#ProssimaMente – Il corpo al centro della scena educativa

Senza titolo

Jérôme Bel – Gala

di Roberta Ortolano

Prendere un mezzo pubblico a Roma certe volte vuol dire essere schiacciati in un corpo a corpo, fino a non poter respirare. Al di là del fatto che i mezzi sono oggettivamente pochi e spesso pure mal funzionanti, una delle cose più frequenti che mi è capitato di pensare è questa: ma come sarebbe bello se ora questo nostro stare appiccicati in questo spazio si trasformasse in una danza, come in uno di quei laboratori espressivi in cui ciascuno impara a occupare tutto lo spazio che c’è senza assalire l’altro, sapendosi guardare intorno, avendo cura di chi ne ha più bisogno, percependo forze ed equilibri. Chi prende i mezzi sa che spesso il problema è che le persone si affollano attorno alle porte d’uscita, per la paura del tutto giustificabile di restare ingabbiate, lasciando lo spazio centrale della vettura semivuoto. Succede che ci si arrabbia gli uni contro gli altri, ci si insulta, qualche volta ci si picchia pure. Continua a leggere

L’anatomia impazzita e luminosa di una vera outsider: Eleonora Danco a teatro

di Sara De Simone

«quand’è il caso
mi calo la visiera
e do coltellate di bellezza.»
Jolanda Insana, Fendenti fonici 1982

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Quando si ha la fortuna di incontrare un’artista come Eleonora Danco bisogna seguirla. Non come una freccia, che ci indichi la strada, ma come una perturbazione che ci mantenga elettrici e in allarme.
Chi è in cerca di rassicurazioni o anela a piccole proposte – rivoluzioni tollerabili – sarà a disagio con il teatro di Eleonora Danco.
Nessun consiglio, nessuna certezza, nessuna intenzione didascalica nei testi della drammaturga, regista e performer romana, già due anni fa record di incassi al Teatro India con lo spettacolo che ora riporta in scena. Piuttosto una scarica di parole esatte, una catena potente di immagini che lasciano senza fiato perché arrivano ed entrano dappertutto, e fanno venire in mente alcuni versi del grande poeta russo Vladimir Majakovskij:

«Conosco dove hanno di casa il cuore, gli altri.
Dentro il petto, si sa.
Per me invece
è impazzita l’anatomia.

È tutto cuore,
romba dappertutto.»

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Che genere di memoria

di Cecilia D’Elia

tantefacce_whEbbene sì. Alla fine dello spettacolo io e Maddalena ieri sera avevamo gli occhi lucidi. Il racconto di Tante facce della memoria ci aveva accompagnato per poco più di un’ora, facendoci ascoltare le voci delle testimoni di quel tempo. Sei bravissime attrici, Mia Benedetta, Bianca Nappi, Carlotta Natoli, Lunetta Savino, Simonetta Solder, Chiara Tomarelli, dirette da Francesca Comencini per interpretare sei donne realmente esistite, partigiane e non,  diversamente coinvolte e toccate dall’eccidio delle Fosse Ardeatine: Carla Capponi, Marisa Musu, Ada Pignotti, Vera Simoni, Gabriella Polli, Lucia Ottobrini.

La drammaturgia, curata da Mia Benedetta e Francesca Comencini,  è liberamente tratta dalle registrazioni raccolte da Alessandro Portelli, autore de L’ordine è già stato eseguito.  Lo spettacolo porta sulla scena l’altra faccia dell’eccidio in cui persero la vita 335 uomini, e restituisce parola alle donne, alle parenti delle vittime, le partigiane, le testimoni, che in vario modo furono coinvolte e che sopravvissero a quella mattanza. Continua a leggere

La banalità del senso della vita

di Francesca Marta

Arianna-Scommegna-Maria-Paiato-DUE-DONNE-CHE-BALLANO-_DSC6471R-phMarinaAlessi-300x200Sono stata a vedere “Due donne che ballano”, con la regia di Veronica Cruciani al teatro India. E dopo essere uscita, andando verso casa, non ho acceso la radio, ma ho continuato a pensare.

Due donne che ballano è un delicato crescendo di sentimenti, è una storia di famiglie e di decisioni, ed è una lettura contemporanea  della confidenza femminile. Il tutto chiuso in un ambiente hopperiano minimalista  e lievemente claustrofobico, segnato da una luce tagliata dalle forbici di una sarta sul trascorrere delle giornate. Continua a leggere

La fuga, quaranta anni fa

di Cecilia D’Elia

lafugaUn testo teatrale degli anni settanta del secolo scorso, scritto da un’intellettuale femminista, la scrittrice e giornalista Muzi Epifani nel 1976 e oggi riproposto dalla casa editrice la mongolfiera con un’introduzione di Cristina Comencini. La fuga, questo il titolo, fotografa un momento storico ed esistenziale straordinariamente rilevante, un tempo di mutamento della coscienza delle donne e di cambiamento della politica e della società italiana.
Per il suo essere profondamente immerso in quel clima e in quel travaglio della soggettività femminile il testo è anche un documento storico importante. La sua ripubblicazione è un’occasione per avvicinarci oggi alla produzione letteraria di un’autrice originale, scomparsa nel 1984, a soli 49 anni. Continua a leggere