Contro la politica dell’odio l’indignazione non basta

pexels-photo-944743di Giorgia Serughetti

Due settimane di nuovo governo, e l’indignazione quotidiana è già diventata la cifra dell’opinione pubblica progressista. A me, personalmente, l’indignazione social dà il mal di testa e provoca afasia. Mi pare affondare in un sentimento di impotenza, impedire il lavoro del pensiero, e rendere inintelligibili le alternative politiche. Mi pare alimentare lo stesso circuito comunicativo da cui il “nemico” trae consenso e potere.

Bisogna scavare a fondo nelle questioni, e farlo nei tempi richiesti da una riflessione libera, se si vuole opporre alla propaganda di governo non parole vuote o spompe, ma un vero discorso contro-egemonico. Contro-egemonico, sì, perché non importa quanto a lungo la maggioranza riuscirà a presentarsi come anti-sistema. La verità è che ciò a cui dà voce, e che va a rafforzare, è un discorso egemonico su temi come l’identità nazionale, la famiglia, il genere, il conflitto sociale. Continua a leggere

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Non è famiglia

di Viola Lo Moro

In un’altra vita ho scritto una tesi su due romanzi familiari, scritti a distanza di un secolo circa l’uno dall’altro: I Buddenbrook e Carne e Sangue. Per scriverne ho letto molti testi letterari e non solo che avevano a che fare con le famiglie, e con il modo in cui la loro narrazione fosse cambiata nel tempo e nei diversi contesti storici, sociali e geografici. Sono quindi particolarmente in difficoltà quando alle famiglie vengono associate qualità che richiamano un universo semantico immobile, eterno, naturale, stabile, aproblematico e scevro da ambivalenze di cui invece l’esperienza familiare di tutte e tutti – mi sentirei di affermare – è piena. Mi viene un gran prurito all’idea che per controbattere le affermazioni omofobe e lesbofobe del ministro Fontana si debba ricorrere alla retorica dell’amore e dei sentimenti, quando la realtà è più complessa di così. Ne capisco le ragioni ovviamente, ma mi sta stretta come una calza post operatoria. Continua a leggere

Bloomsbury e il valore creativo dell’idea di comunità

di Nadia Fusini

Uscendo di slancio e come da un incubo dall’epoca vittoriana, i giovani di Bloomsbury sostituiscono all’esaltazione dell’egoismo borghese e del conformismo sociale il valore creativo dell’idea di comunità, nella volontà di inseguire nuove strade di conoscenza e soprattutto di inventare nuove forme di vita. Insieme, questi giovani uomini e donne, ritirandosi dai privilegi e dagli imperativi e dalle costrizioni di classe e contestando la repressione etica e sessuale che l’etichetta e l’ideologia vittoriana imponevano, reinventano l’esistenza in assoluta libertà intellettuale e sessuale, rispetto a codici ormai esausti e inerti. In questo senso, la loro è una delle proposte più ardite dell’intero Novecento, a cui ancora oggi ispirarsi per recuperare il senso profondo della libertà individuale. E del bene comune.

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46, Gordon Square, Londra

Bloomsbury non fu né un movimento con un programma, né una religione con relativo culto, né una cellula di sovversione estremista. Fu un indirizzo: 46, Gordon Square dove si trasferirono i quattro orfani Stephen – Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian alla morte del padre Leslie. Lì avvenne un miracolo, quello dell’apertura della mente. Quei giovani condividevano predilezioni artistiche, motivazioni sociali, tendenze politiche, e soprattutto letture. Fondamentale la lettura dei Principia Ethica di G.E. Moore, professore di filosofia a Cambridge. In una specie di eucarestia tutta laica, moderna, di quel libro si nutrirono. Quel libro fu la loro Bibbia.
Ma all’epoca ‘quelli di Bloomsbury’ furono assai chiacchierati, assai criticati dall’establishment intellettuale e culturale, cui pure appartengono. Gli amici di famiglia, i parenti altolocati non capivano: ma com’era possibile che le figlie di Leslie si mescolassero con tipi del genere? Deplorevole, deplorevole!  I benpensanti sparlavano del fatto che Virginia e Vanessa dividessero la casa con uomini; oltre al fratello Adrian, con Maynard Keynes, Duncan Grant e Leonard Woolf. Circolavano strane voci, che si denudassero tutti insieme e si accoppiassero sui divani in mezzo al salotto. Si favoleggiava di una certa serata in cui Vanessa, accaldata per le danze, cominciò uno strip-tease che la lasciò a seno nudo. E di un’altra sera, quando Maynard Keynes e Nessa si accoppiarono sul pavimento, mentre Duncan, ora l’amante di Maynard, imitava Niinskij ballando sulle punte dei piedi davanti a Lydia Lopokova, famosa ballerina, che diventerà la moglie di Keynes. Si sospettava che i giovani di Bloomsbury non avessero sentimenti, né morale, né fede. Se non altro per la libertà che si prendevano rispetto al perbenismo sessuale puritano. Quella sessuale è in effetti una libertà che viene ricercata e difesa prepotentemente a Bloomsbury.
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Irlanda, il merito va alle donne

di Laura Fano Morrissey*

Venerdì 25 maggio è stata una giornata storica per l’Irlanda. Nessuno si sarebbe aspettato una vittoria così schiacciante del Sì, soprattutto dopo una campagna estremamente divisiva e aggressiva da parte del fronte del No.

Le scene di donne con le lacrime agli occhi hanno fatto il giro del mondo. Quelle lacrime non sorprendono chi conosce l’orribile ottavo emendamento che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quello della madre, di fatto spogliava ogni donna incinta di qualunque diritto. Non sorprende chi conosce la storia di questo paese, stretto per decenni tra le morse di una letale alleanza tra Stato e Chiesa, sentire donne dire: “Finalmente siamo libere”. Continua a leggere

Aborto, a cosa ha detto sì l’Irlanda

refirlandadi Cecilia D’Elia

Nel referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, cioè il totale divieto di aborto tranne nei casi di rischio della vita per la donna, si profila una vittoria dei sì in Irlanda. E’ una svolta storica per quel paese, ma è una buona notizia per tutti noi.

Gli exit poll danno oltre il 68% al fronte del Sì in un referendum che ha diviso fortemente l’Irlanda, sostenuto da tutte le forze politiche, in primo luogo dal premier Leo Varadkar, leader di origini indiane e gay dichiarato, che sta guidando un paese in cui la difficile autonomia si è fondata sul richiamo alle radici cattoliche, sulla strada della secolarizzazione. Sembra che la grande affluenza, sostenuta anche dal #hometovote di chi è tornato a casa per votare, abbia determinato la vittoria dei Sì, mettendo fine ad un divieto che – come storicamente è sempre accaduto nei paesi in cui l’aborto è illegale – conviveva con la clandestinità per le più povere e la possibilità di andare all’estero a interrompere la gravidanza per le altre. Questa ipocrisia oggi avrà fine. Continua a leggere

Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

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On being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci estraggono un dente e ritorniamo alla superficie nella sedia del dentista e confondiamo il suo «si sciacqui la bocca – si sciacqui la bocca» con il saluto della divinità che dal pavimento del cielo si inchina per darci il benvenuto – quando pensiamo a tutto questo e a molto altro ancora, e siamo frequentemente costretti a farlo, allora diventa davvero strano che la malattia non abbia preso lo stesso posto dell’amore, della guerra, della gelosia tra i più grandi temi della letteratura.».

È dissacrante, Virginia, ha la penna sottile, ride e sorride delle umane miserie, anche e in primo luogo delle proprie. Non dimentichiamo che fin da giovanissima ha trascorso lunghi periodi di malattia, settimane costretta a letto da mal di testa implacabili e cori di voci in greco che le parlano nelle orecchie tormentandola. Di questo dolore riesce a dirci potentemente quando lo presta e lo trasforma nei suoi personaggi (basti pensare alla pazzia di Septimus ne La signora Dalloway), ma questo stesso dolore cupo, inesorabile, invasivo, Virginia è anche capace – e più spesso di quanto si creda – di esorcizzarlo, cambiargli di segno, di renderlo vitale. Continua a leggere

Aborto, tra scelta e diritto

noi-e-il-nostro-corpo1di Cecilia D’Elia

Quarant’anni sono una soglia: non ci sono più alibi, si è decisamente nell’età adulta. E tali sono dunque quelle leggi che quest’anno entrano negli “anta”. Due in particolare videro la luce nel maggio del 1978, la legge 180, in tema di “accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, e la legge 194 sulla “tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. La prima, che fu poi compresa nel testo istitutivo del servizio sanitario nazionale approvato a fine anno, ha posto fine a secoli di abusi e ha promosso una nuova idea di salute e di dignità della persona malata di mente. La seconda ha reso legale, entro certe condizioni, interrompere una gravidanza quando questa leda il diritto alla salute psicofisica della donna. A lei, dopo una pausa di riflessione di sette giorni, spetta la decisione su tale scelta. In entrambi i casi, nel nome del diritto alla salute, vengono meno forme di controllo statale prima in essere. Perché tale era, per esempio, quello che veniva esercitato sul corpo femminile e sulla sua capacità generativa: abortire o costringere una donna ad abortire era all’epoca un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe, le cui pene venivano ridotte dalla metà ai due terzi se l’aborto, su donna consenziente o meno, veniva procurato per “causa di onore” (ricordiamo che il delitto d’onore sarà abolito solo nel 1981). Continua a leggere