Clara Sereni e la casalinghitudine

di Sara De Simone

In questi giorni di permanenza forzata a casa ripenso e rileggo Clara Sereni, grande scrittrice italiana, grande persona, troppo spesso dimenticata. Nata a Roma nel ’46, da famiglia ebraica, figlia di Emilio Sereni, figura di spicco del PCI e di Xenia Silberberg, scrittrice antifascista (e autrice insieme alla partigiana Teresa Noce del foglio clandestino “Noi donne”). Ripenso a quella grande invenzione linguistica e letteraria che fu la sua “casalinghitudine” – parola poi entrata in tutti i dizionari – e che dà il titolo al suo libro più celebre. In “Casalinghitudine” (Einaudi, 1987, ne seguì l’edizione Natalia Ginzburg), Clara Sereni porta per la prima volta in un romanzo, dando loro valore letterario, le ricette.

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Casalinghitudine, Einaudi, 1987

 

Sì, proprio così, ricette di cucina che diventano occasioni di racconto, tessuto testuale, simboli di epoche della vita, di memorie, di relazioni e affetti. A pietanze particolari si collegano situazioni, rapporti, ricordi particolari: così, alla ricetta della salsiccia coi peperoni è connessa una Festa dell’Unità del ’73, alla zuppa di cipolle si lega la scoperta della psicoanalisi, l’arrosto di carne coincide con il ricordo di un tentativo di suicidio in giovanissima età, la spremuta di mandarini è il correlativo oggettivo della morte di suo padre, e di che cosa significa accettare di “non essere più figlia”. Con una narrazione “minuta”, di piccoli gesti quotidiani – la manipolazione del cibo, la vita degli oggetti, la cura di sé e degli altri, ma anche la solitudine domestica – Clara Sereni si interroga e ci interroga sul rapporto tra intimo e collettivo, tra la storia individuale e la grande Storia, tra segretezza ed esposizione, tra la casa come prigione o come destino (per le donne) e la casa come possibile luogo dell’autonomia e autodeterminazione (una stanza tutta per sé).

In questi giorni di autoreclusione non posso fare a meno di pensare, però, anche a chi una casa non ce l’ha, a chi è costretto (sopratutto le donne) a vivere tra quattro mura situazioni di abuso, violenza psichica e fisica, a chi è in carcere e di cui sappiamo (ci accontentiamo di sapere?) poco, troppo poco, in una circostanza così drammatica. Eppure ricordare Clara Sereni, è anche tenere a mente i più fragili. Mi piace rammentare il suo lavoro non solo al fianco delle donne, ma anche e soprattutto dei soggetti “marginali” e delle minoranze. Un lavoro che portava avanti da “esperta per esperienza” – come dimenticare i libri scritti a partire dalla malattia mentale di suo figlio Matteo, e l’impegno costante per i sofferenti psichici (si vedano ad es. “Manicomio primavera”, “Amore caro”).

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La scrittrice Clara Sereni

In particolare voglio riportare queste sue parole, tratte da “Taccuino di un’ultimista”, come lei stessa si definiva (1998): «Il pensiero di un mondo più vivibile, il solo in cui i marginali di ogni specie possano avere reali possibilità di vita, è un pensiero complesso, che nella mente dei più è stato sostituito dall’idea che basti essere democratici, di sinistra, genericamente solidali, insomma ‘buoni’, perché il problema dei ‘matti’ si risolva, automaticamente o quasi. I fatti dimostrano facilmente il contrario. La malattia mentale – come colore della pelle e il credo religioso, come la tossicodipendenza e la differenza sessuale – ha una sua irriducibilità scomoda e ricca, che deve essere accolta ma che è pernicioso illudersi di cancellare.».

Sono parole di cui ammiro la lucidità e la determinazione. Se avete tempo, rileggete le opere di questa scrittrice. Anche solo qualcuna delle ricette di “Casalinghitudine”, mentre chiuse e chiusi in casa avete – abbiamo – il privilegio di prepararci qualcosa da mangiare, e mentre lo facciamo…ricostruire le nostre genealogie, ricombinare le materie, immaginare nuovi ingredienti per il futuro.

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