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8 marzo 2021: letture, visioni, protagoniste

di Chiara Anselmi, Francesca Caferri, Carlotta Cerquetti, Giorgia Serughetti

Anche per questo 8 marzo segnaliamo dei materiali che ci sono parsi interessanti, otto tra libri, film, serie tv e riviste un po’ per tutti i gusti e per varie fasce di età. A seguire otto schede biografiche di donne da tenere d’occhio, personalità del panorama internazionale che stanno facendo la differenza e di cui sentiremo parlare.

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L’invincibile arguzia di Louisa May Alcott

di Chiara Anselmi

Quando nel 1868 Louisa May Alcott consegna all’editore il manoscritto di Piccole donne ha già trentasei anni e una lista consistente di pubblicazioni alle spalle – racconti, romanzi, fiabe – talvolta date alle stampe con uno pseudonimo perché considerati troppo audaci. Ha accettato di scrivere un libro “per signorine” per ragioni puramente economiche (la sua famiglia è cronicamente in bolletta) e di certo non si aspetta di guadagnare un posto nella storia della letteratura americana proprio con quell’opera semiautobiografica; le avventure delle sorelle March sono infatti ricalcate su ricordi dell’adolescenza sua e delle sorelle. La fama giunge totalmente inaspettata.

Non è la prima autrice di grande popolarità della sua epoca: La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) era già un enorme successo commerciale, come i romanzi di Susan Warner o Fanny Ferr. Nel 1855 lo scrittore Nathaniel Hawthorne (amico di famiglia degli Alcott e mentore di Louisa) in una lettera al suo editore le definiva “un’orda di donne scribacchine che si distinguono dagli autori maschi solo per debolezza e stupidità”, i loro romanzi “spazzatura”; e chissà se giudizi così sprezzanti non abbiano influenzato il giudizio severo con cui L. M. Alcott liquidava la propria opera.

Piccole donne non si limita però a essere un best seller: con sei riduzioni per la tv e sette per il cinema, alcuni graphic novel e un paio di anime giapponesi, si consolida come uno dei romanzi di formazione più amati e longevi di tutti i tempi.

Il profilo di Alcott è sorprendentemente poco noto e ben più complesso e insolito del romanzo che ha ispirato, viene da chiedersi come mai ancora nessuno ne abbia tratto un biopic o una serie tv.

Fortunatamente, per accostarci allo spirito irruento e anticonformista della scrittrice, possiamo approfittare di un piccolo libro: Le nostre teste audaci. Lettere dalla creatrice delle sorelle March a cura di Elena Vozzi.

Attraverso una selezione della corrispondenza con parenti, editori, amici, ammiratrici e ammiratori l’epistolario ricostruisce il mosaico di una personalità e di un’esperienza fuori dal comune.

Secondogenita di una coppia decisamente straordinaria – la madre Abigail militante per l’abolizione della schiavitù e il padre Amos Bronson filosofo trascendentalista incapace di provvedere economicamente alla famiglia – la futura scrittrice, ancora adolescente, si stabilisce coi suoi in una comune fondata dal padre i cui aderenti seguono una inflessibile dieta vegetariana, rifiutano la proprietà privata e vivono in estrema frugalità. Le privazioni mettono però a repentaglio la salute delle ragazze e dopo qualche mese gli Alcott sono costretti ad abbandonare l’esperimento utopistico. L’austerità non finisce col periodo passato nella comune: la famiglia è perseguitata dall’indigenza; per questo Louisa inizia a lavorare prestissimo accettando ogni genere di occupazione. Se le risorse economiche sono scarse altrettanto non si può dire degli stimoli intellettuali; casa Alcott è frequentata da alcune delle menti più brillanti dell’epoca, oltre a Hawthorne anche Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Margaret Fuller contribuiscono a forgiare il carattere anticonformista di Louisa.

Mentre è costretta a lavorare come domestica, istitutrice, infermiera, la sua produzione letteraria spazia dal racconto gotico al reportage dei mesi passati a lavorare in un ospedale per i feriti di guerra; le protagoniste dei suoi scritti meno noti infrangono tabù e combattono contro l’oppressione. Alcott sviluppa una personalità refrattaria agli stereotipi femminili dell’epoca.

Quando scrive al padre

Adoro questa sensazione d’indipendenza, e sebbene non sia facile è una vita libera, e a me piace così. Non sono abile nei lavori manuali, dunque userò la mia testa come un ariete da guerra e mi farò strada nella mischia di questo pazzo mondo.

ha ventiquattro anni e vive da sola a Boston, guadagnandosi da vivere come insegnante.

L’acume non l’abbandona mai: che contratti una percentuale con l’editore o racconti della prima riunione in cui le donne esercitano il diritto di voto, le pagine brillano della passione e dell’ironia di questa donna che considerava l’impegno politico e sociale importante quanto – se non più – del suo romanzo di maggiore successo.

Scrive così del suo libro:

L’editore l’ha trovato scialbo, io altrettanto, e nessuno dei due sperava di ricavarci granché. È venuto fuori che ci eravamo sbagliati, e da allora – anche se non mi diverte scrivere «storie edificanti» per la gioventù – continuo a farlo perché è assai remunerativo.

Cresciuta in un ambiente colto e progressista, fatica ad accettare che, pur essendo riuscita a garantire la sicurezza economica a tutta la sua famiglia e nonostante l’enorme successo, non le sia consentito di scrivere ciò che vuole:

Gli editori non vogliono saperne di lasciare a chi scrive la libertà di decidere in autonomia il finale di una storia, al contrario insistono perché venga infarcito di matrimoni un tanto al chilo, e io ancora non so bene come darmi pace.

Chiunque abbia amato Piccole donne sa che, pur costretta nei rigidi confini che le venivano imposti, Alcott non rinunciò a costruire dei personaggi che ispirassero quelle giovani donne che si aspettavano dalla vita qualcosa di più di una sontuosa cerimonia nuziale. Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Doris Lessing, Margaret Atwood, Zadie Smith sono solo alcune delle autrici che hanno riconosciuto il loro debito nei confronti del romanzo. Alcott se ne sarebbe rallegrata: aiutare le altre donne ad aiutarsi è per lei “il miglior modo di risolvere la questione femminile”.

L’ultima versione cinematografica di Piccole donne, diretta da Greta Gerwig nel 2019, ha amplificato le connessioni tra la protagonista e la sua autrice, appassionando ragazzine e donne adulte (e anche qualche ragazzino ci si augura). Se in qualche momento della vostra vita avete desiderato di essere Jo March queste lettere vi faranno venire voglia di essere Louisa May Alcott.

Le nostre teste audaci. Lettere dalla creatrice delle sorelle March, a cura di Elena Vozzi, L’orma editore, 64 pagine, euro 7.

La forza delle donne: le nostre letture per il 25 novembre

Crediamo che il contrasto alla violenza sulle donne si faccia innanzitutto a partire dal riconoscimento della forza della donne e del loro contributo al pensiero e alla società, quest’anno quindi abbiamo scelto di segnalarvi pubblicazioni recenti destinate a un pubblico di lettrici e lettori molto vario sia per età (ci sono saggi come libri per l’infanzia) che per interessi. Buona lettura.

screenshot_20191119-202646206727226.jpgClaire Cantais (traduzione di Guia Risari)

Il mio super eserciziario femminista

edizioni Settenove

Si può cominciare a combattere il sessismo sin da piccoli, smantellando i pregiudizi. La buona notizia è che la battaglia può essere condotta giocando. ‘Il mio super eserciziario femminista’ è un quaderno di attività per bambine e bambini dai sei anni in su: più di cinquanta pagine di giochi, illustrazioni da colorare o ritagliare, racconti da reinventare in chiave femminista. Si inizia aiutando Nina a salvare Felix assediato dai draghi, si prosegue conoscendo volti e storie di personaggi come Mary Wollestonecraft, Rosie la rivettatrice, Pierre Bourdieu o Virginia Woolf. Quando giocando al gioco dell’oca si riconosce il ritratto di Angela Davis si ritira il dado, se invece si finisce nella casella del pregiudizio sessista si torna indietro a pulirsi le scarpe. Le immagini coloratissime evocano universi e immaginari molto vari: fantascienza, fantasy o ambientazioni più domestiche per la famiglia di scoiattoli che deve suddividersi i compiti domestici senza disparità. I testi incoraggiano le piccole lettrici e i piccoli lettori a non lasciarsi condizionare nella scelta di abbigliamento, sport e progetti per il futuro. Chi dice che i ragazzi sono attaccabrighe e le ragazze amano il rosa sta cadendo in uno stereotipo. E gli stereotipi non sono altro che fesserie. (Letto da Chiara Anselmi)

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Collettivo Una Volta per Tutte

All’attacco! Storie da collezionare

Ideazione Maya Vetri

Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Sta già riscuotendo meritatissimo successo l’album di figurine femministe in distribuzione dal 23 novembre scorso. Sono 28 ritratti di donne (più due bonus) realizzati da disegnatrici e disegnatori che hanno lavorato gratuitamente per questa collezione i cui proventi contribuiscono alla raccolta fondi per scongiurare il rischio di chiusura della Casa delle Donne Lucha y Siesta. Diciotto disegnatori (Anarkikka, Makkox, Rita Petruccioli e Mauro Biani solo per menzionarne qualcuno) hanno illustrato brevi biografie di Emma Gonzalez, Ilaria Cucchi, Greta Thunberg, Carola Rackete accanto a quelle meno conosciute di Sophia Jex-Blake e Mpho Tshivhase o di figure storiche come Margaret Sanger e Lucia Ottobrini. La scelta delle protagoniste è tutt’altro che ovvia e qualcuna di certo vi sorprenderà. Completare la raccolta è un’occasione di incontro, sono già in preparazione eventi per lo scambio dei doppioni, noi di femministerie ne abbiamo già pronto un mazzetto. Per sapere dove acquistare album e figurine adesive potete rivolgervi all’indirizzo di posta elettronica 1voltaxtutte@gmail.com, o alle pagine facebook e instagram allattaccostoriedacollezionare. (Letto da Chiara Anselmi)

Siamo tutte King Kong?

KKT.indddi Chiara Anselmi

Non è raro aver preconcetti di cui non si è pienamente consapevoli. Ammetto di aver iniziato la lettura di King Kong Theory di Virginie Despentes (la nuova edizione di Fandango libri, nell’affilata traduzione di Maurizia Balmelli) con molta curiosità ma un po’ come fosse la testimonianza di qualcosa di serio, grave ma remoto: cosa potevo avere in comune con un’anarco-punk passata attraverso un ricovero in una clinica per disturbi psichici, uno stupro, la prostituzione e il porno? La sorpresa di sentirmi visceralmente interpellata sin dalle primissime pagine ha svelato il mio pregiudizio, King Kong ne ha smantellato un bel pezzo. O così spero.

Il saggio-biografia si apre con una premessa di posizionamento: Despentes ci illustra da quale sponda ci scrive; la schiera di donne che enumera prende forma nel nostro immaginario diventando una moltitudine che si allarga fino a includerci. Dopo una iniziale resistenza a identificarci con le brutte, le vecchie, le camioniste, le frigide, le malscopate, le inscopabili, le isteriche le tarate (…) tutte le escluse dal grande mercato della gnocca; la frustrazione per il senso di inadeguatezza a standard irraggiungibili che ci incalza da tutta la vita comincia a farsi più nitida: l’ideale della donna bianca soddisfatta e seducente non lo incarniamo neppure lontanamente e, in effetti, nemmeno esiste. Continua a leggere

Grazie, Pedro!

 

 

Vi proponiamo il testo del discorso pronunciato da Lucrecia Martel, presidente della Giuria della Mostra del Cinema di Venezia, per il Leone d’oro alla carriera assegnato a Pedro Almodovar. La traduzione è di Carlotta Cerquetti.

 

 

 

“Oggi siamo riuniti per celebrare Pedro Almodovar.
Uso queste parole che sono le stesse della messa cattolica.
Il cinema è la sua religione, lo ha detto molte volte.
Il cinema ha posto rimedio a ciò che la scuola umiliava in lui e in molte ragazze e ragazzi.
La sua parrocchia era il cinema del quartiere. Su quell’altare di luci, di canzoni orecchiabili, danzavano le dive di tutti i tempi che lo proteggevano dagli inutili moralismi, come dovrebbero fare i santi.
In un’intervista hai detto di essere stato sicuramente un bambino molto forte per sostenere così tanta mancanza di comprensione.
Il più forte dei bambini. Continua a leggere

L’ipotesi di un figlio (la maternità è bellissima ma non ci vivrei)

maternitabisdi Chiara Anselmi

Non c’è scampo: ogni donna in età fertile che non si decida a procreare deve vedersela con opinioni non richieste sulle sue scelte: parenti, amici, conoscenti, perfetti estranei avranno qualcosa da obiettare.

Il discorso pubblico è intriso della retorica della madre: “la Patria ha bisogno di figli! Chi pagherà le nostre pensioni? Il crollo demografico è la prima causa della stagnazione dell’economia!” Chi non si riproduce è utile capro espiatorio dei mali della società. Associazioni ambientaliste britanniche provano a richiamare l’attenzione sul fatto che la crescita demografica globale vanifica qualunque pratica virtuosa per la salvaguardia del pianeta. Siamo troppi, consumiamo troppo, soprattutto nei paesi del primo mondo. Ma un sentimento diffuso -e incoraggiato- individua in ogni donna che non contribuisca alla riproduzione della stirpe una traditrice della comunità, la voce di chi sostiene l’autonomia di scelta in tema riproduttivo trova sempre pochissimo spazio.

Voce profonda, piena di dubbi e ambivalenze, che risuona invece nelle pagine di Maternità della scrittrice canadese Sheila Heti. Continua a leggere

Piena di grazia: come nasce una strega

piena di graziadi Caterina Venturini

“In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano,” così scriveva qualche anno fa su Lo Straniero Alice Rohrwacher, in occasione dell’uscita del suo secondo film Le Meraviglie, in cui la regista ricreava il paesaggio rurale della sua infanzia: una zona di confine tra Umbria-Lazio e Toscana.

Proprio da una zona di confine per eccellenza, il Sannio – che si estende fra tre regioni, Abruzzo, Molise e Campania – viene la scrittrice Licia Pizzi che con il suo terzo romanzo, Piena di grazia, e una prosa tesa seppure elusiva, sembra rispondere alla richiesta di Rohrwacher, riportando tutti noi alle brutali radici da cui proveniamo, e a quel passato contadino da cui l’Italia, non solo il Sud Italia della storia, proviene: è una campagna che nulla ha di “innocuo”, sempre citando la regista umbra, e vive/prolifera su rapporti di forza affatto innocenti o romantici, come vorrebbero i depliant turistici quando assicurano l’evasione e il sogno bucolico.
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Raccontare il patriarcato senza vittimismo: Sofia, di Meryem Benm’Barek

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Maha Alemi (Sofia), Sarah Perles, Lubna Azabal, Nadia Niazi, Faouzi Bensaïdi

di Chiara Anselmi

In un appartamento medio-borghese di Casablanca è in corso un pranzo di famiglia, la conversazione in cui si alternano francese e arabo e le allusioni ricorrenti al denaro evocano rigidi rapporti gerarchici dissimulati da un tono artificiosamente confidenziale. Sofia, poco più che adolescente, si rifugia in cucina in preda al panico per le contrazioni di un parto imminente. La sua gravidanza è rimasta celata a tutti sotto gli abiti informi, il figlio che sta per partorire è illegittimo, Sofia non è sposata.

È così che la giovane regista marocchina Meryem Benm’Barek ci scaraventa nella prima scena del film Sofia, meritatamente premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes, nella sezione Un Certain Regard; un thriller sociologico in cui le minacce incombenti sono l’infame articolo 490 del Codice Penale marocchino che punisce il sesso prematrimoniale con la detenzione e le convenzioni sociali che fanno di una madre nubile una reietta. Una partoriente che arrivi in ospedale senza un certificato di matrimonio va incontro alla denuncia da parte dei sanitari, una donna sola con un figlio -anche quando la maternità sia risultato di uno stupro- viene respinta ai margini della società. Continua a leggere

Altri sguardi, le pioniere della settima arte

loisweb

Lois Weber

di Chiara Anselmi

careers

Una giovane nordamericana che, nel 1920, avesse cercato ispirazione nel popolare libro di Catherine Filene “Careers for women” -guida alle centosessanta professioni appropriate per le giovani donne- vi avrebbe trovato un vigoroso incoraggiamento a intraprendere la carriera di regista cinematografica. I consigli elargiti da Ida May Park (1879 –1954) regista e prolifica sceneggiatrice, sottolineavano la naturale inclinazione delle donne verso la professione grazie alla “superiorità delle loro facoltà emotive e immaginative”. Il suggerimento era tutt’altro che campato in aria: nel 1916 il regista più pagato di Hollywood era in effetti una regista: Lois Weber.

Nel secondo decennio del Novecento non era insolito trovare una donna dietro la macchina da presa: cent’anni fa la percentuale di opere realizzate da cineaste arrivava a raggiungere il 18%, oggi è molto più bassa (dati qui e qui )

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