Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

imagesdi Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

In Italia una donna su due non lavora. E il lavoro è spesso così precario e intermittente da costringere a ritardare indefinitamente le scelte di maternità.

Quando poi in Italia le donne fanno un figlio, in 4 casi su 10 restano escluse dal mercato del lavoro. Non solo sono licenziate o discriminate in quanto madri, ma si trovano a sobbarcarsi la gran parte del lavoro domestico e di cura: nel loro monte ore di lavoro quotidiano, il 75% è in attività non retribuite. Questo è uno dei più gravi ostacoli alla loro effettiva realizzazione lavorativa. Continua a leggere

La lettrice di Cechov: tra passione per la letteratura e tempo della libertà

giulia-corsalini-la-lettrice-di-cechov-00di Maddalena Vianello

Nina è una donna ucraina di mezza età. Alle spalle una solida formazione in letteratura russa; una passione mai spenta per gli scritti di Cechov.

Come molte donne che abbandonano l’Est Europa, Nina è costretta a partire per tentare di guadagnare il poco sufficiente per curare il marito gravemente malato e per dare un’occasione alla sua unica figlia. Katja, infatti, vuole studiare medicina, una passione e una speranza in nome delle quali Nina e suo marito sono pronti a sacrificare tutto.

Così Nina, come molte altre donne, arriva in Italia per cominciare la sua nuova vita da badante, a Macerata, nella casa di un’anziana di nome Mariangela.

Con il passare dei mesi arriverà una svolta inaspettata che la porterà a ottenere una piccola collaborazione all’università, presso l’Istituto di Slavistica. Una grande soddisfazione che Nina sarà costretta a pagare con una vita ancora più misera e sacrificata. Dalla casa confortevole e protetta di Mariangela, passerà a una bottega che la impegna soprattutto dal calar del sole. Con un letto da fare e disfare, ogni notte e ogni giorno, per cancellare le poche tracce della sua esistenza. Continua a leggere

Greta combatte il privilegio. Per questo la odiano

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di Femministerie

È strana, malata, ma anche “è manipolata”, “incompetente”, “ha fatto i soldi col libro”, “solo una brava attrice”, “e allora gli attivisti indigeni che sono stati uccisi?”, “poi lei va in barca coi capitalisti!”. Gli attacchi nei confronti di Greta Thunberg sono iniziati fin dalle sue prime apparizioni in pubblico, allargandosi a macchia d’olio fino a includere – ahinoi – anche critiche da sinistra: “è una marionetta nelle mani di chi vorrebbe far passare la truffa del capitalismo salvato dalla green economy”.

Pochi hanno potuto restare indifferenti dinnanzi all’accorato appello per l’emergenza climatica che la giovane ha lanciato il 23 settembre durante il summit dell’ONU. Eppure, e forse proprio per questo, da quel momento abbiamo assistito ad una rabbia crescente e feroce nei confronti dell’attivista svedese, in particolare da parte di uomini bianchi in posizione di potere – basti pensare al presidente Trump o al primo ministro australiano Scott Morrison o, in Italia, a Giulio Tremonti, Simone Pillon, Vittorio Feltri (ma la lista è molto lunga).

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L’estate del nostro scontento

di Chiara Anselmi, Cecilia D’Elia e Giorgia Serughettiindex

Il clima politico di questa estate 2019 è quello di un’infinita campagna elettorale, sotto la minaccia di una crisi politica continuamente dietro l’angolo e perennemente rimandata. Ogni cosa è esagerata, brandita come un simbolo, agitata per colpire l’avversario o rivendicare meriti. Tutto è sopra le righe, dimensioni e numeri dei fatti reali vengono distorti in un gioco di specchi deformanti per ideologia o ipocrisia.

Il clima meteorologico è invece realmente sopra le righe, si divide tra caldo afoso e super grandinate, i più anziani rimpiangono l’anticiclone delle Azzorre, ma solo i più giovani, con Greta Thunberg, sembrano prendere sul serio i cambiamenti in corso. La ragazza continua determinata la sua battaglia per salvare il pianeta, incurante delle ingiurie sui social e sulla stampa di destra. Continua a leggere

Linguisticamente

Montaruli675-320x132di Manuela Manera*

Succede che ieri, sul quotidiano «La Stampa», nel trafiletto “Buongiorno Torino” di Mattia Feltri è uscito un imbarazzante pezzo a commento dell’intervento in Parlamento dell’onorevole Augusta Montaruli (FdI): Montaruli, invitata a parlare dal presidente Fico con il vocativo “deputata”, spende una manciata di minuti per argomentare che vuole essere appellata al maschile, “deputato”. Lo fa, peraltro, basandosi su un’osservazione interessante: siccome è eletta alla Camera dei Deputati (e non “delle Deputate e dei Deputati”) allora lei vuol essere nominata “deputato”. Parrebbe, il suo, quasi un atto provocatorio a sostegno di una battaglia per rendere più inclusivo il nome di una delle due Camere parlamentari. Così non è, ahimè; si tratta semplicemente di ignoranza linguistica. Inutile qui riprendere le solite e oramai note regole della lingua italiana sull’uso dei femminili nelle professioni e nelle cariche (indicazioni, peraltro, reperibili online gratuitamente: sia sul sito dell’Accademia della Crusca; sia in agili e veloci manuali, come per esempio quello in pdf scritto dalla professoressa Robustelli per GiULiA). Continua a leggere

Donne nel calcio: una vittoria attesa da 40 anni (e una partita ancora tutta da giocare)

ragazze-mondialidi Luisa Rizzitelli

È stata davvero una grande emozione veder vincere le ragazze della Nazionale femminile di calcio (e, ricordate, non la “Nazionale di calcio femminile”, perché il calcio è uno solo) nella gara di esordio ai Mondiali in Francia. In ballo però non c’erano solo il risultato e il prosieguo della competizione, c’era molto, molto di più.

Quella del calcio praticato dalle donne in Italia è una storia infarcita di aneddoti inverosimili di discriminazione e mancanza di rispetto ed è una storia lunga 40 anni. Continua a leggere