Litighiamo, amore, ti prego…

cover_Turnaturidi Maddalena Vianello

Non resta che l’amore, Paesaggi sentimentali italiani è l’ultimo saggio della sociologa Gabriella Turnaturi. È dedicato all’amore, in Italia, oggi.

È un libro che mette allo specchio. A ogni pagina insinua dubbi e suscita domande. Genera crisi. Scuote convinzioni e visioni di sé.

Che amori abbiamo costruito nel corso della vita? A cosa rispondevano? Tendiamo a fuggire? O a costruire rapporti duraturi e pacifici? Siamo affetti da nomadismo affettivo?

Amiamo ai tempi della flessibilità e della precarietà. Un’instabilità che non è solo economica e lavorativa, ma esistenziale. Stare a galla mentre tutto fluttua. Tenersi in equilibrio mentre tutto balla. È la modernità, il progresso. Così, ci hanno raccontato.

È il mondo in cui viviamo. Le prime generazioni del regresso sociale ed economico si sono fatte grandi. E assieme a loro sono cresciute anche le diseguaglianze, come squarci sempre più profondi.

L’amore sembra l’unico appiglio certo, uno scoglio fermo nella tempesta. Ancora alla portata di tutti, democratico come la bellezza e il dolore.

L’amore è diventato sempre più un sogno, un’aspirazione. Possibilmente l’Amore con l’A maiuscola. L’Amore che fa impazzire il cuore e perdere la testa. L’Amore che fa sentire ancora vivi, anche se fa male.

Non un amore qualsiasi, ma l’Amore che restituisce senso alla vita, triturata da una quotidianità ripetitiva che spesso regala un amaro in bocca persistente.

L’amore così acquisisce una funzione assoluta, unica, soffocante. L’amore viene caricato di aspettative enormi, di ansie indicibili. Un amore che a volte sembra riprodurre schemi antichi, rassicuranti e al tempo stesso intollerabili. Un amore che non riesce a tenere insieme tensioni diverse e nuove libertà.

Amori come prigioni, incatenati con i lucchetti alle ringhiere.

La coppia diviene per molti la camera di decompressione, dove nessuno avanza pretese. La vita è già abbastanza complicata. L’amore si nutre di intimità cameratesca, di un’armonia priva di autenticità e di contrasti. Piatta, senza scossoni. Dove le diversità vengono ridotte in pezzi e ricondotte in maniera docile al quieto vivere.

Le differenze non riescono così a rappresentare un valore, parte del fascino e della sensualità. Le difformità vengono piallate, come anomalie pericolose. Sfumate fino al silenzio. La pace deve regnare apparente.

L’alternativa sarebbe la relazione. Ma la relazione è mediazione. E la mediazione è per alcuni una gran fatica. La coppia rischia di trasformarsi nell’ennesimo luogo di contrattazione. O peggio ancora, in terreno di scontro.

Nel conflitto c’è qualcosa di osceno, così come nell’impossibilità di sciogliere le divergenze nella morbidezza della sospensione.

L’imperativo è: non darsi troppo fastidio, né troppo da pensare

Il conflitto, in realtà, porta a delle scoperte interessanti. Impone di stare in relazione e di osservarsi reciprocamente, mentre ciascuno è alle prese con i propri demoni. In momenti di grande forza, ma anche di tremenda debolezza. Dimostra l’impossibilità della fusione e le infinite contraddizioni che ci compongono.

Svela che possiamo sceglierci ogni giorno per camminare insieme mano nella mano. Ma allo stesso tempo mostra in maniera inequivocabile che siamo individui sempre distinti e non una cosa sola.

E allora amiamoci senza paura di litigare mai.

Gabriella Turnaturi, Non resta che l’amore, Paesaggi sentimentali italiani, il Mulino (2018)

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3 pensieri su “Litighiamo, amore, ti prego…

  1. le passioni travolgenti esistono! Esistono nella realtà e no solo nei film! Io credo nella passione! Nell’amore che fa perdere la testa! E’ un sentimento vero che uomini e donne provano e può essere compatibile con la libertà Quanto a litgare anche quello può succedere ma è possible fare pace e ricomporre il conflitto, salvo fratture insanabili

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