Parla con lei #1 Silvia Ricci Lempen

Parla con lei è una nuova rubrica di Femministerie, curata da Sara De Simone, e dedicata esclusivamente ad interviste. Scrittrici, cantanti, artiste, poete, registe, raccontano la loro esperienza con la creazione, lo studio, la realizzazione di opere che abbiano al centro le donne, le loro storie, il loro sguardo.

È uscito da qualche mese, per i tipi di Vita Activa, raffinata casa editrice triestina guidata dall’instancabile studiosa e femminista Gabriella Musetti, l’ultimo romanzo di Silvia Ricci Lempen, scrittrice romana da molti anni trapiantata in Svizzera.
I sogni di Anna, questo il titolo, racconta le storie di cinque donne, e ne fa intravedere una sesta, in un arco temporale molto ampio. La narrazione comincia nel 2012 e risale, a ritroso, fino al 1911. Le protagoniste sono donne molto diverse fra loro, per epoca, per appartenenza, per vissuto, eppure tutte legate l’una all’altra da fili invisibili, ma tenaci, che non hanno a che fare con la biologia, ma con la genealogia simbolica.
Ognuna delle cinque protagoniste è parte dell’esperienza di una delle altre, le fa da specchio, la modifica, con lei percorre un pezzo di strada: una staffetta che attraversa un intero secolo, e che intreccia le vicende delle storie personali con il vasto paesaggio del Novecento e del nuovo secolo.

Incontro Silvia Ricci Lempen a Roma, in Borgo Pio, in una nitida mattinata autunnale. Le mascherine ci impediscono di sorridere, o meglio, ci sorridiamo con gli occhi. I suoi sono chiari, mobilissimi, e vanno a ritmo del suo eloquio per lo più rapido, vivace, incisivo, tranne per alcuni momenti di pausa, in cui lo sguardo, come il tono, s’immalinconisce, diviene lontano.
Poi riprende, elettrico, battente. La ascolto per più di un’ora: è la prima volta che ci incontriamo, ma qualcosa me la rende familiare. Forse è la sua schietta passione per i rapporti intergenerazionali, il suo vivo interesse per il confronto con le donne più giovani, a semplificare il nostro scambio.
È una postura – e insieme una qualità dell’anima e del pensiero – molto specifica, per ciò stesso facilmente riconoscibile: c’è chi, di un’altra generazione, raccontandoti la sua storia enuncia fatti e notizie come stesse facendo un travaso, e c’è chi la sua storia la ripensa insieme a te.
Intendo dire: la ripercorre mettendola in discussione. Lasciandosi toccare dalla tua differenza.

Silvia Ricci Lempen, © Femministerie
Silvia Ricci Lempen, © Sara De Simone

Mi racconta quando è nata l’idea de “I sogni di Anna”? 

Ho iniziato a scrivere questo romanzo nel 2012, ma l’idea è precedente. Fantasticavo da tempo di poter raccontare le storie di tutte le ragazze del mondo, quelle che non sono state raccontate dalla letteratura di formazione, dal Bildungsroman che ha quasi sempre preferito protagonisti maschili…

Un desiderio ambizioso

Sì, una specie di sogno irraggiungibile. Ci pensai la prima volta nel 2004. Ero invitata come guest writer in un’università gallese. Lì, in un giorno di pioggia, ho incontrato una ragazza italiana, una studentessa, che mi ha raccontato la sua storia. Si chiamava – si chiama – Viola. Ascoltandola, mi sono detta: ma è possibile che di storie come questa non parli nessuno?

È interessante che la prima idea nasca dall’incontro con una ragazza, in un luogo “altro”, che pure vi accomunava. Il suo romanzo, del resto, è un romanzo sugli incontri tra donne, e sulle loro alleanze, in particolare quelle intergenerazionali.

Proprio così. Ho scritto, poi, di quella ragazza, Viola, ma non in questo romanzo, in un racconto precedente, in qualche modo “preparatorio”. Poi nel 2012, come dicevo, ho iniziato a scrivere le cinque storie delle protagoniste de “I sogni di Anna” e delle loro iniziazioni. Volevo coglierle nel momento in cui entravano nella vita, nell’attimo di un incontro, o di una scelta, decisiva per il loro futuro.

Le sue personagge si passano il testimone, la vicenda di una conduce all’altra, in una sorta di staffetta che copre un intero secolo, ricostruito a ritroso dal 2012 al 1911. Storie di singole, all’interno dell’ampio quadro della Storia con la ‘s’ maiuscola, a cui Lei dedica molto spazio. Qual è, per Lei, il rapporto tra storia privata e storia pubblica?

Per me storia privata e collettiva sono assolutamente inscindibili. Rimango spesso delusa quando leggo romanzi che separano le due cose. Come se si potesse raccontare una storia individuale, privata, senza che, nel contesto, ci sia la storia pubblica. Questo mi sembra assolutamente contrario all’esperienza umana. La Storia ci determina, entra nella nostra carne.

E poi c’è la storia notturna. Quella dei sogni, che danno il titolo al suo romanzo e che passano di protagonista in protagonista, contribuendo alla struttura ad anelli del romanzo. Come mai ha dato uno spazio così rilevante alla dimensione onirica nel suo romanzo?

Negli anni mi sono molto interessata alla psicoanalisi, sia da un punto di vista teorico, che pratico. Ho indagato a fondo il mio inconscio. E mi sono chiesta più volte se il materiale onirico possa essere trasmesso, nel tempo, da persona a persona, di generazione in generazione. È una domanda appassionante. Ho vissuto in una famiglia in cui non si raccontavano i sogni. Mio padre pretendeva di non sognare mai – questo mi è rimasto sempre molto impresso, perché mi ha fatto pensare «guarda com’è incatenato l’inconscio di quest’uomo».

Lei ha scritto “I sogni di Anna”, parallelamente, sia in francese che in italiano. Non ne ha fatta la traduzione, li ha creati insieme. Sono dunque due romanzi simili, ma diversi, due opere sorelle eppure indipendenti. Come mai ha fatto questa scelta?

Sono italiana ma vivo in Svizzera da tanti anni, dunque sono perfettamente bilingue. Il francese è stata la mia lingua “letteraria” di prima scelta perché, quando ho iniziato a scrivere, mi ha permesso di prendere le distanze dalla mia autobiografia. Scrivendo questo romanzo sia in francese che in italiano ho voluto fare un passaggio ulteriore: attingere a due universi linguistici differenti, navigare tra due lingue per usare la ricchezza, e l’intraducibilità, di entrambe.

E il suo rapporto con l’italiano?

Io mi sento più a casa in francese che in italiano. Almeno, è stato così per molti anni. Un giorno, ad un congresso di Italianistica a cui mi avevano invitato, un poeta svizzero italiano mi disse: «Ma perché scrivi solo in francese? Sarà che non vuoi scrivere nella lingua di tuo padre?». Mi fece riflettere.

L’italiano dunque non come lingua madre, ma come lingua della Patria. L’autorizzazione all’autorialità per Lei è passata per un altro territorio, per un’altra lingua…

Esatto, meglio non si potrebbe dire. L’italiano è stato per me la lingua del Padre. Ma credo che le cose dentro di me siano ormai cambiate…

Il suo romanzo si apre con la vicenda di una ventenne romana, Federica, che incontra una donna più grande, Sabine, alla manifestazione di “Se non ora quando” del 13 Febbraio 2011. Da questo incontro si sviluppa la prima relazione importante, la prima alleanza del libro. Come mai ha scelto questo evento? C’era anche Lei a Piazza del Popolo, quel giorno?

No, non c’ero. Ma ho seguito tutto con grande partecipazione. Ho guardato video, fotografie, letto interviste. Sabine è una teologa femminista, è l’unica femminista tra le mie protagoniste. Per Federica questo incontro è un’apertura verso l’autonomia, segna una discontinuità forte: è grazie allo scambio e al confronto con un’ “altra” donna che Federica sceglie di lasciare Roma per avventurarsi nel mondo. Grazie ad una nuova, possibile, genealogia e trasmissione simbolica.

Qual è il suo rapporto con il femminismo italiano? 

Lo seguo, ma lo conosco fino ad un certo punto. Conosco meglio il femminismo svizzero, che ho vissuto e vivo. Ho diretto per anni Femmes Suisses, una rivista emblematica della storia del femminismo svizzero. Fu creata nel 1912 da una donna straordinaria, Emilie Gourd, una suffragetta ginevrina, intellettuale, giornalista.

Emilie Gourd (1879-1946) © Schweizerisches Sozialarchiv

Com’è stato dirigere una rivista femminista?

Appassionante. Difficile. Eravamo solo donne, otto in tutto. Neanche a dirlo, non c’erano soldi. Si trattava di far nascere, ogni mese, un numero dal nulla: dall’ideazione, alla correzione di bozze. Il lavoro era tanto e io dovevo seguire ogni passaggio. Ma è lì che ho imparato tutto. È l’esperienza che mi ha permesso poi, per anni, di lavorare nella cosiddetta “grande stampa”.

Curo da alcuni anni, qui su Femministerie, una sezione che si chiama “Eccentriche”, dedicata ad artiste indipendenti, visionarie, fuori dal comune. Nel suo romanzo, mischiata con i sogni, c’è un’immagine ricorrente, che torna in tutte le storie narrate. È il quadro di una vera eccentrica dell’arte europea: la pittrice Aloïse Corbaz. Come l’ha incontrata?

A Losanna visito spesso il Museo dell’Art Brut, che ospita opere di non professionisti, autodidatti, spesso figure del margine, come malati psichiatrici o detenuti. È l’arte contemporanea che preferisco. Sono opere autentiche, che parlano subito. Aloïse Corbaz, che fu internata per anni in un ospedale psichiatrico, raffigura nei suoi quadri un femminile regale, trionfante, eccedente. Mi ha sempre colpito che queste immagini così imponenti e vitali uscissero dal pennello di una donna che aveva tanto sofferto. 

Un’opera della pittrice svizzera Aloïse Corbaz

C’è una scrittrice che è stata particolarmente importante per lei? Un incontro letterario fondativo della sua personale genealogia?

Ce ne sono molte. Sul piano internazionale, senza dubbio la scrittrice inglese Antonia Bayatt. La sua quadrilogia è stata, per me, una lettura fondamentale. E poi vorrei menzionare un’autrice svizzera che amo molto, Alice Rivaz. Colgo ogni occasione per parlare di lei, perché è poco conosciuta, ma ha scritto opere splendide. Il suo Jette ton pain, un romanzo del 1979, è davvero una vetta letteraria. 

Fuori dalla finestra della casa in cui Silvia Ricci Lempen mi ha accolta, gli uccelli volano a stormi, intorno alla cupola di San Pietro. Ripartirà domani per la Svizzera. Le chiedo di leggermi qualche riga della versione francese del suo romanzo, Les Rêves d’Anna. Ora mi sembra di capire meglio il suo discorso sulla lingua-madre e la lingua-padre.
La sua voce, in francese, ha un’altra grana: improvvisamente più sottile, quasi da ragazza. Mi chiedo, per un attimo, se sia quella la voce della giovane donna che, anni fa, si è trasferita lontano, in un’altra terra, per incontrare se stessa e la propria scrittura.
“Ci rivedremo”, diciamo. “Magari la prossima primavera”. “La prossima primavera, sì”. Lo ripetiamo più volte, con tale insistenza, che capisco che stiamo cercando di rassicurarci.
Verrà la primavera, verrà. Supereremo questo lungo inverno.


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