Aborto. Il governo non vede i problemi

di Cecilia D’Elia

Foto Tania Cristofari

Con ritardo, ma finalmente è stata presentata la relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194. Sono dati relativi all’andamento delle interruzioni di gravidanza (Ivg) nel 2017.

Vediamo cosa ci dicono: le ivg diminuiscono, calano sia in termini di valore assoluto, nel 2017 sono state 80.733, sia come tasso di abortività (numero di Ivg ogni 1000 donne di 15-49 anni residenti in Italia), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza del ricorso all’IVG, essendosi negli anni ridotta la platea delle donne potenzialmente interessata per via dell’invecchiamento della popolazione.

Il tasso di abortività risulta pari a 6.2 per 1000 nel 2017, con un decremento del 3.3% rispetto al 2016 e con una riduzione del 63.6% rispetto al 1982. Il ricorso all’IVG nel 2017 è diminuito in tutte le classi di età, in particolare tra le giovanissime, e i tassi di abortività più elevati restano fra le donne tra i 25 e i 34 anni. Dopo un aumento importante nel tempo, le IVG fra le straniere si sono stabilizzate e negli ultimi anni cominciano a mostrare una tendenza alla diminuzione: sono il 30.3% di tutte le IVG nel 2017, valore simile a quello del 2016 (30.0%). È in diminuzione anche il tasso di abortività (15.5 per 1000 nel 2016 rispetto a 15.7 per 1000 nel 2015 e 17.2 per 1000 nel 2014), permanendo comunque una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età le straniere hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte. Tra le minorenni, il tasso di abortività per il 2017 è risultato essere pari a 2.7 per mille, valore inferiore a quello del 2016, confermando un trend in diminuzione a partire dal 2004 (3.7 nel 2014, 4.4 nel 2012), con livelli più elevati nell’Italia centrale; i 2.288 interventi effettuati da minorenni sono pari al 2.8% di tutte le IVG (erano il 3.0 % nel 2016). Nel 2017 il 92.1% delle IVG è stato effettuato nella regione di residenza, di cui l’87.0% nella provincia di residenza.

Inoltre la relazione ci dice che “diminuiscono anche i tempi di attesa, anche se con differenze tra regione e regione, e si registra un aumento delle interruzioni nelle prime 8 settimane di gestazione, probabilmente almeno in parte dovuto all’aumento dell’utilizzo della tecnica farmacologica.” Tecnica in cui utilizzo in effetti aumenta (17.8% dei casi, rispetto al 15.7% del 2016 e al 12.9% del 2014), ma varia molto tra le regioni e in Italia comunque continua ad essere molto inferiore rispetto a quello di altri paesi europei, come ci spiegano nella loro lettura critica le ginecologhe Mirella Parachini e Anna Pompili.

A quarant’anni dalla sua approvazione, avvenuta com’è noto nel 1978, il giudizio che la relazione offre dell’applicazione di una delle leggi più controverse e osteggiata è a dir poco lusinghiero. Tutto procede bene, nonostante la diffusione dell’obiezione di coscienza, soprattutto tra i ginecologi: il 68.4% di obiettori tra i ginecologi e il 45.6% degli anestesisti. È invece bassa tra il personale non medico (38.9%). Ma nel 2017 le percentuali mostrano una lievissima flessione (tra i ginecologi erano 70,9% nel 2016). Eppure, ci dice il Ministero, il parametro relativo al carico di lavoro di chi non obietta dimostra che non c’è motivo di allarme. “Il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0.2 della Valle d’Aosta alle 8.6 del Molise, con una media nazionale di 1.2 IVG a settimana, dato in calo.” Ma soprattutto, “il numero di obiettori di coscienza non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG. Quindi gli eventuali problemi nell’accesso al percorso IVG potrebbero essere riconducibili ad una inadeguata organizzazione territoriale”. Della serie, non è un nostro problema. Affermazione incredibile alla luce della condanna dell’Italia da parte del Comitato Europeo dei Diritti Sociali sulla base di un ricorso presentato dalla CGIL, che denunciava proprio le condizioni di lavoro e la discriminazione dei medici non obiettori (decisione 11 aprile 2016). Del resto, ci spiega sempre la relazione, solo in Sicilia e Campania vi sono due situazioni in cui la media di ivg settimanali è molto sopra la media regionale. Così come, sempre secondo la relazione, viene garantita la copertura del territorio nazionale anche riguardo al parametro relativo all’offerta di del servizio IVG in relazione al numero assoluto di strutture disponibili: “il numero totale di sedi fisiche (stabilimenti) delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia o solo ginecologia, nel 2017, è di 591, mentre il numero di quelle che effettuano le IVG risulta è di 381 strutture (il 64.5% del totale). Solo in due casi (P.A. Bolzano e Campania), abbiamo un numero di punti IVG inferiore al 30% delle strutture censite. Per il resto la copertura è adeguata”

Vale la pena leggere il già citato controcanto di Parachini e Pompili per una lettura più accorta dei dati forniti da Ministero della salute, così come andrebbero accolte le loro proposte riguardo la gratuità della contraccezione, la facilitazione dell’accesso all’ivg farmacologica, il potenziamento della rete dei consultori. Le due autrici contestano primariamente le spiegazioni che vengono offerte della riduzione delle ivg. Fenomeno tutto italiano perché negli altri paesi, dopo un’iniziale diminuzione progressiva successiva alla legalizzazione, il dato si stabilizza mentre in Italia vi è una significativa diminuzione dei tassi di abortività dal 2005 in poi. Il Ministero insiste molto sull’aumento del ricorso alla contraccezione di emergenza da quando è venuto meno l’obbligo della prescrizione medica per la maggiorenni, l’aumento dell’uso dei contraccettivi e l’uso del profilattico per le minorenni. Ma, scrivono Parachini e Pompili: “come spiegare la più netta riduzione dei tassi di abortività tra le minorenni, per le quali persiste l’obbligo di prescrizione medica dei contraccettivi di emergenza? Non sono peraltro disponibili dati, se non limitati e frammentari, relativi alla vendita dei contraccettivi ormonali e dei condom che supportino questa spiegazione. A nostro avviso, la caduta dei tassi di abortività dal 2005 potrebbe essere, almeno in parte, correlata con un aumento delle pratiche al di fuori della legge, che a partire da quegli anni ha coinciso con la possibilità di ricorrere ai metodi farmacologici, legati al commercio illegale, o all’uso “off label” del misoprostolo.”

Del resto il numero di aborti clandestini stimati (13.000/15.000 per le italiane) rimane stazionario, era 15.000 anche nel 2005, mentre le ivg sono in diminuzione. Una quantità e una stabilità del fenomeno preoccupante, tanto più a fronte della diminuzione della ivg praticate legalmente.

Rimane come abbiamo visto esiguo il dato dell’aborto farmacologico, seppur in aumento, e discutibile l’imposizione del regime di ricovero ordinario. Anche sui consultori la relazione non va a fondo, sottolinea l’importanza del servizio e l’aumento delle certificazioni per ivg tramite consultorio, ma non approfondisce il dato della loro presenza, monitorandola superficialmente, mentre sappiamo quanto questi servizi negli anni siano stati svuotati e impoveriti.

Una relazione troppo trionfalistica, per una legge che sappiamo buona, ma di cui tante donne hanno potuto sperimentare le difficoltà di applicazione, lo stigma che ancora segna chi vi ricorre e chi lavora per attuarla, le enormi differenze territoriali. Così redatta è un’occasione persa, mentre sempre pronto a rialzare la testa, Verona docet, è l’integralismo di chi vorrebbe boicottarla.

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2 pensieri su “Aborto. Il governo non vede i problemi

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