Io la conoscevo bene

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di Chiara Anselmi

Era il 1965 quando uscì nelle sale Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. Cinquant’anni dopo la Cineteca Nazionale ce ne ha restituito una copia restaurata, ed è quella che potrete ammirare martedì alla Casa Internazionale delle Donne.

A più di mezzo secolo di distanza il film ci offre uno sguardo impietoso sul sottobosco dei cinematografari della Roma del boom economico e, soprattutto, un ritratto femminile struggente.

Adriana (una giovanissima e splendente Stefania Sandrelli) è una ragazza arrivata nella capitale dalla provincia rurale per inseguire il sogno di una carriera da attrice, in cerca di un’identità prima ancora che del successo. Promiscua e apparentemente imperturbabile intreccia relazioni erotiche con alcuni uomini, illudendosi di essere vista oltre che guardata, sperando in un riconoscimento e venendo inesorabilmente delusa. Continua a leggere

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Se Trump dichiara guerra all’aborto

jane Roedi Francesca Caferri

Roe contro Wade. Tenetela a mente questa espressione all’apparenza così misteriosa perché nelle prossime settimane dominerà i titoli dei giornali di tutto il mondo e polarizzerà il dibattito negli Stati Uniti. Roe contro Wade è la storica sentenza del 22 gennaio 1973 con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti legalizzò l’aborto: un punto di svolta per le donne americane, ma non solo per loro.

Nell’era di Donald Trump Roe contro Wade è ora in pericolo: nei prossimi giorni il presidente americano si prepara a indicare chi sarà il prescelto per sedere nella Corte Suprema americana come nuovo giudice al posto di Anthony Kennedy, presto in pensione. Trump ha fatto sapere che il suo candidato sarà, senza dubbio alcuno, un ultraconservatore contrario all’aborto: una dichiarazione che ha allarmato gli ambienti progressisti al pari delle mosse più reazionarie di Trump, dal muslim ban alla separazione dei bambini dai genitori ai confini degli States. Continua a leggere

Contro la politica dell’odio l’indignazione non basta

pexels-photo-944743di Giorgia Serughetti

Due settimane di nuovo governo, e l’indignazione quotidiana è già diventata la cifra dell’opinione pubblica progressista. A me, personalmente, l’indignazione social dà il mal di testa e provoca afasia. Mi pare affondare in un sentimento di impotenza, impedire il lavoro del pensiero, e rendere inintelligibili le alternative politiche. Mi pare alimentare lo stesso circuito comunicativo da cui il “nemico” trae consenso e potere.

Bisogna scavare a fondo nelle questioni, e farlo nei tempi richiesti da una riflessione libera, se si vuole opporre alla propaganda di governo non parole vuote o spompe, ma un vero discorso contro-egemonico. Contro-egemonico, sì, perché non importa quanto a lungo la maggioranza riuscirà a presentarsi come anti-sistema. La verità è che ciò a cui dà voce, e che va a rafforzare, è un discorso egemonico su temi come l’identità nazionale, la famiglia, il genere, il conflitto sociale. Continua a leggere

Non è famiglia

di Viola Lo Moro

In un’altra vita ho scritto una tesi su due romanzi familiari, scritti a distanza di un secolo circa l’uno dall’altro: I Buddenbrook e Carne e Sangue. Per scriverne ho letto molti testi letterari e non solo che avevano a che fare con le famiglie, e con il modo in cui la loro narrazione fosse cambiata nel tempo e nei diversi contesti storici, sociali e geografici. Sono quindi particolarmente in difficoltà quando alle famiglie vengono associate qualità che richiamano un universo semantico immobile, eterno, naturale, stabile, aproblematico e scevro da ambivalenze di cui invece l’esperienza familiare di tutte e tutti – mi sentirei di affermare – è piena. Mi viene un gran prurito all’idea che per controbattere le affermazioni omofobe e lesbofobe del ministro Fontana si debba ricorrere alla retorica dell’amore e dei sentimenti, quando la realtà è più complessa di così. Ne capisco le ragioni ovviamente, ma mi sta stretta come una calza post operatoria. Continua a leggere

Bloomsbury e il valore creativo dell’idea di comunità

di Nadia Fusini

Uscendo di slancio e come da un incubo dall’epoca vittoriana, i giovani di Bloomsbury sostituiscono all’esaltazione dell’egoismo borghese e del conformismo sociale il valore creativo dell’idea di comunità, nella volontà di inseguire nuove strade di conoscenza e soprattutto di inventare nuove forme di vita. Insieme, questi giovani uomini e donne, ritirandosi dai privilegi e dagli imperativi e dalle costrizioni di classe e contestando la repressione etica e sessuale che l’etichetta e l’ideologia vittoriana imponevano, reinventano l’esistenza in assoluta libertà intellettuale e sessuale, rispetto a codici ormai esausti e inerti. In questo senso, la loro è una delle proposte più ardite dell’intero Novecento, a cui ancora oggi ispirarsi per recuperare il senso profondo della libertà individuale. E del bene comune.

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46, Gordon Square, Londra

Bloomsbury non fu né un movimento con un programma, né una religione con relativo culto, né una cellula di sovversione estremista. Fu un indirizzo: 46, Gordon Square dove si trasferirono i quattro orfani Stephen – Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian alla morte del padre Leslie. Lì avvenne un miracolo, quello dell’apertura della mente. Quei giovani condividevano predilezioni artistiche, motivazioni sociali, tendenze politiche, e soprattutto letture. Fondamentale la lettura dei Principia Ethica di G.E. Moore, professore di filosofia a Cambridge. In una specie di eucarestia tutta laica, moderna, di quel libro si nutrirono. Quel libro fu la loro Bibbia.
Ma all’epoca ‘quelli di Bloomsbury’ furono assai chiacchierati, assai criticati dall’establishment intellettuale e culturale, cui pure appartengono. Gli amici di famiglia, i parenti altolocati non capivano: ma com’era possibile che le figlie di Leslie si mescolassero con tipi del genere? Deplorevole, deplorevole!  I benpensanti sparlavano del fatto che Virginia e Vanessa dividessero la casa con uomini; oltre al fratello Adrian, con Maynard Keynes, Duncan Grant e Leonard Woolf. Circolavano strane voci, che si denudassero tutti insieme e si accoppiassero sui divani in mezzo al salotto. Si favoleggiava di una certa serata in cui Vanessa, accaldata per le danze, cominciò uno strip-tease che la lasciò a seno nudo. E di un’altra sera, quando Maynard Keynes e Nessa si accoppiarono sul pavimento, mentre Duncan, ora l’amante di Maynard, imitava Niinskij ballando sulle punte dei piedi davanti a Lydia Lopokova, famosa ballerina, che diventerà la moglie di Keynes. Si sospettava che i giovani di Bloomsbury non avessero sentimenti, né morale, né fede. Se non altro per la libertà che si prendevano rispetto al perbenismo sessuale puritano. Quella sessuale è in effetti una libertà che viene ricercata e difesa prepotentemente a Bloomsbury.
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Irlanda, il merito va alle donne

di Laura Fano Morrissey*

Venerdì 25 maggio è stata una giornata storica per l’Irlanda. Nessuno si sarebbe aspettato una vittoria così schiacciante del Sì, soprattutto dopo una campagna estremamente divisiva e aggressiva da parte del fronte del No.

Le scene di donne con le lacrime agli occhi hanno fatto il giro del mondo. Quelle lacrime non sorprendono chi conosce l’orribile ottavo emendamento che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quello della madre, di fatto spogliava ogni donna incinta di qualunque diritto. Non sorprende chi conosce la storia di questo paese, stretto per decenni tra le morse di una letale alleanza tra Stato e Chiesa, sentire donne dire: “Finalmente siamo libere”. Continua a leggere

Aborto, a cosa ha detto sì l’Irlanda

refirlandadi Cecilia D’Elia

Nel referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, cioè il totale divieto di aborto tranne nei casi di rischio della vita per la donna, si profila una vittoria dei sì in Irlanda. E’ una svolta storica per quel paese, ma è una buona notizia per tutti noi.

Gli exit poll danno oltre il 68% al fronte del Sì in un referendum che ha diviso fortemente l’Irlanda, sostenuto da tutte le forze politiche, in primo luogo dal premier Leo Varadkar, leader di origini indiane e gay dichiarato, che sta guidando un paese in cui la difficile autonomia si è fondata sul richiamo alle radici cattoliche, sulla strada della secolarizzazione. Sembra che la grande affluenza, sostenuta anche dal #hometovote di chi è tornato a casa per votare, abbia determinato la vittoria dei Sì, mettendo fine ad un divieto che – come storicamente è sempre accaduto nei paesi in cui l’aborto è illegale – conviveva con la clandestinità per le più povere e la possibilità di andare all’estero a interrompere la gravidanza per le altre. Questa ipocrisia oggi avrà fine. Continua a leggere