Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

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On being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci estraggono un dente e ritorniamo alla superficie nella sedia del dentista e confondiamo il suo «si sciacqui la bocca – si sciacqui la bocca» con il saluto della divinità che dal pavimento del cielo si inchina per darci il benvenuto – quando pensiamo a tutto questo e a molto altro ancora, e siamo frequentemente costretti a farlo, allora diventa davvero strano che la malattia non abbia preso lo stesso posto dell’amore, della guerra, della gelosia tra i più grandi temi della letteratura.».

È dissacrante, Virginia, ha la penna sottile, ride e sorride delle umane miserie, anche e in primo luogo delle proprie. Non dimentichiamo che fin da giovanissima ha trascorso lunghi periodi di malattia, settimane costretta a letto da mal di testa implacabili e cori di voci in greco che le parlano nelle orecchie tormentandola. Di questo dolore riesce a dirci potentemente quando lo presta e lo trasforma nei suoi personaggi (basti pensare alla pazzia di Septimus ne La signora Dalloway), ma questo stesso dolore cupo, inesorabile, invasivo, Virginia è anche capace – e più spesso di quanto si creda – di esorcizzarlo, cambiargli di segno, di renderlo vitale.
Pensare a Virginia Woolf solo come ad una donna sofferente, tormentata e difficile è uno dei più grandi equivoci in cui certa divulgazione è inciampata (o ha voluto insistere) negli anni, e che ancora continua a influenzare i lettori che la conoscono meno.

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Virginia Woolf fotografata da Gisele Freund

Leggere il suo “On being ill”, allora, può essere utile per entrare in contatto con un’altra Virginia – sempre la stessa in realtà, ma un’altra rispetto a quella di cui abbiamo sentito raccontare più spesso. Perché per Virginia, appunto, la malattia non è solo il fondo senza fondo della depressione, il buio delle imposte chiuse, ma anche una risorsa, o meglio ancora un’occasione, proprio nel senso etimologico del termine. Se pensiamo al termine latino occasio (dal verbo occidere) subito ci troviamo davanti a un movimento che ci indica una caduta, ad un procedimento discensionale.
La malattia ci accade, ci cade davanti o siamo noi a caderci dentro. Le maglie del mondo improvvisamente non tengono, quello che eravamo ieri ci sembra di non esserlo più e nello stato alterato della febbre, della tristezza o della paura per qualcosa di più grave iniziamo a farci le domande più strane, a ricordare fatti remotissimi, e percepiamo la vita in una maniera alterata, fantastica e scorticata al tempo stesso, distorta rispetto alla percezione lineare delle cose, ma per qualche ragione più vicina alla verità. Scrive in proposito Virginia:

«Con la malattia la simulazione cessa. Appena ci comandano il letto, o sprofondati tra i cuscini in poltrona alziamo i piedi neanche un pollice da terra, smettiamo di essere soldati nell’esercito degli eretti; diventiamo disertori. Loro marciano in battaglia. Noi galleggiamo tra i rami nella corrente; volteggiamo alla rinfusa con le foglie morte sul prato, non più responsabili, non più interessati, capaci forse per la prima volta dopo anni di guardarci intorno, o in alto – di guardare, per esempio, il cielo.».

Quella che certamente è una disgrazia, la malattia, si rivela anche per certi versi uno stato di grazia, un cambiamento di postura che modifica la nostra percezione del reale e che ci dà la possibilità di guardare dove non abbiamo guardato e dove gli altri, gli eretti, vigili, indaffarati, ossessionati dal profitto, non hanno occasione di guardare.

«Di solito è impossibile guardare il cielo per un periodo lungo di tempo. I pedoni sarebbero intralciati e sconcertati da un pubblico osservatore del cielo. I frammenti di cielo che riusciamo a rubare sono mutilati da comignoli e chiese, servono da sfondo all’uomo, significano pioggia o bel tempo […] Ora noi, diventanti una foglia, o una margherita, supini, lo sguardo rivolto in alto, scopriamo che il cielo è qualcosa di così diverso, ma così diverso che ne siamo scioccati. Ecco dunque cos’è che da tanto tempo andava avanti senza che lo sapessimo! – un incessante farsi e disfarsi di forme, nuvole che s’ammassano insieme e trascinano da settentrione a mezzogiorno vaste teorie di navi e vagoni, sipari di luci e ombre che s’aprono e ricadono senza posa, un’interminabile sperimentazioni di raggi dorati e ombre azzurre, il sole che si vela e si svela…».

Viviamo in un mondo sempre più ostile ai concetti di limite, di vulnerabilità, di dipendenza. E in pochi, davvero, riuscirebbero a pensare alla malattia come al momento in cui finalmente – e anche dolorosamente – ci si può prendere la briga di guardare il cielo. Questo perché con sempre maggiore insistenza ci viene richiesto di essere rapidi, verticali, produttivi e sempre più la parola “malato” pare essere diventata una parola proibita, minacciosa, che deve rimanere nel non detto perché una volta pronunciata modifica l’aria, la luce, la temperatura delle cose, e con esse i rapporti.
Leggendo le considerazioni della Woolf, però, vien proprio da pensare che se fossimo tutti più vicini al nostro limite, il limite come ferita e al contempo asse centrale della nostra vita, se potessimo dirci fragili ed enunciare la fragilità di chi amiamo ci risparmieremmo molta fatica, tante frasi di circostanza, e, incredibile a dirsi, potremmo perfino ritrovarci a scoprire qualcosa, che a volte è un guadagno. Perché se c’è una cosa che la malattia dà la possibilità di fare è quella di cessare qualsiasi tipo di simulazione. E questo è, nei fatti, un grande guadagno.
Allora il suono della frase “sono malata, sono malato” non dovrebbe togliere luce al cielo, o fare meno verde il prato ma anzi suonare come un avviso: in questo punto, in questa maglia che non tiene, qui, proprio qui, finisce ogni simulazione.
E qui dunque si restituisce qualcosa al cielo, al prato, alla giornata perché si inizia a parlare delle cose per quelle sono. Di quella che Totò e Ninetto Davoli, malconci burattini gettati in una discarica nella memorabile chiusa di “Che cosa sono le nuvole?” di Pasolini, definivano sospirando la “straziante meravigliosa bellezza del creato”.
Quella che in certi casi si può vedere solo nell’orizzontalità inservibile, nella radicale libertà e solitudine del non più marciante, del non eretto, del supino.

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Fotogramma da Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini (1967)

Qualche volta, allora, distesi nel nostro letto – che sia un letto fisico o lo scenario mentale in cui ci sentiamo prostrati e sconfitti – potremmo cogliere l’occasione per smettere di sentirci scaraventati fuori dalla realtà perché non stiamo producendo o agendo su essa, e vederla la realtà, col suo strazio e con il suo splendore. Qualche volta sì, qualche volta, uno spettacolo così può valere l’impegno di venti di giorni di lavoro, e la malattia – proprio lei, la negletta, la pericolosa, l’odiosa – può finire per salvarci la vita.
Non è un salvataggio che dura per sempre. Altri dolori, altre pieghe, altri cunicoli, altre stanchezze ci faranno sentire avviliti. Non a tutte si potrà porre rimedio. Ma in quei casi bisognerà ricordare, riportare alla mente, ripetersi l’insegnamento come un mantra, un monito prezioso, una regola aurea: qui la simulazione cessa.
Qui, in questo inciampo, in questa interruzione, da questa posizione supina, posso vedere che cosa sono le nuvole. E, ancora più importante, se possibile, riferirne a qualcuno.

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Fotogramma da Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini (1967)


* I passi tradotti di “Dell’essere malati” sono tratti da “Voltando pagina. Saggi 1904-1941” a cura di Liliana Rampello (Il Saggiatore, 2011)

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Mestruazioni: una lettura contro lo stigma

rupi-kaurdi Chiara Anselmi

Sono fortunata, non ho mai avuto alcun problema a parlare del mio flusso mestruale in famiglia, con le amiche o con i miei partner. Sarà per questo che leggendo in metropolitana il libro di Elise Thiébaut Questo è il mio sangue, Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, sulla cui copertina italiana campeggia un assorbente interno (immacolato) su sfondo rosso sangue, ci ho messo qualche minuto a capire come mai le mie compagne e i miei compagni di viaggio mi osservassero con un misto di imbarazzo e curiosità.

In effetti non è proprio una cosa della quale ci si aspetti che una parli con disinvoltura, ma è esattamente quello che il saggio ci invita a fare. Continua a leggere

Breve storia vera: alla ricerca della coppetta sconosciuta

di Costanza Bianchi

Qualche mese fa, dopo averci pensato su, ho deciso di acquistare una coppetta per le mestruazioni. Per chi non sapesse cos’è (visto che in Italia non se ne parla ancora granché) si tratta, per l’appunto, di una coppetta in silicone morbido lavabile e Coppettariutilizzabile durante il periodo del ciclo mestruale. Alcune amiche mi avevano parlato della loro esperienza in maniera più che positiva e mi sono detta “perché non tentare?”. Devo ammetterlo, i motivi per iniziare ad usarla erano davvero entusiasmanti: la magica coppetta è molto economica (di solito costa intorno ai 19 euro e dura alcuni anni), è estremamente igienica (ad esempio usata al mare o in piscina è assolutamente preferibile agli assorbenti interni) e soprattutto ha un forte impatto ecologico. Lo confesso che l’idea di non produrre più notevoli quantità di rifiuti mi ha dato la spinta decisiva. Per approfondire (o per scoprire) l’impatto ambientale degli assorbenti usa e getta segnalo questo articolo bello ed esaustivo. Per darvi solo un assaggio della quantità di rifiuti prodotti: si stima che una donna nell’arco della sua vita usi circa 12000 assorbenti. Quindi perché non provare (o almeno considerare) soluzioni alternative ed efficaci?

Piena di buoni propositi, decido di andare subito nella farmacia più vicina a casa per procurarmi questo magico dispositivo. Arrivo, mi metto in fila e aspetto il mio turno. Finalmente tocca a me e già mi immaginavo uscire trionfante dal negozio con il mio nuovo splendido acquisto.

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La forma del desiderio

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di Chiara Anselmi

Sin dall’inizio dell’anno, da quando le cento donne francesi hanno pubblicato su Le Monde il loro manifesto in difesa della libertà di importunare come ultimo baluardo della seduzione – e molti e molte pure da noi si sono spesi in questa direzione – ho provato un disagio che facevo fatica a tradurre in parole efficaci. Come poteva essere difeso un rituale intriso di manipolazione psicologica e abuso di potere, di ruoli inflessibili e copioni vetusti ed essere per giunta associato alla parola libertà? Poi finalmente ho visto il film di Guillermo Del Toro La forma dell’acqua e sono stata grata a chi aveva avuto la capacità di evocare con le immagini quello che faticavo a esprimere a parole.

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Dopo il 4 marzo, appuntamento alla Casa

mary-poppins-voto-alle-donne-1518979374Martedì 20 marzo alle ore 18 si terrà un’assemblea pubblica alla Casa internazionale delle donne: 4 marzo punto e a capo

In vista di questo appuntamento, che la Casa internazionale delle donne ci ha proposto di promuovere insieme ad altre realtà, Gruppo del mercoledì, NUDM, noi di Femministerie ci siamo scambiate qualche prima riflessione e formulato alcune domande, che qui pubblichiamo:

  1. I temi della libertà femminile o della parità di genere sono stati del tutto assenti nel confronto elettorale. Eppure nel mondo le piazze sono occupate da movimenti guidate dalle donne, movimenti che mostrano la potenza che può avere il discorso femminista nell’interpretare la crisi economica e sociale, a partire da una visione del lavoro che assume per tutti le caratteristiche di insicurezza, mobilità, assoggettamento, dipendenza che sono state nei secoli tipicamente sperimentate dalle donne, dentro e fuori le mura domestiche. Indicano, inoltre, la possibilità di riconoscersi come uguali e differenti al di fuori delle linee di esclusione ed inclusione – che passano attraverso i confini, la cittadinanza, l’appartenenza etnica – tracciate dall’idea di “popolo” dei populisti.
  2. Le forze che hanno vinto le elezioni in Italia sono o dichiaratamente anti femministe o relativamente indifferenti ai temi dei diritti delle donne e del contrasto alla violenza di genere. Guardando al numero di donne elette, in base ai dati definitivi potrebbero arrivare a costituire il 35% dei parlamentari. A quale politica sono appassionate queste donne? Che relazione hanno con il femminismo?
  3. C’è una grande potenzialità nella riflessione femminista e nel ruolo che i femminismi possono svolgere, e nel dibattito pubblico internazionale sempre di più emerge questa consapevolezza. Ma tutto questo stenta a mostrarsi in Italia. Basti pensare a come da noi è stato letto il movimento #metoo, a come è stato denigrato e ridicolizzato, e presto accantonato come un tema di gossip relativo al mondo dei vip. E’ un problema solo di mass media – scandalosa ad esempio l’assenza di presenza femminile nelle maratone elettorali dei diversi canali televisivi, – e vecchie classi dirigenti o c’è qualcosa che riguarda più profondamente la società italiana? Che posto occupa oggi il femminismo? Quale ruolo può svolgere in questa fase di crescita di sentimenti sovranisti, identitari, ostili alle differenze e all’allargamento della sfera dei diritti?

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Sull’essere in disaccordo

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In questi ultimi giorni ho pensato molto a quanto ormai sia diventato difficile essere in disaccordo. Avere opinioni diverse, dirselo, senza per questo smettere di ascoltarsi, o di provare stima. Infatti oggi l’opinione differente, o il gesto che un altro/a fa e io non avrei fatto, diventa intollerabile – offesa, ferita, tradimento, o elemento da ridicolizzare.

Confrontarsi non è più possibile: o il confronto serve a convincere l’altro che deve pensarla come me, oppure è inutile. Non si può dare atto a qualcuno che – nonostante la pensi in maniera diversa, o faccia le cose diversamente da come le farei io – c’è del bene e del bello nella sua differenza. Qualcosa che posso guardare, che posso criticare, ma di cui posso avere rispetto e, mentre per certi versi proprio non mi convince, per altri posso addirittura (!!!) esserne grata. Continua a leggere

Virginia da giovane, Virginia ragazza

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Ritratto della scrittrice da giovane (UTET, 2017)

di Sara De Simone

Virginia da giovane, Virginia ragazza. Sono passati 136 anni da quel 25 Gennaio del 1882, giorno della sua nascita… ma per celebrarla, oggi, ci piace parlare di quando era ancora una Stephen.
S’intende prima di sposare Leonard Woolf, a trent’anni, ossia prima di diventare la donna del “Lupo” come lei stessa si divertiva a scrivere.
Una pregevole pubblicazione delle lettere che Virginia Woolf scrisse dal 1896 al 1912 – tra i quattordici e i trent’anni quindi – è stata da poco ripubblicata ampliata per la cura di Andrea Cane, con una bella prefazione di Nadia Fusini, da UTET libri.

“Ritratto della scrittrice da giovane” annuncia il titolo, ed è proprio così: leggere queste lettere significa poter guardare da vicino, mentre prede forma, il ritratto di Virginia in un primo lungo arco della sua vita, meno noto ai più. Significa poter scoprire e godere dei suoi pensieri di adolescente, rintracciare i semi di ispirazioni e idee che torneranno, entrare in quella che – insieme al diario – costituì la palestra della scrittura nonché uno dei luoghi privilegiati della sua educazione sentimentale e affettiva.

Scriveva molte lettere, Virginia, e le scriveva così bene che qualcuno tra i suoi amici era solito dirle – con ironia e un poco di malizia – che avrebbe dovuto vincere il premio come migliore scrittrice epistolare al mondo. Continua a leggere