Con gli occhi di una ragazza

di Francesca Marta

A chi non è capitato di dire “ok lo faccio” di fronte alla richiesta di un lavoro non proprio di competenza ma che lì per lì è sembrato interessante e curioso? E poi ci si ritrova con la scadenza imminente e si maledice la propria evanescente vena sognatrice, che ogni tanto trascina, nella routine quotidiana, quelle incombenze divergenti che però devi portare comunque a compimento.

Per farla breve. Mi trovo a far parte di una giuria per un contest che la mia organizzazione, Save the Children, propone ogni anno tra bambini, bambine, ragazzi e ragazze su un tema che cambia di volta in volta. I partecipanti vengono suddivisi per categorie anagrafiche e per tipologia di prodotto – testo letterario, fotografia, video. Tutto Mondo Contest, questo il nome della competizione, era dedicato quest’anno a un tema suggestivo “il mondo visto con gli occhi di una ragazza” e per di più si svolgeva in uno scenario decisamente insolito, quello della pandemia.

Insomma, a tre giorni dalla scadenza dell’incarico assegnatomi, mi ritrovo con oltre 100 opere di ragazzi e ragazze, poesie, racconti, fotografie, video da esaminare e valutare. Alcuni inviati quasi per caso e completamente fuori tema, altri mirati, attenti, disciplinati, accurati, folli.

Dopo aver letto e riletto, riguardato, scritto voti, corretto, ricalibrato, mi rendo conto che c’è un mondo, quello dei giovanissimi e delle giovanissime, che, per distrazione o per semplice ottusa convinzione di aver chiuso il cerchio dopo aver fatto uscire di casa due figli, non conosco per niente.

Ed è una sorpresa intensa, un arcipelago di spunti da decifrare.

Innanzitutto gli universi di riferimento. Banalità da biscotti della fortuna, ironie da serie TV, combinazioni di colori da videogiochi di ultima generazione. Ma anche sintassi ben pettinate, tipiche di chi si allena ogni giorno a scuola, e conoscenze fresche, talmente smaglianti che accecano, quel copiare tra l’astuzia e l’ingenuità, quella implicita domanda di pazienza, che spesso noi adulti non sappiamo accogliere.

Appena uscita dal frastuono del primo impatto, cerco di interpretare e di valutare, senza dimenticare che parliamo di giovanissimi e giovanissime, sotto pressione, chiusi nelle loro case, pieni di tempeste e di desiderio, ma anche profondamente annoiati, tormentati, insofferenti. Che provano a guardare il mondo con gli occhi di una ragazza. E cosa vedono con quegli occhi? Mi addentro nel materiale e vengo rapita dal ritmo cupo delle opere, con rare folgorazioni di speranza, ma prevalentemente spettrali, piene di stupri, di lividi, di ferite, di sangue.

Il messaggio del femminicidio, come carta di identità per eccellenza del patriarcato contemporaneo è passato, è passato ovunque, in ogni città, sia per i maschi che per le femmine. Forse perché la chiave del sangue apre facilmente anime avvezze al virtuale pulp, ma c’è di più. C’è una consapevolezza di tragedia che anima la visione, la costante sensazione di un pericolo che si nasconde dietro lo schermo del cellulare, l’inquietante ripetersi di suoni di notifica che segnano il controllo, l’affetto, il possesso, il desiderio, la gelosia, la frustrazione. Il cellulare è protagonista, è l’archivio delle storie, la carta d’identità e il pericoloso dispositivo di tracciamento, lo schermo ideale per la molestia, per la minaccia.

Gli occhi delle ragazze attraverso cui si guarda il mondo sono spesso occhi spaventati e increduli, di giovani belle che fuggono da una persecuzione; più raramente occhi di orgoglio e di sorellanza; talvolta occhi di perdono e di complicità, in un dinamico succedersi di immagini e di parole, non sempre fluide alla lettura, ma sempre un po’ inquiete.  

E accanto alla visione di questo turbamento dell’anima femminile ferita da una minaccia costante, si affaccia un giudizio implicito, per forza di cose un po’ semplificatorio, di tipo etico, in ragione del quale essere nella posizione di vittima comporta una sorta di superiorità morale, mentre, al contrario, alla posizione del carnefice sono ascritte delle connotazioni di inferiorità. Sembra un po’ la sentenza di un tribunale della storia, che stabilisce un bilanciamento tra i danni subiti nella vita reale e le doti accumulate in un ideale profilo di genere.

Confesso che alla fine del lavoro ho sentito distintamente vibrare in me qualcosa di irrisolto. In una fase della vita in cui provi a lasciare anziché a prendere, e cerchi di aiutare le generazioni che seguono a superarti, mi chiedo se non ci sia qualcosa di incompiuto nel nostro lavoro di donne che per decenni abbiamo letto, scritto, praticato, litigato e sofferto per i nostri diritti e le nostre libertà. C’è qualcosa che forse non abbiamo adeguatamente illuminato nella grande stanza disordinata delle conquiste e dei risultati. La nostra forza forse, o forse la nostra libertà, l’ambivalenza potente della nostra condizione, la capacità di essere attente, il coraggio, la libertà conquistata, la molteplice ricchezza dei nostri mondi possibili.

Se mi dovessi cimentare con un programma di educazione dello sguardo di genere per le scuole superiori, proverei a puntare sul discernimento. Mi piacerebbe esercitarmi con persone molto più giovani dei miei figli ad osservare la fenomenologia del femminile, cogliendo al suo interno la dimensione ambivalente, liberandola dalle semplificazioni, dalle categorie trascendentali di giusto e sbagliato, e aprendo uno squarcio di attenzione su un terreno molto poco coltivato, quello dei guasti del maschile e della lenta traversata che anche il genere maschile ha intrapreso verso nuovi orizzonti di senso.

Ecco, mi piacerebbe che fosse questo l’ultimo impegno della mia generazione.

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