Due, tre cose sulla candidatura di Kamala Harris che hanno a che fare con l’Italia

Credit foto: Gage Skidmore

di Renata Pepicelli

In questi giorni in Italia negli ambienti di centro-sinistra e in certi segmenti del movimento femminista circola un generale entusiasmo per la candidatura di Kamala Harris alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Se mai i democratici vincessero le elezioni del prossimo autunno, Joe Biden condividerebbe il governo degli Usa con una donna di 55 anni, figlia di padre giamaicano e madre indiana entrambi emigrati. Se non è la prima volta che negli USA viene proposta una donna a ricoprire un tale incarico, è la prima volta che una donna “non bianca” corra per questa posizione.

Diversi politici italiani, incluso il leader del PD Nicola Zingaretti, hanno pubblicamente espresso compiacimento per questa decisione. Il rallegrarsi per scelte d’oltreoceano richiederebbe tuttavia una certa coerenza interna in questa parte di mondo. Richiederebbe che coloro che gioiscono per la candidatura  di Harris ponessero immediatamente al centro del dibattito pubblico italiano la questione della riforma della cittadinanza, e a che a ciò facesse seguito un serio impegno affinché in Italia nel 2020 sia garantito il diritto di candidarsi e di eleggere i propri rappresentanti ad oltre un milione di bambini, ragazzi, giovani che, sebbene nati e/o cresciuti in Italia, non sono riconosciuti come italiani/e dalla legge a causa delle origini dei loro genitori. In Italia, in virtù di una visione legislativa superata dalla realtà dei fatti e dalle trasformazioni sociali in corso, continua a vigere una legge sulla cittadinanza anacronistica basata sullo ius sanguinis che priva molti bambini e ragazzi, che di fatto sono parte di questo paese, del diritto a essere formalmente riconosciuti come italiani. Continua a leggere

La pillola RU486, la parola alle donne

ru486_0-1024x768di Maddalena Vianello

Le nuove linee del Ministero della Sanità, presieduto da Roberto Speranza, mettono la parola fine alla decennale polemica che ruota intorno alla pillola abortiva RU486, dopo la brutta pagina scritta di recente dalla Regione Umbria.

Le linee guida introducono due novità fondamentali. La prima, la pillola RU486 potrà essere somministrata senza obbligo di ricovero. Le donne potranno riceverla in day hospital, al consultorio, in ambulatorio, e dopo mezz’ora tornarsene a casa. La seconda, il periodo di possibile utilizzo viene esteso alla nona settimana di gestazione. È interessante notare come le linee guida siano state costruite, tenendo conto del parere favorevole e univoco del Consiglio superiore di Sanità e della presa di posizione della Società di ginecologia e ostetricia.

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Oltre il velo di Silvia

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di Renata Pepicelli

In questi giorni ho scelto di non esprimermi pubblicamente sulla liberazione di Silvia Romano e quello che ne è seguito. Ho preferito aspettare per capire meglio, fermandomi, come ha scritto Annalisa Camilli, sulla soglia di quell’abbraccio potente tra una madre e una figlia finalmente di nuovo insieme. Un abbraccio bellissimo, emozionante, che tuttavia credo che non ci avrebbero dovuto mostrare, data la sua dimensione così intima e privata. Vedendo il dibattito proseguire con inaudita violenza, sento però il bisogno di provare a dire qualcosa anche io. E dire innanzitutto che il ritorno di ostaggi – con le loro storie spesso indicibili – non va dato in pasto alla pubblica opinione. È stato un errore gestire in questo modo il rientro in Italia di Silvia, che sta pagando un alto prezzo per le scelte dissennate altrui e per il suo corpo di donna, di giovane donna, che ha intrapreso percorsi che non appartengono al pensiero e alla pratica comune, sebbene iscritti nel solco di una generazione di giovani che, cresciuti nell’era dei progetti Erasmus, della globalizzazione e della crisi economica, credono che casa possa essere il mondo intero. Giustamente Lea Melandri ha osservato che, se Silvia fosse stata un uomo, non le sarebbe stato riservato il trattamento ignobile con cui è stata accolta al suo rientro in Italia. “Non c’è niente da fare – ha scritto Flavia Perina – : l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata”. Continua a leggere

Guardare il cielo a diverse altezze: come noi donne disabili ripensiamo il mondo

di Paola Tricomi

Durante un corso di letteratura mi è capitata una volta l’occasione di ripercorrere l’immagine delle nuvole, per come nel tempo si è evoluta. Il tema era particolarmente affascinante perché portava a riflettere sul cielo come riflesso dell’animo umano. Con una punta di presunzione pensai tra me e me che nessuno fra gli uomini o le donne che avevano parlato del cielo o l’avevano ritratto in un acquerello lo avevano visto come me. Noi guardiamo il cielo da seduti o in posizione eretta, ma siamo sempre in difficoltà: dobbiamo arricciare le palpebre e curvare il collo, mettere il palmo della mano sopra la fronte per fare ombra. A volte capita di sdraiarci per vedere meglio il cielo. A me occasionalmente è capitato di vederlo sopra il lettino di un’ambulanza mentre venivo trasportata. L’ho visto una volta di notte; una volta di giorno in gennaio, terso e limpido, mentre imperversava il gelo; e una volta in primavera, assolato e luminoso. Era strano vedere il cielo in quella situazione, con sempre quella dote di riflettere noi stessi che ha. Non era come vederlo da una distesa di prato, aveva un sapore di angoscia, di paura e incertezza, ma allo stesso tempo rilasciava una pace surreale: tutto era perfetto e in equilibrio. In questo senso come me non l’aveva visto nessuno il cielo, e anche se qualcuno l’aveva visto in una circostanza simile, non era come il mio, perché ognuno ha il suo riflesso.

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Fase 2: qual è il piano per contenere l’epidemia?

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Foto di Anna Shvets da Pexels

di Cristina Biasini

L’11 marzo, primo giorno del lockdown dell’Italia, Caterina Botti ci invitava a leggere la distanza fisica imposta dall’emergenza sanitaria “non come una tutela di sé, ma come una tutela degli altri, o della stessa possibilità che ci siano ancora, domani, relazioni tra noi e gli altri, come il tentativo […] di limitare il passaggio di un virus che forse a me non fa male, ma può farlo a te o ad altri ancora”. È una lettura che scaturisce da decenni di pensiero femminista e che ha guidato i nostri comportamenti in queste lunghe, dolorose e difficili settimane di quarantena.

Lo ha ribadito Ida Dominijanni su Internazionale qualche giorno fa: “Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza”.

Lo stesso giorno, il 26 aprile, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha tenuto la conferenza stampa sulla presunta fase 2. Presunta perché, come è stato osservato da più parti, i cambiamenti annunciati dal 4 maggio in poi hanno poco o nulla a che vedere con ciò che, secondo quanto spiegato in precedenza dallo stesso Conte, avrebbe dovuto caratterizzare la fase 2: la convivenza con il virus, ossia la convivenza con un’epidemia non certo sconfitta, visti tempi lunghi per il vaccino e l’incertezza delle terapie a disposizione, ma sotto controllo.

Cosa significhi tenere sotto controllo l’epidemia di Covid-19 lo abbiamo imparato in queste settimane anche noi incompetenti – noi che sappiamo di non sapere, che riconosciamo l’autorevolezza della scienza, che ci affanniamo nella ricerca di fonti di informazioni affidabili. Continua a leggere

Congiunte a chi?

imagesdi Femministerie

Ieri sera durante la conferenza stampa che annunciava le condizioni previste per la Fase 2, il Presidente del consiglio Conte ha fatto ruotare il suo discorso attorno a due capisaldi: industria e famiglia. Ha aggiunto un riferimento alla Chiesa, che cela il conflitto generato dalla sospensione delle funzioni (eccetto le cerimonie funebri), ringraziando solo la CEI e dimenticandosi di tutte le altre comunità religiose che popolano e animano il territorio italiano. Inoltre, il campionato di calcio è di nuovo tornato alla ribalta come uno dei temi centrali per la ri-partenza dell’Italia mentre gli altri sport di squadra come la pallavolo, il basket e il rugby non sembrano contare così tanto.

La prospettiva della riapertura ci è stata presentata come casa e famiglia, attività produttive e indotto. Continua a leggere

Bella ciao 2020

25 aprile 2020: noi restiamo libere. Grazie alle donne e agli uomini che lottarono per la libertà, la giustizia e la democrazia. Alle gappiste, alle staffette alle combattenti. Grazie alle donne che scelsero la lotta partigiana, le bandite per un po’ anche dalla nostra memoria. Oltre 55.000 donne, ci abbiamo messo anni a riconoscere il loro contributo.

Oggi, dalle nostre case, sarà ancora più forte la voglia di esserci, virtualmente, per ricordare insieme e festeggiare la radice della nostra libertà.

Noi restiamo libere, aderiamo all’iniziativa “25 aprile 2020 – Io resto libero”.

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Le nostre madri disobbedienti

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di Cecilia D’Elia

“D’accordo con Naomi Klein che adesso ribellarsi è difficile. Tuttavia, nella tua infinita pazienza, puoi sognare, magari, una class action. E pazienza se la ministra Lamorgese ti accusa di aver bevuto il latte dei “focolai estremisti”: tu, con gli anni che ti porti addosso, sei affezionata alla libertà. Più che all’obbedienza” Così Letizia Paolozzi su Dea, donne e altri.

Eccole le nostre madri femministe, alle prese con l’emergenza covid19, ribellarsi a partire da sé.

Dalla propria età, il terzo tempo, direbbe Lidia Ravera, che all’invecchiare delle donne ha dedicato un romanzo e un impegno editoriale.

Eccole rivendicare la propria fragilità e libertà, in opposizione alle ipotesi circolate di discriminazione basate sull’età per quanto riguarda la futura ripresa delle relazioni sociali e delle attività. Continua a leggere

Le radici culturali del “revenge porn”

di Dafne Farussi

In queste settimane il tema del revenge porn è tornato a scuotere l’opinione pubblica grazie a un lavoro d’inchiesta di Wired Italia, con il quale sono stati denunciati una serie di canali e gruppi Telegram in cui a quanto pare, inneggiare allo stupro e al femminicidio erano pratiche all’ordine del giorno. La chat oggetto d’inchiesta, con oltre 40.000 iscritti e aperta a chiunque, aveva come scopo quello di diffondere materiale pedopornografico, video e immagini intime di donne non consensuali e scambiarsi consigli su come organizzare abusi sessuali su minori e non.

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Coronavirus: “sophia” o tecnocrazia?

Testa_di_atena_di_tipo_parthenos_di_fidia,_scuola_attica_del_IV_secolo_ac,_elmo_metallico_perdutodi Antonella Anselmo

Il 10 aprile il Premier Giuseppe Conte, assumendo piena responsabilità politica, annuncia la nomina di un Comitato di esperti, composto da 17 persone (tra cui solo quattro donne), esperti in governance aziendale, tecnologia ed economia.

Il Comitato dovrà “elaborare e proporre al Presidente del Consiglio misure necessarie per fronteggiare l’emergenza epidemiologica COVID 19 nonché la ripresa graduale nei diversi settori delle attività sociali economiche e produttive anche attraverso l’individuazione di nuovi modelli organizzativi e relazionali che tengano conto delle esigenze di contenimento e prevenzione dell’emergenza”. Inoltre opererà in coordinamento con il comitato tecnico scientifico della Protezione civile (DPCM 10 aprile 2020 che rinvia all’Ord. n. 630 del 3 febbraio 2020 Protezione Civile). Continua a leggere