elise Thiébaut Questo è il mio sangue, Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, sulla cui copertina italiana campeggia un assorbente interno (immacolato) su sfondo rosso sangue, ci ho messo qualche minuto a capire come mai le mie compagne e i miei compagni di viaggio mi osservassero con un misto di imbarazzo e curiosità.

In effetti non è proprio una cosa della quale ci si aspetti che una parli con disinvoltura, ma è esattamente quello che il saggio ci invita a fare. Continua a leggere