“E io pedalo”, un viaggio in bicicletta lungo la libertà delle donne

E io pedalo_Donatella Allegro

 

di Maddalena Vianello

Avete mai pensato alla biciletta come un simbolo di libertà e di emancipazione? Beh, così è stato e così è ancora.

Donatella Allegro ci accompagna lungo il corso del XX secolo – con qualche libera digressione – per una pedalata lungo la storia delle donne e il loro rapporto con la bicicletta. Il viaggio è avvincente.

“E’ un percorso a tappe attraverso alcune storie di donne che hanno voluto, fortissimamente voluto, la bicicletta; donne per le quali essa è stata molto più che un mezzo di trasporto: è stata le ali, è stata via di fuga, è stata trampolino, è stata un dispetto, uno sberleffo alla famiglia, agli uomini, alla gente per strada e ai giornali. Sono storie […] di donne che cercando la propria identità e la propria libertà hanno trovato una perfetta alleata nella bicicletta.”

La bicicletta è veloce e porta lontano. Sfugge al controllo sociale. Infatti, nell’immaginario collettivo è roba da uomini ed è considerata decisamente sconveniente per le donne. Impone un movimento fisico che poco si addice alla compostezza prescritta a queste ultime. Per non parlare delle caviglie che inevitabilmente vengono mostrate e della necessità di un abbigliamento adeguato che licenzi per sempre corpetti opprimenti, gonne troppo strette e lunghe. I raggi delle ruote sono spietati e non fanno sconti. Continua a leggere

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Il femminismo per cambiare il mondo

BIGSUR28_Crispin_PercheNonSonoFemminista_coverdi Cecilia D’Elia

Un libro che vuole essere scomodo. L’intento è dichiarato sin dall’iniziale citazione di Cioran: un libro deve frugare nelle ferite. La ferita in questo caso è il femminismo mainstream, la cultura dell’indignazione, la declinazione individualista della ricerca di felicità delle donne.

Jessa Crispin, scrittrice “blogger e attivista”, come ci informa la quarta di copertina, ci provoca sin dal titolo Perché non sono femminista. Un manifesto femminista (Sur, 2018).

Per noi che abitiamo in un paese in cui il femminismo non è mai diventato veramente di moda, dove anche le forze politiche progressiste faticano a pronunciare questa parola e la grande stampa democratica è sostanzialmente un monopolio di firme maschili, la critica al femminismo universale che anima le prime pagine può appare fuori contesto. Ma a ben vedere il tema parla anche a noi, perché il punto è la differenza tra una strategia di accesso al potere e al mondo così come è e la messa in discussione della struttura del mondo, tra la partecipazione alla pari all’oppressione dei più deboli e la creazione di una società più equa. Continua a leggere

La ragazza che ero, la riconosco

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di Maddalena Vianello

“La ragazza che ero, la riconosco” è un titolo spericolato nell’epoca della brevità. Nonostante ciò, “perfetto” nel racchiudere il senso dell’intero libro che enuncia e anticipa. Il massimo, a cui un titolo può aspirare.

Otto giovanissime donne – Maria Alacevich, Marta Baiardi, Rossana Cirillo, Maria Pia Conte, Silvia Neonato (che cura anche l’intera pubblicazione), Marina Olivari, Giulia Richebuono, Giovanna Sissa – si incontrano all’inizio degli anni ’70, a Genova, nel nascente collettivo femminista legato al Manifesto, che poco dopo cambierà sede per realizzare la sua piena autonomia.

In quegli anni nel collettivo – come in tutta Italia – nascono dei gruppi più piccoli, intimi. Ed è così che le otto protagoniste si incontrano per la prima volta, per condividere quella pratica che tanto ha segnato il femminismo: l’autocoscienza. Lì si racconteranno la vita e insieme cercheranno di cavarne un senso. Continua a leggere

Virginia da giovane, Virginia ragazza

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Ritratto della scrittrice da giovane (UTET, 2017)

di Sara De Simone

Virginia da giovane, Virginia ragazza. Sono passati 136 anni da quel 25 Gennaio del 1882, giorno della sua nascita… ma per celebrarla, oggi, ci piace parlare di quando era ancora una Stephen.
S’intende prima di sposare Leonard Woolf, a trent’anni, ossia prima di diventare la donna del “Lupo” come lei stessa si divertiva a scrivere.
Una pregevole pubblicazione delle lettere che Virginia Woolf scrisse dal 1896 al 1912 – tra i quattordici e i trent’anni quindi – è stata da poco ripubblicata ampliata per la cura di Andrea Cane, con una bella prefazione di Nadia Fusini, da UTET libri.

“Ritratto della scrittrice da giovane” annuncia il titolo, ed è proprio così: leggere queste lettere significa poter guardare da vicino, mentre prede forma, il ritratto di Virginia in un primo lungo arco della sua vita, meno noto ai più. Significa poter scoprire e godere dei suoi pensieri di adolescente, rintracciare i semi di ispirazioni e idee che torneranno, entrare in quella che – insieme al diario – costituì la palestra della scrittura nonché uno dei luoghi privilegiati della sua educazione sentimentale e affettiva.

Scriveva molte lettere, Virginia, e le scriveva così bene che qualcuno tra i suoi amici era solito dirle – con ironia e un poco di malizia – che avrebbe dovuto vincere il premio come migliore scrittrice epistolare al mondo. Continua a leggere

Lasciatele vivere: un seminario ti salva la vita

 

175102731-61a5000c-1628-432a-a010-ab97025e5055di Maddalena Vianello

“Lasciatele vivere” è una raccolta di lectio brevi sulla violenza. E per quanto il tema sia tragico, il volumetto è divertente e si fa divorare. Complice probabilmente la profonda diversità delle donne e degli uomini invitati ad intervenire e il rispetto della grazia del parlato.

Allegato si trova anche il docu-film di Germano Maccioni “Di genere umano” che ritrae e documenta questi incontri e i laboratori di discussione più ristretta.

La cosa veramente incredibile, però, è come nasce questo libro. Le lectio si sono svolte all’Università di Bologna nell’ambito del Seminario sulla violenza contro le donne, obbligatorio per tutti gli studenti e le studentesse del corso di laurea in Filosofia fra il 2013 e il 2016.

Avete capito bene: seguire il seminario era OBBLIGATORIO.

Ho dovuto chiedere conferma alla professoressa Valeria Babini che lo ha coordinato, perché facevo fatica a crederci. Continua a leggere

Caro Buttafuoco, Artemisia quella notte è impazzita di dolore, non di piacere

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di Maddalena Vianello

Tutte le mattine mi aggiro per casa con la mia radiolina portatile di colore rosso. Ascolto religiosamente Radio24 da qualche tempo con una certa soddisfazione. La rassegna stampa di Alessandro Milan è sempre un ottimo antidoto per affrontare l’inizio di una nuova giornata.

E’ necessaria una breve interruzione fino alla macchina. Poi, con l’accensione del motore riparte la radio. Quando faccio tardi sopraggiunge la trasmissione di Giovanni Minoli. E proprio durante la trasmissione di Minoli qualche giorno fa qualcosa mi ha ferito l’orecchio. Forte, come un’unghia sulla lavagna.

Un’intervista a Pietrangelo Buttafuoco sul suo nuovo libro.

Titolo: “La notte tu mi fai impazzire”. Sottotitolo: “Gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore”. Edito da Skira.

Ma Agostino Tassi non era lo stupratore di Artemisia Gentileschi? Come può un uomo essere così arrogante da scrivere un libro che fin dal titolo mescoli, con una certa dose di compiacimento, i confini fra erotismo e violenza sessuale? Mi chiedo lì per lì, sperando di aver  capito male. Continua a leggere

Il carcere della differenza

manidetenutadi Cecilia D’Elia

Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, il sottotitolo che campeggia sulla copertina di Recluse (Ediesse, 2014, pp315, 16 euro), dice tutto della mossa politica che ispira il lavoro di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa. In questo libro protagonista è la differenza femminile, quella delle detenute, quella delle agenti e delle educatrici, quella delle due autrici. Lo sguardo cerca la soggettività femminile all’interno delle mura carcerarie e alla fine del viaggio riflette sul percorso fatto conversandone con Maria Luisa Boccia, femminista e teorica della differenza.

Questo testo dunque è molte cose insieme. Nasce da una ricerca finanziata dalla Regione Toscana sull’autolesionismo e il suicidio, che ha coinvolto il carcere di Sollicciano, quello di Empoli e quello di Pisa. E’ l’occasione per illuminare la scena del carcere femminile, realtà poco studiata anche per via dell’esiguità dei numeri e per restituire un pezzo di storia carceraria poco conosciuto. Nonostante il modello rieducativo, di cui tanto si discute, abbia un’origine femminile e ambigua, legata all’idea della minorità delle donne, non adatte alla punizione, ma necessarie di correzione. Il libro è anche un lavoro sulla differenza femminile che rimanda a tutte noi alcune questioni essenziali e ancora aperte: il rapporto con la maternità e il materno, l’attitudine alla cura, l’importanza delle relazioni tra donne. Continua a leggere