Osare la libertà

di Cecilia D’Elia

Le-parole-e-i-corpi.-ImmagineDar conto del proprio femminismo. Da questo desiderio muove l’ultimo libro di Maria Luisa Boccia, Le parole e i corpi, una raccolta di saggi editi e inediti scritti in un arco di tempo quasi ventennale. Offrire dunque un affresco del proprio femminismo al nuovo movimento di questi anni e alla pluralità dei femminismi. Operazione che, nel precisare la propria pratica e la propria riflessione, apre alla relazione e all’interlocuzione con le altre: un’occasione per riflettere “sulle politiche comuni tra femministe differenti”.

E questa è già una pratica. Boccia cerca sempre di cogliere la domanda di senso che accomuna le diverse risposte e si rifiuta di leggere la pluralità dei femminismi come sistemi di pensiero compiuti, essendo essi piuttosto un modo diverso di nominare le cose, che inaugura il diventare soggetto delle donne. Quello che le preme sempre, mi verrebbe da dire, è il desiderio di libertà e autonomia che muove la soggettività, la molla che è all’origine della necessità di pensare differentemente, che rende indispensabile un pensiero altro. Il quale, dovendo corrispondere a quel desiderio, non può chiudersi nella risposta, ma tiene sempre aperta la domanda di senso e di autonomia, il continuo farsi di essa. Per le donne questo è stato possibile solo quando per cambiare la propria condizione esistenziale, hanno dato parola ai corpi. Quegli stessi corpi che fino ad allora avevano segnato il destino femminile di madri e mogli mutano di segno. Il che non significa che, in modo opposto a quando motivavano l’oppressione femminile, dicano la verità o indichino un contenuto. Per farsi soggetto libero le donne esperiscono i corpi come essenziali, soglia dell’esposizione al mondo della soggettività, esperienza concreta di esistenza. “Restituire un corpo sessuato al soggetto ha voluto dire assegnare un corpo a quel soggetto ed un soggetto a quel corpo, non già definire la verità oggettiva del corpo.” Viene in tal modo messa in discussione la concezione del soggetto moderno e la sua idea di libertà. Ma andiamo con ordine. Continua a leggere

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Altri sguardi, le pioniere della settima arte

loisweb

Lois Weber

di Chiara Anselmi

careers

Una giovane nordamericana che, nel 1920, avesse cercato ispirazione nel popolare libro di Catherine Filene “Careers for women” -guida alle centosessanta professioni appropriate per le giovani donne- vi avrebbe trovato un vigoroso incoraggiamento a intraprendere la carriera di regista cinematografica. I consigli elargiti da Ida May Park (1879 –1954) regista e prolifica sceneggiatrice, sottolineavano la naturale inclinazione delle donne verso la professione grazie alla “superiorità delle loro facoltà emotive e immaginative”. Il suggerimento era tutt’altro che campato in aria: nel 1916 il regista più pagato di Hollywood era in effetti una regista: Lois Weber.

Nel secondo decennio del Novecento non era insolito trovare una donna dietro la macchina da presa: cent’anni fa la percentuale di opere realizzate da cineaste arrivava a raggiungere il 18%, oggi è molto più bassa (dati qui e qui )

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