Raccontare il patriarcato senza vittimismo: Sofia, di Meryem Benm’Barek

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Maha Alemi (Sofia), Sarah Perles, Lubna Azabal, Nadia Niazi, Faouzi Bensaïdi

di Chiara Anselmi

In un appartamento medio-borghese di Casablanca è in corso un pranzo di famiglia, la conversazione in cui si alternano francese e arabo e le allusioni ricorrenti al denaro evocano rigidi rapporti gerarchici dissimulati da un tono artificiosamente confidenziale. Sofia, poco più che adolescente, si rifugia in cucina in preda al panico per le contrazioni di un parto imminente. La sua gravidanza è rimasta celata a tutti sotto gli abiti informi, il figlio che sta per partorire è illegittimo, Sofia non è sposata.

È così che la giovane regista marocchina Meryem Benm’Barek ci scaraventa nella prima scena del film Sofia, meritatamente premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes, nella sezione Un Certain Regard; un thriller sociologico in cui le minacce incombenti sono l’infame articolo 490 del Codice Penale marocchino che punisce il sesso prematrimoniale con la detenzione e le convenzioni sociali che fanno di una madre nubile una reietta. Una partoriente che arrivi in ospedale senza un certificato di matrimonio va incontro alla denuncia da parte dei sanitari, una donna sola con un figlio -anche quando la maternità sia risultato di uno stupro- viene respinta ai margini della società. Continua a leggere

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Altri sguardi, le pioniere della settima arte

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Lois Weber

di Chiara Anselmi

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Una giovane nordamericana che, nel 1920, avesse cercato ispirazione nel popolare libro di Catherine Filene “Careers for women” -guida alle centosessanta professioni appropriate per le giovani donne- vi avrebbe trovato un vigoroso incoraggiamento a intraprendere la carriera di regista cinematografica. I consigli elargiti da Ida May Park (1879 –1954) regista e prolifica sceneggiatrice, sottolineavano la naturale inclinazione delle donne verso la professione grazie alla “superiorità delle loro facoltà emotive e immaginative”. Il suggerimento era tutt’altro che campato in aria: nel 1916 il regista più pagato di Hollywood era in effetti una regista: Lois Weber.

Nel secondo decennio del Novecento non era insolito trovare una donna dietro la macchina da presa: cent’anni fa la percentuale di opere realizzate da cineaste arrivava a raggiungere il 18%, oggi è molto più bassa (dati qui e qui )

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In carta e ossa, le donne a fumetti

di Chiara Anselmi

‘Un settore tradizionalmente maschile’ è una frase che si ripete con tale frequenza, e in riferimento ad ambiti così disparati, che viene da domandarsi quale non lo sia; quello dei graphic novel -uno dei pochi dell’editoria in crescita negli ultimi anni- non fa eccezione. I cataloghi delle collane di fumetti non pullulano davvero di firme femminili. Trovarne quattro tra le novità, e tutte italiane, è un evento.

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Donne che parlano, o dell’esorbitante prezzo del perdono

di Chiara Anselmi

Tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, gli abitanti di una colonia di mennoniti (setta cristiana anabattista che rifiuta la modernità, osserva rigidissimi codici di comportamento e vive isolata del resto del mondo) furono indotti a credere che le donne del villaggio venissero punite dal demonio per comportamenti immorali.

Alcune abitanti della colonia -donne, ragazze e persino bambine- si svegliavano al mattino torpide, svestite, piene di lividi, con tracce di sangue e sperma sul corpo e sulle lenzuola e senza alcuna memoria di cosa fosse accaduto durante la notte.

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Visioni Mediterranee

di Chiara Anselmi

La cronaca rende difficile pensare al Mediterraneo senza angoscia. L’UNHCR ammonisce: nel 2018 sono più di 2000 i migranti morti nei naufragi delle imbarcazioni che cercavano di raggiungere le coste europee. Quelle rotte, attualmente le più pericolose del mondo, per millenni hanno messo in relazione popoli e culture, hanno plasmato la nostra identità molto più profondamente di quanto chi ha deciso di trasformare il Mare Nostrum in un gigantesco camposanto sia disposto ad ammettere.

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Io sono Una, contro la violenza sulle donne

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di Chiara Anselmi

Un concetto con il quale #metoo ha finalmente costretto tutti a familiarizzare è che esiste una violenza secondaria che le vittime di abusi sessuali si trovano a subire: l’estrema difficoltà di parlarne. Non trovare ascolto impedisce l’elaborazione del trauma, la ferita sembra non cicatrizzare mai.

Il perverso meccanismo sociale che induce le sopravvissute a vergognarsi di un abuso di cui sono vittime incolpevoli è raccontato con acutezza dal graphic novel Io sono Una (Becoming Unbecoming), dell’artista inglese Una, pubblicato in Italia da Add editore.

La vicenda si svolge tra il 1975 e il 1981 nel distretto di Leeds, Yorkshire: un uomo assassinò brutalmente 13 donne e ne ferì gravemente altre 9, dopo averle violentate. Le indagini della polizia -e il racconto dei media- si focalizzarono sul ‘killer delle prostitute’, nonostante alcune delle vittime non lo fossero affatto.

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