Femminismo: è possibile il dialogo tra generazioni?

Il documentario “Femminismo!” di Paola Columba è il racconto per voci e immagini di cosa resta delle battaglie storiche degli anni Settanta in un tempo, come il nostro, in cui spesso abbiamo la sensazione di tornare indietro. Al centro c’è il dialogo, apparentemente mancante, tra generazioni di donne. Abbiamo visto il film, in cui compaiono anche alcune di noi (inclusa l’autrice del post), nella proiezione per la stampa che si è tenuta a Roma il 25 gennaio. Ne è nata, dentro Femministerie, una discussione sul tema del “passaggio di testimone”. Il post che segue è frutto di questa riflessione, e speriamo che stimoli altre giovani donne, anche in seguito alla visione del documentario, a dire la loro. “Femminismo!” sarà proiettato il 18 febbraio alla Casa internazionale delle donne di Roma.

femminismodi Costanza Bianchi

Mi è capitato più di una volta di sentire le femministe della vecchia guardia definire la mia generazione come non solo disinteressata alle tematiche di genere, ma addirittura ignara dei problemi che ci circondano. Sento come se tra noi e loro ci fosse un divario molto ampio: loro ci guardano con distacco e noi inevitabilmente ci allontaniamo. Sono convinta che la mia generazione sia meno idealista, anche perché, grazie a loro, ci siamo trovate in un mondo un po’ più giusto e non abbiamo dovuto lottare per alcuni diritti fondamentali che le nostre mamme e le nostre nonne ci hanno lasciato in eredità. Tutto questo non implica che io e le mie coetanee non ci troviamo davanti grandi sfide: il divario salariale, le servitù domestiche, la violenza di genere, l’oggettificazione del corpo femminile, solo per citarne alcune.

Come possiamo pensare di superare questi ostacoli se anche tra donne che stanno dalla stessa parte non vi è dialogo? E soprattutto perché questo dialogo, questo proficuo scambio di idee, manca? Continua a leggere

La marcia delle differenze

jessicasabogal-womenareperfect-1di Giorgia Serughetti

La Women’s March on Washington del 21 gennaio è stata senz’altro un evento straordinario, fuori dall’ordinario, perché nei paesi occidentali è sempre più raro assistere a manifestazioni di queste dimensioni, tanto più se guidate dalle donne. L’America è scesa in piazza, è stato scritto. In piazza per sostenere un programma politico “che parla a tutte e tutti”, a “persone di ogni genere, razza, cultura, appartenenza politica”, e si riallaccia all’eredità di tutti i movimenti: dal suffragismo all’abolizionismo, al femminismo, alle lotte dei nativi americani fino a Occupy Wall Street e a Black Lives Matter. Sul palco si sono susseguite le voci di donne bianche, nere, latine, lesbiche, etero, musulmane, cristiane, e uomini, donne, transgender. Tra le celebrità, c’erano femministe storiche come Gloria Steinem, icone del movimento per i diritti civili e per la liberazione delle donne come Angela Davis, star dell’attivismo di sinistra come Michel Moore.

Se tutto questo è rimbalzato sui media di tutto il mondo, spesso accompagnato dallo stupore che produce la forza delle donne quando esce allo scoperto, molta meno attenzione è stata data, dalle nostre parti, alla discussione che ha preceduto e in parte seguito la mobilitazione. Una discussione al cui centro sono state non le similarità ma le differenze tra donne, quelle di razza, classe, orientamento sessuale, religione, abilità, nazionalità. Le differenze che determinano una distribuzione ineguale di privilegi e oppressione, portando alcune a vivere sulla propria pelle il pregiudizio e le discriminazioni con una violenza sconosciuta alle donne bianche o delle classi più agiate. Continua a leggere

Sindaco sì, sindaca no? Chi dice neutro dice maschile

mansplainingdi Giorgia Serughetti

Se c’è una questione capace di sintetizzare la distanza tra lo sguardo maschile sulle donne e la vita delle donne nella società, questa è la questione del sessismo linguistico. Per alcuni una contesa vuota, per altri una disputa per esteti, per altri ancora un problema rispetto a cui “c’è ben altro di cui parlare”: fatto sta che di riconoscere l’uso al femminile di termini che indicano cariche e titoli onorifici si parla fin dalla fine dagli anni ’80, da quando Alma Sabatini nel 1987 redigeva per la Presidenza del Consiglio del Ministri le sua Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Da allora non è cambiato molto nelle abitudini linguistiche di chi scrive e chi parla nel nostro paese, nonostante le spinte decisive impresse al cambiamento da donne del mondo della politica e della cultura.

È la battaglia ad essere sbagliata, come scrive su Affaritaliani Massimo Sgrelli, presidente del comitato scientifico dell’Accademia del Cerimoniale e già Capo Dipartimento del Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, o sono le resistenze ad essere coriacee? Continua a leggere