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30 anni, femminista

 

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Credit foto: Kristoffer Trolle

di Silvia Grasso

Ho scoperto tardi il femminismo o, forse, l’ho sempre praticato senza saperlo. Capita se si nasce e cresce in una cultura patriarcale in cui qualsiasi regola ha il travestimento del giusto e del buono e, se non la si segue, si è cattive e sbagliate. Succede di più nei micro tessuti sociali in un cui non si parla di femminismo, non lo si conosce, non lo si spiega: lo si scambia per un movimento esoterico di nicchia, in cui le femministe sono donne ribelli che dovrebbero soltanto stare a casa a crescere i figli o a badare ai mariti come se fossero animali domestici da compagnia. Continua a leggere

Jeffrey Epstein. La persona e il modello

poster-780di Francesca Marta

Jeffrey Epstein. Spero che vi ricordiate di lui. Avevo seguito un po’ la sua storia l’anno scorso, quando si è (forse) suicidato presso il Metropolitan Correctional Center di New York – perché prima dell’anno scorso non è che qui in Italia se ne sapesse molto -. E poi è chiaro che ho visto la miniserie-documentario su di lui prodotta da Netflix, che tra l’altro vi consiglio.

Bene, Jeffrey Epstein era un multimiliardario americano molto ben posizionato socialmente, con un’ottima rete di relazioni bipartisan, una quantità notevole di proprietà di lusso, ivi incluse un’isola e un parco di aerei privati, fidanzato con un’avvenente oxfordiana. Epstein ha trafficato decine di donne minorenni, abusandone sessualmente, mettendole a disposizione degli illustri ospiti delle sue feste private, e minacciandole fisicamente e psicologicamente. E, naturalmente, il nostro era anche una persona sulla quale il percorso della giustizia si è dipanato con una lentissima e omertosa indulgenza.

Quindi, come è capitato a me, immagino che a molte persone ascoltare la sua storia abbia provocato la stessa sensazione che si avverte quando sposti il frigorifero dall’angolo dove è incastrato da anni, e ti rendi conto della quantità impensabile di orrore che si nasconde dietro di lui. Continua a leggere

La repubblica delle madri

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di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

Maria Rosa Cutrufelli ci aveva abituato a riletture del passato, con romanzi come I bambini della ginestra (2012), sulla strage del 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra, o come Il giudice delle donne (2016), sulla storia della maestre marchigiane che avevano raccolto l’appello di Maria Montessori a chiedere il diritto al voto anche per le cittadine. Con il suo ultimo romanzo, L’isola delle madri, Cutrufelli ci porta invece nel futuro, in un mondo malato, sconvolto dai mutamenti climatici, dall’inquinamento, alle prese con una grande pandemia, la “malattia del vuoto”, ovvero la sterilità del genere umano.

Sì, avete letto bene, siamo alle prese con una pandemia, un tempo in cui “lo straordinario ha preso il posto dell’ordinario”. Pubblicato e arrivato in libreria qualche giorno prima del lockdown, leggerlo nel pieno dell’esperienza del distanziamento è stato un esercizio di lucido attraversamento della malattia del mondo. Le pagine raccontano un futuro distopico così familiare e le protagoniste sono così prossime a noi stesse – o a donne che potremmo conoscere – che è difficile non leggervi una potente critica al mondo odierno e una riflessione sulla maternità, in tempi di tecnologie riproduttive, che rimette al centro le donne e le relazioni tra loro. La stessa autrice, a proposito della scrittura e del rapporto con il futuro, afferma di essersi attenuta alla stessa regola di cui parla Margaret Atwood: “Non includere nei libri nulla che non sia già stato fatto nella realtà, in qualche altro luogo o tempo, o per cui non esista già una tecnologia”. Continua a leggere

Guardare il cielo a diverse altezze: come noi donne disabili ripensiamo il mondo

di Paola Tricomi

Durante un corso di letteratura mi è capitata una volta l’occasione di ripercorrere l’immagine delle nuvole, per come nel tempo si è evoluta. Il tema era particolarmente affascinante perché portava a riflettere sul cielo come riflesso dell’animo umano. Con una punta di presunzione pensai tra me e me che nessuno fra gli uomini o le donne che avevano parlato del cielo o l’avevano ritratto in un acquerello lo avevano visto come me. Noi guardiamo il cielo da seduti o in posizione eretta, ma siamo sempre in difficoltà: dobbiamo arricciare le palpebre e curvare il collo, mettere il palmo della mano sopra la fronte per fare ombra. A volte capita di sdraiarci per vedere meglio il cielo. A me occasionalmente è capitato di vederlo sopra il lettino di un’ambulanza mentre venivo trasportata. L’ho visto una volta di notte; una volta di giorno in gennaio, terso e limpido, mentre imperversava il gelo; e una volta in primavera, assolato e luminoso. Era strano vedere il cielo in quella situazione, con sempre quella dote di riflettere noi stessi che ha. Non era come vederlo da una distesa di prato, aveva un sapore di angoscia, di paura e incertezza, ma allo stesso tempo rilasciava una pace surreale: tutto era perfetto e in equilibrio. In questo senso come me non l’aveva visto nessuno il cielo, e anche se qualcuno l’aveva visto in una circostanza simile, non era come il mio, perché ognuno ha il suo riflesso.

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La malattia, fuor di metafora

di Redazione Femministerie

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Susan Sontag

In questi giorni spaventosi, “notturni”, ci è venuto spontaneo e ci è sembrato utile riguardare a quel capolavoro del pensiero e della scrittura che è “Malattia come metafora” di Susan Sontag (1978). In particolare, crediamo sia interessante rileggere questo passaggio dell’introduzione che Sontag fa al suo saggio, proprio perché ci sembra che riguardi molte delle circostanze che stiamo vivendo, con particolare riferimento all’uso del linguaggio, agli stereotipi, alle figure e ai codici che giorno per giorno tanto l’informazione quanto altri tipi di comunicazione – da quella della politica ufficiale, a quella degli scambi privati – stanno mettendo in campo: Continua a leggere

Per bivacchi di fuochi che dicono fatui

di Viola Lo Moro

Ho cercato nel fondo dell’ora pericolosa pomeridiana dove potesse essere nascosto il mio cuore. Non lo trovavo più se non nei guizzi di angoscia: piccoli e minuti spilli che mi sussurravano un procrastinare infinito. E dopo una decina di giorni di semi clausura riesco a pensare solo alla parola Guaio.
La nominavo un po’ di tempo fa con l’amica sensibile, che mi suggerì di cercarla sul vocabolario.  (Disse: “Cercalo sul dizionario serio però, non google qualcosa”). Guaio è una parola che deriva dal germanico wai e onomatopeicamente ci dice dell’emissione di un suono acuto. Un animale ferito emette un guaito. Da lì, come su una scarpata a discendere, fino ai significati più figurati (ci siamo cacciate in un brutto guaio, dove il termine sta per “impiccio”).

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foto di Viola Lo Moro

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Riletture femministe nella Giornata mondiale della poesia

di Cecilia D’Elia

21 marzo. E’ la giornata mondiale della poesia. In questi giorni casalinghi ogni tanto riprendo vecchi libri, rileggo dediche, scopro regali che non ho mai letto.

Oggi sono tornata ad un testo che per lungo tempo è stato sul mio comodino di liceale, comprato quando avevo quattordici anni: La poesia femminista, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, edizioni Savelli. Ho la ristampa del 1977, ma il dialogo tra le due curatrici è datato luglio-settembre 1974.

Per via di mio zio Vito Riviello la poesia da noi era di casa. Linguaggio familiare, ma mai oggetto di particolari studi da parte mia. Parlo da lettrice, non da esperta.

Qui però c’erano le donne, quelle del movimento. E io già mi sentivo una di loro. Lo so e lo riscopro, perché ho messo una ics vicino ai versi del primo lungo testo – “Quelle del movimento di liberazione della donna – che a mio parere avrebbero potuto etichettare anche me. E’ una lunghissima poesia, liberamente tradotta dalla francese “Les celles du mouvement de libération des femmes”: Continua a leggere

«Sono Paola e vivo l’immobilità da 28 anni»: pensare la fragilità ai tempi della quarantena

di Paola Tricomi

Siamo entrati in un film e, purtroppo, non è finzione. Che la realtà superi l’immaginazione è un dato certo già da molto tempo, ma viverlo sulla propria pelle è un’altra faccenda.
Io sono Paola e vivo l’immobilità da 28 anni, cresce con me. Si chiama SMA (Atrofia Muscolare Spinale) la causa di questa condizione, ma non cambia nulla saperlo. Nel tempo ho sperimentato che sapere, capire non riduce il lavoro di elaborazione che va fatto e non muta il dato del reale. Ho cercato sempre di portare la mia persona alla pari con gli altri e ho amato chi mi ha trattato alla pari, ma è indubbio che lo sforzo a me richiesto per raggiungere tale livello non ha pari. Il mio margine di libertà è quello rintracciabile nello scorrere di un mouse, nel moto di un joystick ultrasensibile, in quello degli occhi e nella parola, ma senza troppo fiato. La mia libertà deve essere vigilata perché ogni moto troppo ripetuto può determinare la perdita dello stesso. Su tutto la consapevolezza di crescere dentro una malattia che toglie sempre più. 

89470099_10219032572838441_8669079711005016064_o Continua a leggere

La forza delle donne: le nostre letture per il 25 novembre

Crediamo che il contrasto alla violenza sulle donne si faccia innanzitutto a partire dal riconoscimento della forza della donne e del loro contributo al pensiero e alla società, quest’anno quindi abbiamo scelto di segnalarvi pubblicazioni recenti destinate a un pubblico di lettrici e lettori molto vario sia per età (ci sono saggi come libri per l’infanzia) che per interessi. Buona lettura.

screenshot_20191119-202646206727226.jpgClaire Cantais (traduzione di Guia Risari)

Il mio super eserciziario femminista

edizioni Settenove

Si può cominciare a combattere il sessismo sin da piccoli, smantellando i pregiudizi. La buona notizia è che la battaglia può essere condotta giocando. ‘Il mio super eserciziario femminista’ è un quaderno di attività per bambine e bambini dai sei anni in su: più di cinquanta pagine di giochi, illustrazioni da colorare o ritagliare, racconti da reinventare in chiave femminista. Si inizia aiutando Nina a salvare Felix assediato dai draghi, si prosegue conoscendo volti e storie di personaggi come Mary Wollestonecraft, Rosie la rivettatrice, Pierre Bourdieu o Virginia Woolf. Quando giocando al gioco dell’oca si riconosce il ritratto di Angela Davis si ritira il dado, se invece si finisce nella casella del pregiudizio sessista si torna indietro a pulirsi le scarpe. Le immagini coloratissime evocano universi e immaginari molto vari: fantascienza, fantasy o ambientazioni più domestiche per la famiglia di scoiattoli che deve suddividersi i compiti domestici senza disparità. I testi incoraggiano le piccole lettrici e i piccoli lettori a non lasciarsi condizionare nella scelta di abbigliamento, sport e progetti per il futuro. Chi dice che i ragazzi sono attaccabrighe e le ragazze amano il rosa sta cadendo in uno stereotipo. E gli stereotipi non sono altro che fesserie. (Letto da Chiara Anselmi)

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Collettivo Una Volta per Tutte

All’attacco! Storie da collezionare

Ideazione Maya Vetri

Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Sta già riscuotendo meritatissimo successo l’album di figurine femministe in distribuzione dal 23 novembre scorso. Sono 28 ritratti di donne (più due bonus) realizzati da disegnatrici e disegnatori che hanno lavorato gratuitamente per questa collezione i cui proventi contribuiscono alla raccolta fondi per scongiurare il rischio di chiusura della Casa delle Donne Lucha y Siesta. Diciotto disegnatori (Anarkikka, Makkox, Rita Petruccioli e Mauro Biani solo per menzionarne qualcuno) hanno illustrato brevi biografie di Emma Gonzalez, Ilaria Cucchi, Greta Thunberg, Carola Rackete accanto a quelle meno conosciute di Sophia Jex-Blake e Mpho Tshivhase o di figure storiche come Margaret Sanger e Lucia Ottobrini. La scelta delle protagoniste è tutt’altro che ovvia e qualcuna di certo vi sorprenderà. Completare la raccolta è un’occasione di incontro, sono già in preparazione eventi per lo scambio dei doppioni, noi di femministerie ne abbiamo già pronto un mazzetto. Per sapere dove acquistare album e figurine adesive potete rivolgervi all’indirizzo di posta elettronica 1voltaxtutte@gmail.com, o alle pagine facebook e instagram allattaccostoriedacollezionare. (Letto da Chiara Anselmi)

Ti nomino meglio che posso: la lingua d’amore di due donne libere. Sul carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West

di Caterina Venturini

“Se questo libro avrà contribuito a mettere ancora una volta in luce la vitalità di Virginia Woolf e, attraverso il legame con Vita, a mostrare il suo amore per il canto del mondo reale e per tutto ciò che vive e respira, avrà raggiunto il suo obiettivo.” Così si augura Elena Munafò nella bella postfazione al carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West “Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio” (Donzelli, 2019) e mi viene da risponderle: certamente.

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Ho scoperto in queste lettere molte cose che non sapevo, altre che non ricordavo, infine alcune che non immaginavo affatto. Intanto il tono, vivace, “sbarazzino” addirittura di Virginia e Vita (reso magistralmente dalla traduzione di Nadia Fusini e Sara De Simone), la delicatezza del loro parlato che diventa scritto senza abbandonare certe luminosità del quotidiano; e poi la spregiudicatezza di una società – da una parte gli intellettuali borghesi di Virginia, dall’altra la classe aristocratica di Vita – e di un tempo molto più libero, per certi versi, del nostro. Un viversi sentimentalmente, sperimentare, incrociare persone e situazioni, senza rinunciare mai al rispetto e all’amicizia, qualsiasi cosa accada. Continua a leggere