Non torneremo alla clandestinità

casadonnestriscioneantiabortodi Cecilia D’Elia

Roma ferita due volte in poche ore. Prima il mega manifesto della associazione Provita su via Gregorio VII, poi, oggi, lo striscione all’ingresso della Casa internazionale delle donne: 194 strage di stato. I caratteri sono quelli noti, usati dall’estrema destra romana.

Si avvicinano i 40 anni della legge che ha legalizzato le interruzioni di gravidanza in Italia, e i toni si riaccendono, le crociate ripartono, le ideologie si rianimano.

Contro una legge che ha consentito negli anni una costante diminuzione del ricorso all’aborto, che è passata indenne attraverso due referendum, una legge che sopravvive nonostante il quotidiano tentativo di boicottarne l’applicazione.

Quello che spaventa è che alle donne spetti l’ultima parola sul proprio corpo e sulla procreazione. Spaventa che le donne abbiano parlato di sessualità e di aborto, abbiano fatto diventare una scelta la maternità, che prima era vissuta come ruolo e destino.

Si ferisce la Casa internazionale perché è un luogo dell’autonomia delle donne.

E’ questo quel che si vuole colpire.

La strage c’era prima, era quella delle morti per aborto clandestino, era quella che si consumava nel silenzio delle vite private, era quella della sessualità senza contraccezione.

Noi non torneremo alla clandestinità, se ne facciano una ragione.

 

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5 pensieri su “Non torneremo alla clandestinità

  1. erstare vigili sempre i diritti delle donne sono costantemente minacciati perchè al potere ci sono gli uomini
    e più gli uomini hanno paura più la crudeltà aumenta
    Ma noi donne consapevoli e coscienti dei nostri diritti li difendiamo e continuiamo ad essere vigilanti a oltranza

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  2. Grazie per questo post. Sono cresciuta con le storie di mia madre e di mia nonna, io le chiamo lignaggio non in senso gerarchico ma perché queste storie mi hanno preparata ancor prima dei miei stessi passaggi di vita, ad aspettarmi tali brutture, mia nonna si procurò 7 aborti in casa da sola, suo marito la metteva costantemente incinta perché non era una donna che si faceva dire cosa doveva fare, fu una delle prime donne a mandare in galera il marito perché le alzò una mano addosso, è stata a me e mia madre di grande esempio, mia madre porta il suo cognome, e aver questa storia a me ha consentito di approcciarmi allo studio dei matriarcati, diversamente forse non mi ci sarei approcciata, non lo so ma posso supporlo intuitivamente (l’intuito non ha per me meno valore della mente e del raziocinio della mente) quindi davvero grazie perché è bene continuare a parlare di come vengono messi sotto la lente di ingrandimento dei diritti all’auto determinazione femminile come quello sull’aborto e sulla scelta della donna di essere madre, qualcuno disse: ci vogliono dome, ci troveranno ribelli, sempre.

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    • Precisazione, quando scrivo: “suo marito la metteva costantemente incinta perché non era una donna che si faceva dire cosa doveva fare” non lo scrivo pensando che facesse bene, poteva sembrare da come l’ho scritto, ma perché era il pensiero del marito di mia nonna quello di azzittire le donne con tale strumento, o picchiandole, o esercitando violenza psicologica era doveroso portarvi questa vicenda personale perché è bene (io sento lo è per me) condividere tali vicende che erano anche dietro all’assenza di una legge sull’aborto, sono personali certo ma sono storie di donne quindi sono anche collettive, inoltre fu mia nonna che me la narrò e mi diede l’ok a poterla narrare a mia volta, come esempio, non si dovrebbe dimenticare quello che accadeva in passato, perché il rischio di un ritorno al passato e a maggiori privazioni sulla nostra auto determinazione è costante, e oggi visto lo scenario politico, lo è maggiormente.

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