Maria Lai e l’arte di tenere insieme

di Sara De Simone

Niente all’apparenza era legato. Sedevano separati gli uni dagli altri. E lo sforzo del legare e del fluire e del creare poggiava tutto su di lei. Di nuovo sentì, come un dato di fatto puro, non ostile, la sterilità degli uomini; perché se quello sforzo non lo faceva lei, non lo avrebbe fatto nessuno”
V. Woolf, Al faro
(trad. it. N. Fusini)
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A tutti capita di ferire per errore, per incapacità, per sventatezza. Tutti siamo maldestri con le fragilità, le tenerezze altrui. Ma che qualcuno possa passare il tempo a prendere la mira, non riesco a capirlo ancora oggi. Ogni volta che lo vedo, su di me o sugli altri – questo allenamento all’umiliazione, questa muscolarità dell’offesa, questo gioco al massacro – rimango incredula, confusa, incerta. Com’è possibile studiare la ferita? Impiegare tempo, energia, pensieri per trovare la maglia più lenta, il lembo più scoperto, il punto di rottura? C’è un metodo del dolore, una tecnica della mortificazione, un sistema dell’insulto che mi sconvolge ogni volta, per quanto accada continuamente.

Mi vengono in mente le parole di Anna Maria Ortese quando in “Corpo Celeste” domanda: «Credete davvero che la vita umana sia sempre e solo trionfo sull’altro? Che per essere contenti della propria vita bisogna aver posato il piede sul capo dell’altro?». Questo tipo di trionfi e di contentezze rimangono per me un mistero assoluto, insondabile. Non è ingenuità, non le capisco davvero. Tutta la mia attenzione, il mio amore, la mia commozione, la mia gratitudine a coloro che dove altri spezzano provano a riparare, a quelli che passano la vita ad intrecciare fili, a tenere insieme, nodo su nodo, la tela delle vicinanze, la trama delle connessioni.

Vorrei che imparassimo tutti dalla grande artista Maria Lai – andate urgentemente a vedere la sua mostra al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo – che, quando le chiesero di realizzare un monumento ai caduti del suo paese natale, Ulassai, in Sardegna, rispose che avrebbe fatto un monumento ai vivi. E così realizzò l’opera collettiva “Legarsi alla montagna” con cui, attraverso più di 20 km di nastro azzurro, legò fra loro tutte le case del paese fino alla montagna che lo sovrasta. Ci mise più di un anno per convincere gli abitanti, spesso contrari per inimicizie storiche tra le famiglie e rapporti di tensione o discriminazione fra loro. Ma l’8 Settembre del 1981 tutta la popolazione fu coinvolta e si mobilitò: ogni casa di Ulassai fu legata all’altra da questo filo paziente, colorato, tenace. È un’immagine che mi commuove profondamente. Una donna e un’artista che passa più di un anno a tessere e a contrattare per legare insieme il suo paese, con un’opera d’arte, per la durata di un solo giorno. Pensateci un attimo: un anno di fatica per un giorno legati insieme. Pensateci. Ditemi se non è questa la salvezza. E se un giorno così, in qualche modo, non dura per sempre.

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