Tre settimane di lockdown

di Cecilia D’Elia

Tre settimane di lockdown, anche se abbiamo capito che c’è voluto più tempo per avere a casa la maggioranza delle italiane degli italiani. Secondo lo studio di StatGroup19 mercoledì 11 ne sono rimasti a casa il 33%, mercoledì 18 il 56%, mercoledì 25 il 65% (“Un mese di covid-19 adesso si vede la luce, Avvenire 29 marzo 2020). Oltre alla chiusura delle attività non essenziali probabilmente la crescita è dovuta all’aumentare dello smart working.

Non tutti però possono farlo. Molti devono uscire per lavorare, garantire servizi essenziali, curare la popolazione ammalata, studiare il virus, alla ricerca della cura e del vaccino. In questa terribile contabilità dei morti e dei malati bisognerebbe saper riconoscere quanti hanno incontrato il virus per motivi di lavoro.

Tre settimane hanno cambiato le nostre vite e l’immagine del mondo. Il distanziamento sociale ha svuotato gli spazi comuni, trasferendo sulla rete gli incontri, le riunioni, la scuola, il lavoro. Le foto – di una bellezza struggente – delle città deserte immortalano l’assenza. E il pianeta sembra respirare, mentre noi ci ammaliamo. “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”, le parole del papa rimarranno scolpite. Continua a leggere

La malattia, fuor di metafora

di Redazione Femministerie

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Susan Sontag

In questi giorni spaventosi, “notturni”, ci è venuto spontaneo e ci è sembrato utile riguardare a quel capolavoro del pensiero e della scrittura che è “Malattia come metafora” di Susan Sontag (1978). In particolare, crediamo sia interessante rileggere questo passaggio dell’introduzione che Sontag fa al suo saggio, proprio perché ci sembra che riguardi molte delle circostanze che stiamo vivendo, con particolare riferimento all’uso del linguaggio, agli stereotipi, alle figure e ai codici che giorno per giorno tanto l’informazione quanto altri tipi di comunicazione – da quella della politica ufficiale, a quella degli scambi privati – stanno mettendo in campo: Continua a leggere

Tutt* a casa: il domestico-perturbante

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di Giorgia Serughetti

Stiamo a casa, se possiamo, nel mezzo di questa spaventosa epidemia. Mentre gli schermi di smartphone, tablet e pc diventano per molte e molti l’unica finestra sul mondo, da casa si lavora, si fa lezione di matematica, si fanno corsi di ginnastica, musica, maglia o cucina online. Forse questa crisi ci cambierà, quel che certo è che ha già cambiato il significato di quel luogo che per ciascuna e ciascuno è la casa. Non più (solo) luogo dell’intimità, la casa diventa uno spazio aperto a continue incursioni esterne: telefoni che squillano, videochiamate, videoconferenze. E intanto si passa l’aspirapolvere, un bambino piange, il gatto si sdraia sul tappetino per il pilates, dalla cucina arriva rumore di piatti.

C’è qualcosa che viene avvertito come comico, ridicolo, nelle immagini e nei racconti del lavoro da casa di quelle migliaia di persone che vi si trovano costrette per la prima volta a causa del Covid-19. Continua a leggere

Per bivacchi di fuochi che dicono fatui

di Viola Lo Moro

Ho cercato nel fondo dell’ora pericolosa pomeridiana dove potesse essere nascosto il mio cuore. Non lo trovavo più se non nei guizzi di angoscia: piccoli e minuti spilli che mi sussurravano un procrastinare infinito. E dopo una decina di giorni di semi clausura riesco a pensare solo alla parola Guaio.
La nominavo un po’ di tempo fa con l’amica sensibile, che mi suggerì di cercarla sul vocabolario.  (Disse: “Cercalo sul dizionario serio però, non google qualcosa”). Guaio è una parola che deriva dal germanico wai e onomatopeicamente ci dice dell’emissione di un suono acuto. Un animale ferito emette un guaito. Da lì, come su una scarpata a discendere, fino ai significati più figurati (ci siamo cacciate in un brutto guaio, dove il termine sta per “impiccio”).

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foto di Viola Lo Moro

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Riletture femministe nella Giornata mondiale della poesia

di Cecilia D’Elia

21 marzo. E’ la giornata mondiale della poesia. In questi giorni casalinghi ogni tanto riprendo vecchi libri, rileggo dediche, scopro regali che non ho mai letto.

Oggi sono tornata ad un testo che per lungo tempo è stato sul mio comodino di liceale, comprato quando avevo quattordici anni: La poesia femminista, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, edizioni Savelli. Ho la ristampa del 1977, ma il dialogo tra le due curatrici è datato luglio-settembre 1974.

Per via di mio zio Vito Riviello la poesia da noi era di casa. Linguaggio familiare, ma mai oggetto di particolari studi da parte mia. Parlo da lettrice, non da esperta.

Qui però c’erano le donne, quelle del movimento. E io già mi sentivo una di loro. Lo so e lo riscopro, perché ho messo una ics vicino ai versi del primo lungo testo – “Quelle del movimento di liberazione della donna – che a mio parere avrebbero potuto etichettare anche me. E’ una lunghissima poesia, liberamente tradotta dalla francese “Les celles du mouvement de libération des femmes”: Continua a leggere

Clara Sereni e la casalinghitudine

di Sara De Simone

In questi giorni di permanenza forzata a casa ripenso e rileggo Clara Sereni, grande scrittrice italiana, grande persona, troppo spesso dimenticata. Nata a Roma nel ’46, da famiglia ebraica, figlia di Emilio Sereni, figura di spicco del PCI e di Xenia Silberberg, scrittrice antifascista (e autrice insieme alla partigiana Teresa Noce del foglio clandestino “Noi donne”). Ripenso a quella grande invenzione linguistica e letteraria che fu la sua “casalinghitudine” – parola poi entrata in tutti i dizionari – e che dà il titolo al suo libro più celebre. In “Casalinghitudine” (Einaudi, 1987, ne seguì l’edizione Natalia Ginzburg), Clara Sereni porta per la prima volta in un romanzo, dando loro valore letterario, le ricette. Continua a leggere

Il fuoco in una stanza: piccolo diario della mia quarantena

di Viola Lo Moro

Non può essere il diario di una quarantena.
Non è una quarantena: esco, anche solo per buttare la spazzatura. Non si può tenere un diario se il tempo non funziona più, lo abbiamo rotto. Lo abbiamo prima inventato e poi spaccato. Questi sono i primi pensieri di giorni disarticolati e incompiuti in un tempo alterato, in cui tutto è rimasto identico e in cui tutto è cambiato.

Montale scrive che l’immagine del tempo sono i fiumi: scorrono, e poi si fanno gorgo. Il tempo è la vita, scorre e poi si fa gorgo. La mia, di sicuro. E se il tempo è alterato, lo è anche la mia vita. Non posso combattere. Darsi dei piccoli obiettivi quotidiani non ha mai fatto per me, non vedo perché cominciare ora. Costruisco piuttosto delle occasioni – cosa ci riserva l’oggi per l’oggi: una passeggiata, un incontro al telefono, un appuntamento furtivo davanti al cassonetto, un video senza senso; una vita minuta –  è come se fosse l’estremo del presente dilatato durante la veglia. L’estremo del presente comprende il passato e il futuro, ma non riesce mai a fissarlo da nessuna parte. Forse è per questo che non riesco a leggere, non riesco a concentrarmi, ho poco da dire, sono calma. Insolitamente calma. Continua a leggere