Genitorialità, potere e violenza: le menzogne e i pericoli di un ddl contro le donne e i figli

di Teresa Manente*

Attualmente è in esame al Senato il disegno di legge n. 735, discusso congiuntamente ai d.l. 45 e d.l. n. 768, tutti recanti disposizioni in materia di “affido condiviso, mantenimento diretto e diritto alla bigenitorialità”. La visione sottesa a tali iniziative legislative non è nuova, ma si inserisce in una tendenza delle politiche del diritto a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari attraverso interventi autoritativi e disciplinari, con una compressione esponenziale dell’autonomia personale dei/delle singoli/e al loro interno, e a ridefinire il regime di genere all’interno della società. Sotto la falsa patina della parità, declinata come interscambiabilità, le figure genitoriali sono infatti plasmate intorno ad una vera e propria segregazione di genere, che respinge di nuovo le donne in una posizione di subordinazione al potere maschile. Continua a leggere

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Ddl Pillon: più che una riforma, un contrattacco

Un assaggio della “famiglia illiberale”, quella per capirci che hanno in testa i sovranisti al governo, si aggira per le stanze del Senato. Si tratta del disegno di legge del senatore Pillon “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”.

Sono molti i motivi per opporsi decisamente e non prenderlo sottogamba. Dietro un finto e astratto egualitarismo si nasconde un’impostazione classista e sessista. Nella relazione che accompagna il testo depositato in Commissione Giustizia si fa riferimento all’Europa e ai dati sulle separazioni negli altri paesi, dove l’affido condiviso è più diffuso che in Italia, ma mai si dice che siamo il paese in cui vi è la più rigida divisione sessuale del lavoro domestico e di cura. I maschi italiani sono infatti gli europei che dedicano meno ore a tali occupazioni.

A proposito della nuova sensibilità dei padri, che pure vediamo all’opera in tante famiglie, ci sarebbe piaciuto un movimento di uomini per aumentare le ore di congedo parentale obbligatorio per i neopapà, ma ci ritroviamo invece un testo che sembra dettato dalle associazioni dei padri separati, che non affronta il tema – pur presente nelle nostre società – del loro impoverimento, ma sceglie di imporre un modello di famiglia, senza nessun ascolto dei bisogni dei soggetti coinvolti.

Proponiamo dunque alcune prime riflessioni, con l’intento di aprire un dibattito sul blog, per organizzare l’opposizione ma anche riprendere una riflessione sul diritto di famiglia e le famiglie nel nostro tempo. Continua a leggere

Se Trump dichiara guerra all’aborto

jane Roedi Francesca Caferri

Roe contro Wade. Tenetela a mente questa espressione all’apparenza così misteriosa perché nelle prossime settimane dominerà i titoli dei giornali di tutto il mondo e polarizzerà il dibattito negli Stati Uniti. Roe contro Wade è la storica sentenza del 22 gennaio 1973 con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti legalizzò l’aborto: un punto di svolta per le donne americane, ma non solo per loro.

Nell’era di Donald Trump Roe contro Wade è ora in pericolo: nei prossimi giorni il presidente americano si prepara a indicare chi sarà il prescelto per sedere nella Corte Suprema americana come nuovo giudice al posto di Anthony Kennedy, presto in pensione. Trump ha fatto sapere che il suo candidato sarà, senza dubbio alcuno, un ultraconservatore contrario all’aborto: una dichiarazione che ha allarmato gli ambienti progressisti al pari delle mosse più reazionarie di Trump, dal muslim ban alla separazione dei bambini dai genitori ai confini degli States. Continua a leggere

Non è famiglia

di Viola Lo Moro

In un’altra vita ho scritto una tesi su due romanzi familiari, scritti a distanza di un secolo circa l’uno dall’altro: I Buddenbrook e Carne e Sangue. Per scriverne ho letto molti testi letterari e non solo che avevano a che fare con le famiglie, e con il modo in cui la loro narrazione fosse cambiata nel tempo e nei diversi contesti storici, sociali e geografici. Sono quindi particolarmente in difficoltà quando alle famiglie vengono associate qualità che richiamano un universo semantico immobile, eterno, naturale, stabile, aproblematico e scevro da ambivalenze di cui invece l’esperienza familiare di tutte e tutti – mi sentirei di affermare – è piena. Mi viene un gran prurito all’idea che per controbattere le affermazioni omofobe e lesbofobe del ministro Fontana si debba ricorrere alla retorica dell’amore e dei sentimenti, quando la realtà è più complessa di così. Ne capisco le ragioni ovviamente, ma mi sta stretta come una calza post operatoria. Continua a leggere

Bloomsbury e il valore creativo dell’idea di comunità

di Nadia Fusini

Uscendo di slancio e come da un incubo dall’epoca vittoriana, i giovani di Bloomsbury sostituiscono all’esaltazione dell’egoismo borghese e del conformismo sociale il valore creativo dell’idea di comunità, nella volontà di inseguire nuove strade di conoscenza e soprattutto di inventare nuove forme di vita. Insieme, questi giovani uomini e donne, ritirandosi dai privilegi e dagli imperativi e dalle costrizioni di classe e contestando la repressione etica e sessuale che l’etichetta e l’ideologia vittoriana imponevano, reinventano l’esistenza in assoluta libertà intellettuale e sessuale, rispetto a codici ormai esausti e inerti. In questo senso, la loro è una delle proposte più ardite dell’intero Novecento, a cui ancora oggi ispirarsi per recuperare il senso profondo della libertà individuale. E del bene comune.

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46, Gordon Square, Londra

Bloomsbury non fu né un movimento con un programma, né una religione con relativo culto, né una cellula di sovversione estremista. Fu un indirizzo: 46, Gordon Square dove si trasferirono i quattro orfani Stephen – Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian alla morte del padre Leslie. Lì avvenne un miracolo, quello dell’apertura della mente. Quei giovani condividevano predilezioni artistiche, motivazioni sociali, tendenze politiche, e soprattutto letture. Fondamentale la lettura dei Principia Ethica di G.E. Moore, professore di filosofia a Cambridge. In una specie di eucarestia tutta laica, moderna, di quel libro si nutrirono. Quel libro fu la loro Bibbia.
Ma all’epoca ‘quelli di Bloomsbury’ furono assai chiacchierati, assai criticati dall’establishment intellettuale e culturale, cui pure appartengono. Gli amici di famiglia, i parenti altolocati non capivano: ma com’era possibile che le figlie di Leslie si mescolassero con tipi del genere? Deplorevole, deplorevole!  I benpensanti sparlavano del fatto che Virginia e Vanessa dividessero la casa con uomini; oltre al fratello Adrian, con Maynard Keynes, Duncan Grant e Leonard Woolf. Circolavano strane voci, che si denudassero tutti insieme e si accoppiassero sui divani in mezzo al salotto. Si favoleggiava di una certa serata in cui Vanessa, accaldata per le danze, cominciò uno strip-tease che la lasciò a seno nudo. E di un’altra sera, quando Maynard Keynes e Nessa si accoppiarono sul pavimento, mentre Duncan, ora l’amante di Maynard, imitava Niinskij ballando sulle punte dei piedi davanti a Lydia Lopokova, famosa ballerina, che diventerà la moglie di Keynes. Si sospettava che i giovani di Bloomsbury non avessero sentimenti, né morale, né fede. Se non altro per la libertà che si prendevano rispetto al perbenismo sessuale puritano. Quella sessuale è in effetti una libertà che viene ricercata e difesa prepotentemente a Bloomsbury.
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Irlanda, il merito va alle donne

di Laura Fano Morrissey*

Venerdì 25 maggio è stata una giornata storica per l’Irlanda. Nessuno si sarebbe aspettato una vittoria così schiacciante del Sì, soprattutto dopo una campagna estremamente divisiva e aggressiva da parte del fronte del No.

Le scene di donne con le lacrime agli occhi hanno fatto il giro del mondo. Quelle lacrime non sorprendono chi conosce l’orribile ottavo emendamento che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quello della madre, di fatto spogliava ogni donna incinta di qualunque diritto. Non sorprende chi conosce la storia di questo paese, stretto per decenni tra le morse di una letale alleanza tra Stato e Chiesa, sentire donne dire: “Finalmente siamo libere”. Continua a leggere

Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

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On being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci estraggono un dente e ritorniamo alla superficie nella sedia del dentista e confondiamo il suo «si sciacqui la bocca – si sciacqui la bocca» con il saluto della divinità che dal pavimento del cielo si inchina per darci il benvenuto – quando pensiamo a tutto questo e a molto altro ancora, e siamo frequentemente costretti a farlo, allora diventa davvero strano che la malattia non abbia preso lo stesso posto dell’amore, della guerra, della gelosia tra i più grandi temi della letteratura.».

È dissacrante, Virginia, ha la penna sottile, ride e sorride delle umane miserie, anche e in primo luogo delle proprie. Non dimentichiamo che fin da giovanissima ha trascorso lunghi periodi di malattia, settimane costretta a letto da mal di testa implacabili e cori di voci in greco che le parlano nelle orecchie tormentandola. Di questo dolore riesce a dirci potentemente quando lo presta e lo trasforma nei suoi personaggi (basti pensare alla pazzia di Septimus ne La signora Dalloway), ma questo stesso dolore cupo, inesorabile, invasivo, Virginia è anche capace – e più spesso di quanto si creda – di esorcizzarlo, cambiargli di segno, di renderlo vitale. Continua a leggere