L’anatomia impazzita e luminosa di una vera outsider: Eleonora Danco a teatro

di Sara De Simone

«quand’è il caso
mi calo la visiera
e do coltellate di bellezza.»
Jolanda Insana, Fendenti fonici 1982

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Quando si ha la fortuna di incontrare un’artista come Eleonora Danco bisogna seguirla. Non come una freccia, che ci indichi la strada, ma come una perturbazione che ci mantenga elettrici e in allarme.
Chi è in cerca di rassicurazioni o anela a piccole proposte – rivoluzioni tollerabili – sarà a disagio con il teatro di Eleonora Danco.
Nessun consiglio, nessuna certezza, nessuna intenzione didascalica nei testi della drammaturga, regista e performer romana, già due anni fa record di incassi al Teatro India con lo spettacolo che ora riporta in scena. Piuttosto una scarica di parole esatte, una catena potente di immagini che lasciano senza fiato perché arrivano ed entrano dappertutto, e fanno venire in mente alcuni versi del grande poeta russo Vladimir Majakovskij:

«Conosco dove hanno di casa il cuore, gli altri.
Dentro il petto, si sa.
Per me invece
è impazzita l’anatomia.

È tutto cuore,
romba dappertutto.»

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Maria Lai e l’arte di tenere insieme

di Sara De Simone

Niente all’apparenza era legato. Sedevano separati gli uni dagli altri. E lo sforzo del legare e del fluire e del creare poggiava tutto su di lei. Di nuovo sentì, come un dato di fatto puro, non ostile, la sterilità degli uomini; perché se quello sforzo non lo faceva lei, non lo avrebbe fatto nessuno”
V. Woolf, Al faro
(trad. it. N. Fusini)
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A tutti capita di ferire per errore, per incapacità, per sventatezza. Tutti siamo maldestri con le fragilità, le tenerezze altrui. Ma che qualcuno possa passare il tempo a prendere la mira, non riesco a capirlo ancora oggi. Ogni volta che lo vedo, su di me o sugli altri – questo allenamento all’umiliazione, questa muscolarità dell’offesa, questo gioco al massacro – rimango incredula, confusa, incerta. Com’è possibile studiare la ferita? Impiegare tempo, energia, pensieri per trovare la maglia più lenta, il lembo più scoperto, il punto di rottura? C’è un metodo del dolore, una tecnica della mortificazione, un sistema dell’insulto che mi sconvolge ogni volta, per quanto accada continuamente. Continua a leggere

Che cosa significa imparare a perdere: Elizabeth Bishop, la poesia e le cose che cadono

di Sara De Simone

La vita di Elizabeth Bishop, una delle più grandi poete americane del Novecento, fu costellata di perdite.
Non che ne esista una che non lo è: siamo tutti, ogni giorno, esposti al disastro della scomparsa – nostra, degli altri, perfino degli oggetti.
Quello che cambia, semmai, sono le sequenze e le intensità: ci sono vicende umane in cui la perdita fa da tema costante e principale, batte il ritmo, tiene la trama. Queste esistenze si organizzano intorno ai loro vuoti, ed alle assenze, come certe architetture si sviluppano – e sostengono – a partire da uno spazio cavo.

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Elizabeth Bishop in Brasile nel 1955

Elizabeth nasce nel 1911, in Massachusetts, e nello stesso anno perde suo padre William a causa di una malattia. Non ci vorrà molto perché “perda” anche sua madre, ricoverata in manicomio e da lì mai più uscita fino alla morte, nel 1934. Elizabeth, così, è costretta a fare il giro dei parenti: prima affidata ai nonni, poi a una zia, i suoi primi anni di vita sono un circuito continuo di distacchi e riadattamenti, affetti perduti e legami nuovi, case lasciate indietro e luoghi estranei a cui doversi abituare.

È di certo anche per questo che, una volta ventenne, dopo essersi laureata in Letteratura, comincia a girovagare per il mondo. Visita l’America in lungo e in largo, e poi l’Africa, e l’Europa, e mentre viaggia, e si sposta, osserva il mondo: è questo andare nel distante e nello sconosciuto a darle vita, è quest’orbita intorno all’altrove a farla incontrare con se stessa.

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Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

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On being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci estraggono un dente e ritorniamo alla superficie nella sedia del dentista e confondiamo il suo «si sciacqui la bocca – si sciacqui la bocca» con il saluto della divinità che dal pavimento del cielo si inchina per darci il benvenuto – quando pensiamo a tutto questo e a molto altro ancora, e siamo frequentemente costretti a farlo, allora diventa davvero strano che la malattia non abbia preso lo stesso posto dell’amore, della guerra, della gelosia tra i più grandi temi della letteratura.».

È dissacrante, Virginia, ha la penna sottile, ride e sorride delle umane miserie, anche e in primo luogo delle proprie. Non dimentichiamo che fin da giovanissima ha trascorso lunghi periodi di malattia, settimane costretta a letto da mal di testa implacabili e cori di voci in greco che le parlano nelle orecchie tormentandola. Di questo dolore riesce a dirci potentemente quando lo presta e lo trasforma nei suoi personaggi (basti pensare alla pazzia di Septimus ne La signora Dalloway), ma questo stesso dolore cupo, inesorabile, invasivo, Virginia è anche capace – e più spesso di quanto si creda – di esorcizzarlo, cambiargli di segno, di renderlo vitale. Continua a leggere

Virginia da giovane, Virginia ragazza

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Ritratto della scrittrice da giovane (UTET, 2017)

di Sara De Simone

Virginia da giovane, Virginia ragazza. Sono passati 136 anni da quel 25 Gennaio del 1882, giorno della sua nascita… ma per celebrarla, oggi, ci piace parlare di quando era ancora una Stephen.
S’intende prima di sposare Leonard Woolf, a trent’anni, ossia prima di diventare la donna del “Lupo” come lei stessa si divertiva a scrivere.
Una pregevole pubblicazione delle lettere che Virginia Woolf scrisse dal 1896 al 1912 – tra i quattordici e i trent’anni quindi – è stata da poco ripubblicata ampliata per la cura di Andrea Cane, con una bella prefazione di Nadia Fusini, da UTET libri.

“Ritratto della scrittrice da giovane” annuncia il titolo, ed è proprio così: leggere queste lettere significa poter guardare da vicino, mentre prede forma, il ritratto di Virginia in un primo lungo arco della sua vita, meno noto ai più. Significa poter scoprire e godere dei suoi pensieri di adolescente, rintracciare i semi di ispirazioni e idee che torneranno, entrare in quella che – insieme al diario – costituì la palestra della scrittura nonché uno dei luoghi privilegiati della sua educazione sentimentale e affettiva.

Scriveva molte lettere, Virginia, e le scriveva così bene che qualcuno tra i suoi amici era solito dirle – con ironia e un poco di malizia – che avrebbe dovuto vincere il premio come migliore scrittrice epistolare al mondo. Continua a leggere

Eccentriche #1 – Quel vulcano di Emily

Di Sara De Simone

La rubrica Eccentriche è dedicata a scrittrici, poete, artiste di tutti i tempi che si sono mantenute fuori dal centro, non solo a causa dell’esclusione che per secoli le ha relegate in una posizione marginale, ma anche e soprattutto perché da quello spazio di confine e da quella visione periferica hanno saputo guardare di più, più a fondo, più lontano e raccontare mondi che altri non vedevano e collegare territori che altri tenevano separati.
Nella scelta del titolo hanno agito senz’altro gli echi della Society of Outsiders di Virginia Woolf, ma anche dei Soggetti eccentrici di Teresa de Lauretis, nonché di più recenti volumi come Le eccentriche. Scrittrici del Novecento (Botta, Farnetti, Rimondi) e di chissà quante altre voci e memorie interne…
Ma soprattutto ha influito la predilezione per buona parte delle parole che cominciano con ec- e in particolare eccentrica, eccessiva, eccedente, eccitante, eccezionale. Tutte parole adatte a descrivere le donne di cui parleremo.

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William Turner, Mount Vesuvius in Eruption, 1817

La Mia Vita era stata – Un Fucile Carico –
Negli Angoli – finché un Giorno
Il Proprietario passò – Mi identificò –
E Mi portò via –
E ora vaghiamo in Boschi Regali –
E ora cacciamo la Cerva –
E ogni volta che parlo per Lui
Le Montagne subito rispondono –
E basta ch’io sorrida, quale vigorosa luce
Sulla Valle avvampa –
È come se una faccia vesuviana
Avesse liberato il suo piacere […]
trad. it. Giuseppe Ierolli (ultimi 2 vv trad. mia)

My Life had stood – a Loaded Gun – è una delle poesie più celebri di Emily Dickinson ed assurge quasi a manifesto di tutta la sua opera e, potremmo dire, anche della sua vita. Continua a leggere