Non c’è più tempo. Noi siamo la cura

Pubblichiamo il documento politico dell’Assemblea della Magnolia. L’iniziativa, promossa dalla Casa internazionale delle donne di Roma, è stata sostenuta da tantissime associazioni, gruppi e singole donne, che hanno cercato insieme di individuare i nodi che il Covid-19 ha fatto prepotentemente emergere e di proporre soluzioni attente ai diritti e alle libertà delle donne.

Non c’è più tempo. Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite. Noi siamo la cura

Siamo le donne dell’Assemblea della Magnolia che si incontrano dal mese di luglio su iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Una pluralità di donne, tantissime e diverse, con le loro competenze e soggettività, da sempre impegnate per la libertà e l’autonomia delle donne e a praticare “la cura del vivere”, nelle esperienze personali e sociali, e nella politica.

È in ragione di questa forza che vogliamo prendere parola e contribuire alle scelte da fare oggi, per affrontare l’epidemia Covid-19, non come una “guerra da vincere” e per tornare alla “normalità”, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e uomini, ed il mondo in cui viviamo.  Costruendo qui e ora un futuro a misura delle necessità e all’altezza dei nostri desideri.

Con la pandemia il pianeta ha fatto sentire la sua voce.

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2020: Odissea nelle serie

di Carlotta Cerquetti

Tentata dal tipico compendio di fine anno, ho cercato di ricordarmi di tutte le serie TV viste e apprezzate quest’anno e mi sono accorta di quanto le donne sono state presenti e spesso indimenticabili protagoniste. Anche dietro la macchina da presa. È anche vero che io le serie con le donne alla regia e nella storia me le cerco, per cui sicuramente è un compendio di parte.

Per chi avesse voglia, ecco qualche nota su quello che ho visto e che consiglio.

(Ps: non tutte queste serie sono già disponibili in Italia ma mi auguro lo saranno presto.)

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Un voto, tanti perché: Biden e le donne americane

di Francesca Caferri

Foto Gage Skidmore

Ci vorrà tempo, prima che la polvere si posi sulle schede delle elezioni americane 2020: alcune debbono ancora essere aperte e conteggiate, altre sono pronte ad essere esaminate di nuovo, di fronte ai ricorsi presentati dal team legale di Donald Trump. Ma con la proclamazione della vittoria di Joe Biden si è già aperto un nuovo capitolo, quello dell’analisi che – per quanto provvisoria – di questo voto si può già fare.

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Il futuro delle donne: quale “next generation”?

di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

Immagine tratta dalla pagina Facebook della Casa Internazionale delle Donne

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2020 abbiamo registrato 470 mila occupate in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Di queste, 323 mila avevano un contratto a tempo determinato. Il tasso di occupazione femminile resta così sotto la soglia del 50%, attestandosi al 48,4, mentre il divario fra tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini è del 18,9%, tra i peggiori in Europa.

La pandemia, nella quale siamo ancora immersi, ha esasperato i carichi domestici e di cura, e impoverito le donne. Come ha ricordato Marcella Corsi, la situazione economica che stiamo vivendo può essere definita con il termine inglese Shecession, una recessione che colpisce le donne molto più degli uomini, a differenza della crisi del 2008 che fu invece una Hecession, a causa della forte perdita di posti di lavoro concentrata nell’edilizia e nell’industria manifatturiera.

La Shecession nel nostre Paese può avere effetti drammatici, intervenendo su un sistema già fortemente segnato da disuguaglianze di genere. Per questo la sfida è epocale: cambiare tutto, oppure perdere del tutto la possibilità di guardare al futuro, di investire sul futuro, anche in termini di scelte di vita.

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Voto No. Ma il No non basta

di Giorgia Serughetti

Tagliare di un terzo il numero dei parlamentari: sì o no? Domenica e lunedì andremo a votare su un quesito referendario che invita ad approvare o respingere un nuovo tentativo di modificare la Carta del 1948 con l’intento dichiarato di migliorare la funzionalità delle istituzioni democratiche.

Le ragioni del “sì” parlano di risparmio sui costi della politica e di aumento dell’efficienza dei lavori parlamentari. Quelle del “no” si incentrano piuttosto sul rischio che, specie in assenza di correttivi elettorali, si vada a ridurre la rappresentatività, andando a penalizzare i partiti minori e alcune zone del territorio nazionale, non riuscendo nel contempo a incidere sull’efficienza senza una revisione dei meccanismi di formazione del processo legislativo.

Personalmente, condivido le ragioni del “no”. Considero quella su cui siamo chiamati a esprimerci una riforma che, nata nel brodo di coltura dell’antipolitica, svilisce il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili. In più, condivido la preoccupazione delle “donne per il no” secondo cui il taglio penalizzerebbe l’elezione delle donne, ancora gravemente marginalizzate nei luoghi decisionali, aumentando la competizione e rafforzando i sistemi di cooptazione interna. Continua a leggere

Madri e no di Flavia Gasperetti

di Francesca Mancini e Maddalena Vianello

“La società ci dice che la vita di chi è genitore ha intrinsecamente più valore di quella di chi non lo è, e questo probabilmente aggrava lo sconforto di tutti. Crea uno stigma sociale che può portare chi non ha figli a sentirsi incompleto, mancante, e similmente pesa su chi invece si cimenta nell’impresa e non riesce ad assaporare la felicità promessa.” Flavia Gasperetti

Ti ricordi? Ti ho scritto dopo aver intravisto un tuo post sui social e ti ho chiesto: ma quel libro vale veramente la pena? Mi hai risposto un sì, molto deciso. Sei sempre molto decisa sui libri che leggi. E io, come spesso accade, ho seguito il tuo consiglio. E per fortuna perché “Madri e no” di Flavia Gasperetti è un libro potente, importante.

Ho trascorso la prima estate della vita di mio figlio – fra un salvagente e una paletta – a rosicchiare qua e là minuti per leggere, sottolineare, appuntare. Ho trovato buffa questa coincidenza. Un libro scritto da una donna che di figli biologici non ne desidera convintamente, consigliato da un’amica che di figli biologici non ne desidera altrettanto convintamente, letto e inseguito nella mia prima estate da madre. Eppure, è proprio questa la potenza di “Madri e no”. Abbattere muri immaginari. Quei muri alzati troppo spesso fra le donne e dalle donne che scelgono di essere madri (riuscendoci) e quelle che no. Muri fatti di accuse celate, di competizione, di rivendicazione, ma sottotraccia: la scelta più coraggiosa, più altruista, più pura politicamente, più libera dai dettami sociali. Meccanismi a me estranei, che generano, però, il sospetto del bisogno di rafforzare la propria posizione, puntellandola di dogmatismi per renderla patinata e rassicurante.

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Due, tre cose sulla candidatura di Kamala Harris che hanno a che fare con l’Italia

Credit foto: Gage Skidmore

di Renata Pepicelli

In questi giorni in Italia negli ambienti di centro-sinistra e in certi segmenti del movimento femminista circola un generale entusiasmo per la candidatura di Kamala Harris alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Se mai i democratici vincessero le elezioni del prossimo autunno, Joe Biden condividerebbe il governo degli Usa con una donna di 55 anni, figlia di padre giamaicano e madre indiana entrambi emigrati. Se non è la prima volta che negli USA viene proposta una donna a ricoprire un tale incarico, è la prima volta che una donna “non bianca” corra per questa posizione.

Diversi politici italiani, incluso il leader del PD Nicola Zingaretti, hanno pubblicamente espresso compiacimento per questa decisione. Il rallegrarsi per scelte d’oltreoceano richiederebbe tuttavia una certa coerenza interna in questa parte di mondo. Richiederebbe che coloro che gioiscono per la candidatura  di Harris ponessero immediatamente al centro del dibattito pubblico italiano la questione della riforma della cittadinanza, e a che a ciò facesse seguito un serio impegno affinché in Italia nel 2020 sia garantito il diritto di candidarsi e di eleggere i propri rappresentanti ad oltre un milione di bambini, ragazzi, giovani che, sebbene nati e/o cresciuti in Italia, non sono riconosciuti come italiani/e dalla legge a causa delle origini dei loro genitori. In Italia, in virtù di una visione legislativa superata dalla realtà dei fatti e dalle trasformazioni sociali in corso, continua a vigere una legge sulla cittadinanza anacronistica basata sullo ius sanguinis che priva molti bambini e ragazzi, che di fatto sono parte di questo paese, del diritto a essere formalmente riconosciuti come italiani. Continua a leggere

30 anni, femminista

 

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Credit foto: Kristoffer Trolle

di Silvia Grasso

Ho scoperto tardi il femminismo o, forse, l’ho sempre praticato senza saperlo. Capita se si nasce e cresce in una cultura patriarcale in cui qualsiasi regola ha il travestimento del giusto e del buono e, se non la si segue, si è cattive e sbagliate. Succede di più nei micro tessuti sociali in un cui non si parla di femminismo, non lo si conosce, non lo si spiega: lo si scambia per un movimento esoterico di nicchia, in cui le femministe sono donne ribelli che dovrebbero soltanto stare a casa a crescere i figli o a badare ai mariti come se fossero animali domestici da compagnia. Continua a leggere

#ProssimaMente – Post-it di una giornalista di moda in quarantena

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di Sara Kaufman

Post-it con appunti presi in queste settimane – mentre la moda, di cui sono solita occuparmi, è ferma. Spunti per articoli o, semplicemente, cose da tenere a mente.

Post-it uno: casa mia. Incredibile come si fanno strada stereotipi e cattive abitudini. Casa mia allo scoccare del lockdown è tornata agli anni Cinquanta. Lui lavora, io mi occupo della casa e del bambino. Il mio lavoro? Secondario in quanto meno retribuito. Mica si può campare coi due spicci che guadagno io, ci vuole uno stipendio vero, uno stipendio ‘maschile’. Non c’è stato neanche bisogno di discuterne: un tacito accordo familiare. Normale, quello che non è normale è che sia la normalità. Come giornalista di moda freelance non mi aspetto di guadagnare quanto un ingegnere meccanico – sono, a prescindere dal genere, categorie salariali diverse. Però piacerebbe anche a me avere uno stipendio ‘maschile’, ancorché da giornalista di moda. Se poi ci fosse anche il famoso reddito di cura del quale tanto si discute, forse il mio compagno avrebbe detto “sai che c’è? lavora tu, che se non scrivi per due mesi sparisci dalla piazza. Tanto col reddito di cura i conti tornicchiano.” Magari glielo avrei detto io. Quantomeno ne avremmo discusso.

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#ProssimaMente – Il plusvalore del lavoro di cura

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di Simona Ricci

Per almeno un ventennio, dalla Legge 53/00 che ha determinato sicuramente uno spartiacque legislativo in tema di politiche di conciliazione tra cura e lavoro, ci siamo sperimentate in progetti, formazione, politiche culturali che avevano l’obiettivo di diffondere esperienze e pratiche, soprattutto contrattuali ma non solo, attraverso le quali abbiamo tentato di produrre un cambiamento culturale, innanzitutto nelle aziende e negli enti pubblici.

Avevamo l’ambizione che la cultura d’impresa potesse cambiare, che di fronte ad una richiesta di congedo, di flessibilità in entrata o in uscita, una richiesta di part time, anche temporaneo, non ci saremmo trovate di fronte ad un muro, ad un no, o anche ad un sì però condizionato. Continua a leggere