Donne che parlano, o dell’esorbitante prezzo del perdono

di Chiara Anselmi

Tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, gli abitanti di una colonia di mennoniti (setta cristiana anabattista che rifiuta la modernità, osserva rigidissimi codici di comportamento e vive isolata del resto del mondo) furono indotti a credere che le donne del villaggio venissero punite dal demonio per comportamenti immorali.

Alcune abitanti della colonia -donne, ragazze e persino bambine- si svegliavano al mattino torpide, svestite, piene di lividi, con tracce di sangue e sperma sul corpo e sulle lenzuola e senza alcuna memoria di cosa fosse accaduto durante la notte.

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Violenza contro le donne. Perché dobbiamo continuare a lottare

foto25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. È l’occasione per dichiararsi tutti – istituzioni politiche e culturali, giornali e televisioni, partiti e sindacati, associazioni e comitati di ogni sorta – convinti difensori del genere femminile. In questi giorni è un susseguirsi di dichiarazioni, iniziative, convegni, campagne di comunicazione. In tanti si dicono impegnati nella lotta contro la violenza. E tanti probabilmente lo sono, più o meno efficacemente.

Dunque è fatta, verrebbe da dire. L’opinione pubblica diffusa ha capito. A cinque anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul il Paese è più avanti.

Eppure, qualcosa non torna. Continua a leggere

Che cosa significa imparare a perdere: Elizabeth Bishop, la poesia e le cose che cadono

di Sara De Simone

La vita di Elizabeth Bishop, una delle più grandi poete americane del Novecento, fu costellata di perdite.
Non che ne esista una che non lo è: siamo tutti, ogni giorno, esposti al disastro della scomparsa – nostra, degli altri, perfino degli oggetti.
Quello che cambia, semmai, sono le sequenze e le intensità: ci sono vicende umane in cui la perdita fa da tema costante e principale, batte il ritmo, tiene la trama. Queste esistenze si organizzano intorno ai loro vuoti, ed alle assenze, come certe architetture si sviluppano – e sostengono – a partire da uno spazio cavo.

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Elizabeth Bishop in Brasile nel 1955

Elizabeth nasce nel 1911, in Massachusetts, e nello stesso anno perde suo padre William a causa di una malattia. Non ci vorrà molto perché “perda” anche sua madre, ricoverata in manicomio e da lì mai più uscita fino alla morte, nel 1934. Elizabeth, così, è costretta a fare il giro dei parenti: prima affidata ai nonni, poi a una zia, i suoi primi anni di vita sono un circuito continuo di distacchi e riadattamenti, affetti perduti e legami nuovi, case lasciate indietro e luoghi estranei a cui doversi abituare.

È di certo anche per questo che, una volta ventenne, dopo essersi laureata in Letteratura, comincia a girovagare per il mondo. Visita l’America in lungo e in largo, e poi l’Africa, e l’Europa, e mentre viaggia, e si sposta, osserva il mondo: è questo andare nel distante e nello sconosciuto a darle vita, è quest’orbita intorno all’altrove a farla incontrare con se stessa.

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Visioni Mediterranee

di Chiara Anselmi

La cronaca rende difficile pensare al Mediterraneo senza angoscia. L’UNHCR ammonisce: nel 2018 sono più di 2000 i migranti morti nei naufragi delle imbarcazioni che cercavano di raggiungere le coste europee. Quelle rotte, attualmente le più pericolose del mondo, per millenni hanno messo in relazione popoli e culture, hanno plasmato la nostra identità molto più profondamente di quanto chi ha deciso di trasformare il Mare Nostrum in un gigantesco camposanto sia disposto ad ammettere.

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Le donne, la scrittura e la storia non ancora narrata

di Giorgia Serughetti

Cosa cerca una donna quando scrive? Con questa domanda si apre il libro di Maria Rosa Cutrufelli, Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli, 2018). Un libro che parla dell’arte del narrare, dal mito all’autofiction, attraverso la penna di una scrittrice che ha praticato quest’arte in ogni forma, attraverso inchieste giornalistiche, saggi, racconti, romanzi.

Nella visione di Cutrufelli, la scrittura si presenta come una pratica rigorosa, che richiede di padroneggiare una tecnica, di rispondere alle regole severe che l’autrice si dà e che sono al tempo stesso il vincolo e l’opportunità attraverso cui la creazione si dispiega, costringendola a un esercizio di coerenza. Continua a leggere

L’onda rosa contro Trump

ows_1504804467970di Francesca Caferri

Che il loro ruolo sarà fondamentale lo ha riconosciuto anche il grande protagonista delle elezioni americane di midterm di martedì: il presidente Donald Trump. “Le donne –  ha detto in uno dei suoi ultimi comizi – non vogliono i migranti della carovana in America, le donne vogliono sicurezza, vogliono stare sicure”. Già, le donne: insultate nella campagna elettorale del 2016, derise alle prime uscite dei Pussy hat, i cappelli rosa che sono stati il primo simbolo della rivolta contro il presidente, sottovalutate come forza di cambiamento durante le udienze per la conferma del giudice Brett Kanavaugh alla Corte Suprema, le donne saranno, stando a tutte le analisi, la parte dell’elettorato che deciderà l’esito di questo voto.

Fondamentale, in particolare, sarà il ruolo dell’elettorato femminile bianco urbano: quello che nel 2016 abbandonò Hillary per un mai celato disprezzo nei confronti dei Clinton e che consegnò in questa maniera la vittoria a Trump. Continua a leggere

Feminists: una storia infinita

feministsdi Cecilia D’Elia

Dal 12 ottobre si può vedere su Netflix Femministe, ritratti di un’epoca – titolo originale: Feminists: What Were They Thinking?qui il trailer.

Il racconto della regista Johanna Demetrakas parte da un libro di fotografie di Cynthia MacAdams del 1977, ritratti di donne, artiste, scrittrici, cantanti, attiviste, colte nel momento dell’esplodere del femminismo. Una nuova nascita, così appare nei ricordi delle intervistate, la propria presa di coscienza. Irriducibili singolarità di donne scoprono il proprio valore grazie al femminismo, epifania collettiva del genere. “C’era un’onda e volevo cavalcarla”. A parlare sono Jane Fonda, Gloria Steinem, Lily Tomlin, Judy Chicago, Laurie Anderson, Michelle Phillips, Margaret Prescod, Phyllis Chesler, Anne Waldman, per citarne solo alcune.

Protagoniste della ribellione al modello di virtù femminili, all’educazione domestica. “Donne si diventa”, aveva scritto Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, e Jane Fonda ricorda l’esuberanza che ogni ragazza conosce e come questa venga rinchiusa, mortificata, seppellita. “Fai la brava”, è il refrain del disciplinamento continuo. Tutte educate a “guardare i ragazzi da bordo campo” (Celine Kuklowsky). Negli anni 70 la grande rivolta e le ragazze finalmente disobbediscono. Continua a leggere