Razzismo e sessismo: dov’è il limite del consentito?

di Giorgia Serughetti

Nel 1974, con la performance intitolata Rhythm 0, Marina Abramovic dispose su un tavolo una molteplicità di oggetti diversi: piume, fiori, frutti, ma anche fruste, corde, lamette, armi. Si presentò poi al pubblico immobile, come un oggetto, a cui i presenti erano autorizzati a fare qualsiasi cosa sotto la responsabilità dell’artista stessa. Così rimase per sei ore. Inizialmente gli uomini e le donne in sala si limitarono ad accarezzare il suo corpo, a baciarla, a sfiorarla con una piuma o a metterle fiori tra le dita. Con lo scorrere dei minuti, però, i comportamenti si fecero mano mano più brutali: i vestiti strappati, tagli nella carne, un coltello tra le gambe, una pistola carica posizionata tra le mani e puntata contro il suo corpo. Quando la galleria dichiarò conclusa la performance, il pubblico si allontanò velocemente. Nessuno, ricorda l’artista, osò guardarla come una persona dopo ciò che era accaduto. Continua a leggere

Per una politica (trasformativa) della felicità

di Sara Pollice*

img_felicitàSiamo partite da noi. Ci siamo dette che era il caso di riaffermare l’utopia, la connessione, la passione moltiplicata per tutte. La necessità di fare questo la sentiamo tutte nell’aria e dentro di noi. La realtà che viviamo è sempre più attraversata e pervasa da spinte conservatrici. Ci feriscono e soprattutto ci fanno reagire con rabbia e determinazione i continui tentativi di ritornare ad un oscurantismo politico.

Ci sentiamo sempre più impotenti di fronte ad una narrazione del presente e del futuro che normalizza, quando non esalta, le peggiori visioni passatiste della società. Più di tutto pesa la guerra alle donne, ai migranti e alle soggettività fuori dal paradigma eteronormativo, al nostro diritto alla vita, alla nostra libertà di scegliere sui nostri corpi, al diritto ad esprimerci fuori dagli stereotipi in pubblico come nella vita privata. Continua a leggere

Perché il “dipartimento mamme” non ha nulla di moderno

di Giorgia Serughetti

Quando alcuni mesi fa il segretario del Pd, fresco di rielezione, pensò di rilanciare il programma del partito con “3 parole: lavoro, casa e mamma” in molte ci trovammo a commentare sdegnate quel terzo termine che ci sembrava (ri)fondare sul ruolo materno la cittadinanza delle donne. Eppure non mancò chi volle sottolineare la “modernità” di un discorso che poneva così in alto tra le priorità politiche il sostegno alle scelte di maternità. Certo, si disse, poteva dire madri, poteva dire donne, ma si sa, questo lessico familiare è lo stile comunicativo di Matteo Renzi. Ora però la creazione di un “dipartimento mamme” da parte della segreteria del partito va oltre la trovata ad effetto, segnala l’insistenza su un modo preciso di vedere il tema della riproduzione, il ruolo delle donne, il rapporto con il femminismo. Un modo che non ha nulla, ma proprio nulla di moderno.

Che cosa c’è che non va in quel “mamme”? Mi vengono in mente almeno cinque problemi. Continua a leggere

A proposito di maschilismo

di Cecilia D’Elia

copertina espressoNe ha scritto acutamente Roberta Carlini su ingenere. Le polemiche suscitate dalla scelta del settimanale L’Espresso di dedicare la copertina e uno speciale all’interno al ritorno del maschilismo, sono la prova provata di quanto sia radicato il rancore misogino. Ne sa qualcosa la terza carica dello Stato, la Presidente Laura Boldrini, oggetto quotidiano di ingiure sui social. Eppure, noi che abbiamo conosciuto il ventennio berlusconiano, non dovremmo stupirci. A meno di non aver pensato che fosse davvero un fenomeno eccezionale e non un leader che ha saputo parlare alla pancia profonda del paese e ne ha plasmato e rispecchiato gli umori. Dalle veline alle ombrelline, il contorno alla scena pubblica maschile è servito. Continua a leggere

L’altra faccia di Riad

di Francesca Caferri

saudi arabian women“C’è un Paese dove Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood è realtà: e quel Paese è l’Arabia Saudita”. Scriveva così pochi giorni fa sul New York Times una delle voci più seguite del nuovo femminismo arabo, l’egiziana-americana Mona Eltahawi. Il suo articolo usciva a pochi giorni di distanza dalla conclusione del trionfale viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita: accolto da un mare di petroldollari e da luci sfavillanti per le vie di Riad, il presidente americano ha conquistato il cuore dei sauditi, puntando il dito contro il nemico storico di Riad, l’Iran. Le donne che l’hanno accompagnato, la moglie Melania e la figlia Ivanka, se possibile hanno raccolto più successo di lui grazie a scelte di guardaroba raramente più indovinate e a gesti che potevano apparire di apertura, come l’incontro della First Daughter (e auto-proclamata paladina del femminismo alla Casa Bianca) con un gruppo di donne saudite.

Se tutto questo avete visto e avete letto, bè…è solo parte della realtà. Capitanate da una principessa a capo di una fantomatica autorità per lo sport in un Paese dove le donne sono praticamente impossibilitate a praticare sport, le donne incontrate da Ivanka non sono che uno specchio minuscolo della realtà saudita. Educate, ricchissime, vicine alla famiglia reale. Lasciate dunque che vi racconti il resto: l’Arabia Saudita non è solo il Paese dove le donne non possono guidare, è quello dove le donne rischiano di essere bloccate in aeroporto se il padre, il marito o il figlio non vogliono che viaggino. E’ quello dove poche settimane fa una ragazza che cercava di scappare dal padre che la picchiava è stata fermata nelle Filippine, ammanettata e riportata a casa. E’ quello dove alle donne che parlano troppo viene tolto il lavoro e magari anche il figlio. Ed è anche altro: è il Paese dove il femminismo arabo si sta facendo forte, determinato, spudorato, sfacciatamente contemporaneo. Continua a leggere

La Ru486 nei consultori e la salute delle donne

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Ha fatto molto clamore la sperimentazione che è allo studio nel Lazio di somministrazione per 18 mesi della pillola ru486 in alcuni consultori. Una proposta nata all’interno di un progetto di rilancio del servizio, al quale ha collaborato anche chi scrive, che riguarda i diversi ambiti d’intervento dei consultori, il percorso nascita con la diffusione dell’agenda di gravidanza e il ricettario per le ostetriche che seguiranno le gravidanze non a rischio, il potenziamento dello screening, gli spazi per adolescenti. In particolare, al momento un gruppo di lavoro tecnico si sta occupando di interruzione di gravidanza e facilitazione dell’accesso alla contraccezione per le minorenni e le fasce disagiate della popolazione. Già il fatto che il gruppo affronti entrambi gli aspetti è indicativo di come si voglia tener fede a quella che è una peculiare caratteristica del lavoro consultoriale; l’approccio alla persona, ai suoi diversi aspetti, il lavoro di equipe degli operatori per sostere l’empowerment di chi si rivolge al consultorio. Continua a leggere

Storia delle mie mamme (e dei miei papà)

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di Chiara Sfregola

Quando ero bambina, nonostante mamma e papà fossero vivi vegeti e regolarmente sposati, sapevo di non avere solo due genitori.

Intanto perché Imma* me lo ricordava molto spesso: “Tu non hai due genitori, ne hai quattro!” E questo voleva dire, in parole povere, che lei e suo marito potevano mettermi in punizione quando insieme al loro figlio maggiore ne combinavo qualcuna delle mie. E cioè: spesso. D’altra parte Imma è anche la prima persona che mi abbia insegnato a fare una torta lasciandomi pasticciare con il latte e le uova -a questo ai miei occhi la muniva di una certa autorità, perché a casa mia invece potevo solo leccare la crema pasticciera dal tegame sperando di arrivare prima di mio fratello. Continua a leggere