Il femminismo per cambiare il mondo

BIGSUR28_Crispin_PercheNonSonoFemminista_coverdi Cecilia D’Elia

Un libro che vuole essere scomodo. L’intento è dichiarato sin dall’iniziale citazione di Cioran: un libro deve frugare nelle ferite. La ferita in questo caso è il femminismo mainstream, la cultura dell’indignazione, la declinazione individualista della ricerca di felicità delle donne.

Jessa Crispin, scrittrice “blogger e attivista”, come ci informa la quarta di copertina, ci provoca sin dal titolo Perché non sono femminista. Un manifesto femminista (Sur, 2018).

Per noi che abitiamo in un paese in cui il femminismo non è mai diventato veramente di moda, dove anche le forze politiche progressiste faticano a pronunciare questa parola e la grande stampa democratica è sostanzialmente un monopolio di firme maschili, la critica al femminismo universale che anima le prime pagine può appare fuori contesto. Ma a ben vedere il tema parla anche a noi, perché il punto è la differenza tra una strategia di accesso al potere e al mondo così come è e la messa in discussione della struttura del mondo, tra la partecipazione alla pari all’oppressione dei più deboli e la creazione di una società più equa.

All’inizio Jessa Crispin appare così presa dall’insofferenza per un femminismo del self empowerment e dell’affermazione personale, da mettere totalmente tra parentesi il guadagno e lo spostamento che comunque può esserci nella fine della presenza solo maschile nei luoghi delle decisioni e del potere, non tanto perché questo basti a cambiare di segno le politiche ma perché rompe il patto tra fratelli su cui si è fondata la politica nella modernità e nell’occidente.

In questo caso credo davvero che l’oceano che ci divide faccia la differenza. Il libro è stato scritto prima che Trump vincesse le elezioni, in un paese che sembrava si avviasse ad avere la prima donna presidente.

Io ho letto così la critica al femminismo universale, da non confondere con il femminismo intersezionale e inclusivo, di cui Jessa Crispin in questo testo del 2016 non parla. Il primo annulla le differenze, a cominciare da quelle di classe, e propone un’emancipazione personale e autocentrata, il secondo parte dalla lettura di queste, consapevole della struttura dei rapporti di potere nel mondo.

Ed è questo ciò che interessa all’autrice. Ribadire che il femminismo è scomodo, che non può limitarsi a cambiare l’arredamento. Mettere le donne di fronte alle loro contraddizioni, interrogare le emancipate e le potenti sulla loro partecipazione allo sfruttamento delle altre e trasformare in un punto di forza per tutte la presenza di alcune nei luoghi del potere. Ma si può fare se si agisce l’essere state escluse, se lo sguardo rimane vigile, attento a chi è fuori.

In questo momento, le donne sono in una posizione straordinaria. Siamo dentro per metà. Siamo su tutti e due i fronti della dinamica potenti/impotenti. Sarebbe facile, quindi, buttare tutto all’aria tirando di qua e di là.

Su questa strada Cripin invita a vedere anche il lato oscuro delle donne, il loro esserci state anche nei momenti bui della storia dell’umanità, il loro non essere per forza migliori. A più di quaranta anni dalla seconda ondata femminista Crispin invita le donne a non lamentarsi per il potere che non hanno, ma ad analizzare come esercitano quello che hanno.

Ci invita a guardare come portiamo avanti le nostre lotte, a lasciare perdere le liste di proscrizione, la caccia alla “misoginia individuo per individuo” e, soprattutto, a saper vedere che l’obiettivo non può essere la “sicurezza”, che diventa forma di controllo per tutti, obiettivo a medio termine che non mette in discussione la cause della violenza, non costruisce la pace, ma crea esclusione e lascia ancora una volta intatta la struttura di potere del mondo.

Jessa Crispin scrive un manifesto femminista sapendo che ormai le donne partecipano al mondo e, come ci suggerisce, “partecipare al mondo inevitabilmente c’incasina”.

Ma non è proprio questa la sfida della libertà?

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4 pensieri su “Il femminismo per cambiare il mondo

  1. io invece penso che il femminismo emancipazionista e del “self-empowerment” non sia da buttare. Semplicemente esiste un femminismo che vuole partecipare alla pari alla gestione del potere e un femminismo che vuole sovvertire tutto, il primo mi sembra quello più realista e pragmatico. E certo che le donne di potere non sono nè peggio nè meglio degli uomini. E con questo?

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  2. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

  3. ho leggiucchiato questo libro e non lo condivido del tutto: il girl power mi piace e non condivido il rifiuto della bellezza fisia e il rifiuto (parziale) dell’amore romantico. l’amore romantico è un sentimento importante che uomini e donne provano, avrà sempre una grande importanza e centralità sia per le donne sia per gli uomini ed è giusto che il cinema lo racconti, l’amore romantico ha un grandissimo valore, essere amati anche in maniera romantica è importante per una donna come per un uomo, raccontare questa importanza (in film e romanzi) è raccontare la realtà e non vuol ire sottovalutare altri tupi di amore ma l’amore romantico è diverso e riguarda donne e uomini. l’amore romantico è una forza, una cosa importante, un sentimento potente,che uomini e donne sentono e non è una trappola patriarcale
    Così come la bellezza fisica: ci sono uomini e donne più belli fisicamente e più sessualmente appetibili di altri, tutti possono essere attraenti per qualcun’altro ma chi ha un bel corpo lo è di più, accettiamolo, non è uno stereotipo, è la realtà

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