Irlanda, il merito va alle donne

di Laura Fano Morrissey*

Venerdì 25 maggio è stata una giornata storica per l’Irlanda. Nessuno si sarebbe aspettato una vittoria così schiacciante del Sì, soprattutto dopo una campagna estremamente divisiva e aggressiva da parte del fronte del No.

Le scene di donne con le lacrime agli occhi hanno fatto il giro del mondo. Quelle lacrime non sorprendono chi conosce l’orribile ottavo emendamento che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quello della madre, di fatto spogliava ogni donna incinta di qualunque diritto. Non sorprende chi conosce la storia di questo paese, stretto per decenni tra le morse di una letale alleanza tra Stato e Chiesa, sentire donne dire: “Finalmente siamo libere”. Continua a leggere

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Aborto, a cosa ha detto sì l’Irlanda

refirlandadi Cecilia D’Elia

Nel referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, cioè il totale divieto di aborto tranne nei casi di rischio della vita per la donna, si profila una vittoria dei sì in Irlanda. E’ una svolta storica per quel paese, ma è una buona notizia per tutti noi.

Gli exit poll danno oltre il 68% al fronte del Sì in un referendum che ha diviso fortemente l’Irlanda, sostenuto da tutte le forze politiche, in primo luogo dal premier Leo Varadkar, leader di origini indiane e gay dichiarato, che sta guidando un paese in cui la difficile autonomia si è fondata sul richiamo alle radici cattoliche, sulla strada della secolarizzazione. Sembra che la grande affluenza, sostenuta anche dal #hometovote di chi è tornato a casa per votare, abbia determinato la vittoria dei Sì, mettendo fine ad un divieto che – come storicamente è sempre accaduto nei paesi in cui l’aborto è illegale – conviveva con la clandestinità per le più povere e la possibilità di andare all’estero a interrompere la gravidanza per le altre. Questa ipocrisia oggi avrà fine. Continua a leggere

Aborto, tra scelta e diritto

noi-e-il-nostro-corpo1di Cecilia D’Elia

Quarant’anni sono una soglia: non ci sono più alibi, si è decisamente nell’età adulta. E tali sono dunque quelle leggi che quest’anno entrano negli “anta”. Due in particolare videro la luce nel maggio del 1978, la legge 180, in tema di “accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, e la legge 194 sulla “tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. La prima, che fu poi compresa nel testo istitutivo del servizio sanitario nazionale approvato a fine anno, ha posto fine a secoli di abusi e ha promosso una nuova idea di salute e di dignità della persona malata di mente. La seconda ha reso legale, entro certe condizioni, interrompere una gravidanza quando questa leda il diritto alla salute psicofisica della donna. A lei, dopo una pausa di riflessione di sette giorni, spetta la decisione su tale scelta. In entrambi i casi, nel nome del diritto alla salute, vengono meno forme di controllo statale prima in essere. Perché tale era, per esempio, quello che veniva esercitato sul corpo femminile e sulla sua capacità generativa: abortire o costringere una donna ad abortire era all’epoca un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe, le cui pene venivano ridotte dalla metà ai due terzi se l’aborto, su donna consenziente o meno, veniva procurato per “causa di onore” (ricordiamo che il delitto d’onore sarà abolito solo nel 1981). Continua a leggere

I “pro vita”, Rosie the Riveter e le fortune del femminismo

IMG_7847di Giorgia Serughetti

“Per la salute delle donne”: così si annuncia l’iniziativa di ProVita onlus in programma oggi a Palazzo Madama, alla presenza di senatori della Lega e di Fratelli d’Italia, sul tema “le gravi conseguenze dell’aborto sul piano psichico e sanitario”. La stessa sigla che la scorsa settimana firmava a Roma il maxi-manifesto (poi rimosso) che ritraeva un feto con le scritte “tu eri così a 11 settimane” e “ora sei qui perché la tua mamma non ti ha abortito”, uno degli attacchi pubblici più violenti degli ultimi anni alle donne che interrompono la gravidanza (seguito anche da un raid di Forza Nuova alla Casa internazionale delle donne di Roma), ora si presenta come paladina del benessere femminile. Continua a leggere

Non torneremo alla clandestinità

casadonnestriscioneantiabortodi Cecilia D’Elia

Roma ferita due volte in poche ore. Prima il mega manifesto della associazione Provita su via Gregorio VII, poi, oggi, lo striscione all’ingresso della Casa internazionale delle donne: 194 strage di stato. I caratteri sono quelli noti, usati dall’estrema destra romana.

Si avvicinano i 40 anni della legge che ha legalizzato le interruzioni di gravidanza in Italia, e i toni si riaccendono, le crociate ripartono, le ideologie si rianimano. Continua a leggere

La Ru486 nei consultori e la salute delle donne

consultorio-romadi Cecilia D’Elia

Ha fatto molto clamore la sperimentazione che è allo studio nel Lazio di somministrazione per 18 mesi della pillola ru486 in alcuni consultori. Una proposta nata all’interno di un progetto di rilancio del servizio, al quale ha collaborato anche chi scrive, che riguarda i diversi ambiti d’intervento dei consultori, il percorso nascita con la diffusione dell’agenda di gravidanza e il ricettario per le ostetriche che seguiranno le gravidanze non a rischio, il potenziamento dello screening, gli spazi per adolescenti. In particolare, al momento un gruppo di lavoro tecnico si sta occupando di interruzione di gravidanza e facilitazione dell’accesso alla contraccezione per le minorenni e le fasce disagiate della popolazione. Già il fatto che il gruppo affronti entrambi gli aspetti è indicativo di come si voglia tener fede a quella che è una peculiare caratteristica del lavoro consultoriale; l’approccio alla persona, ai suoi diversi aspetti, il lavoro di equipe degli operatori per sostere l’empowerment di chi si rivolge al consultorio. Continua a leggere

L’aborto e la coscienza delle donne

common_sense__by_tophattedtragedydi Caterina Botti

Il bando dell’ospedale San Camillo di Roma per due posizioni da destinare al settore Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della Legge 194/1978 sta sollevando un gran clamore e mi verrebbe quasi da dire che è bene che sia così: non perché io concordi con la sostanza dell’allarme che si è scatenato, tutt’altro, ma perché proprio questo ci permette di mostrare quanto sia assurdamente difficile ancora oggi, e forse sempre di più, applicare in toto la legge 194, una legge di compromesso, e per molti versi discutibile, che però dice chiare alcune cose: che date una serie di circostanze una donna può interrompere volontariamente la sua gravidanza, che può farlo solo ed esclusivamente nelle strutture pubbliche (o private autorizzate), e che le strutture devono fornire questo servizio. Viene infatti chiaramente affermato, nel tanto discusso articolo relativo all’obiezione di coscienza del personale sanitario, che questa è strettamente personale, ma che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste”. È appunto in questo senso che va il bando del San Camillo e in questo senso vi si parla di applicazione della legge. Continua a leggere