Osare la libertà

di Cecilia D’Elia

Le-parole-e-i-corpi.-ImmagineDar conto del proprio femminismo. Da questo desiderio muove l’ultimo libro di Maria Luisa Boccia, Le parole e i corpi, una raccolta di saggi editi e inediti scritti in un arco di tempo quasi ventennale. Offrire dunque un affresco del proprio femminismo al nuovo movimento di questi anni e alla pluralità dei femminismi. Operazione che, nel precisare la propria pratica e la propria riflessione, apre alla relazione e all’interlocuzione con le altre: un’occasione per riflettere “sulle politiche comuni tra femministe differenti”.

E questa è già una pratica. Boccia cerca sempre di cogliere la domanda di senso che accomuna le diverse risposte e si rifiuta di leggere la pluralità dei femminismi come sistemi di pensiero compiuti, essendo essi piuttosto un modo diverso di nominare le cose, che inaugura il diventare soggetto delle donne. Quello che le preme sempre, mi verrebbe da dire, è il desiderio di libertà e autonomia che muove la soggettività, la molla che è all’origine della necessità di pensare differentemente, che rende indispensabile un pensiero altro. Il quale, dovendo corrispondere a quel desiderio, non può chiudersi nella risposta, ma tiene sempre aperta la domanda di senso e di autonomia, il continuo farsi di essa. Per le donne questo è stato possibile solo quando per cambiare la propria condizione esistenziale, hanno dato parola ai corpi. Quegli stessi corpi che fino ad allora avevano segnato il destino femminile di madri e mogli mutano di segno. Il che non significa che, in modo opposto a quando motivavano l’oppressione femminile, dicano la verità o indichino un contenuto. Per farsi soggetto libero le donne esperiscono i corpi come essenziali, soglia dell’esposizione al mondo della soggettività, esperienza concreta di esistenza. “Restituire un corpo sessuato al soggetto ha voluto dire assegnare un corpo a quel soggetto ed un soggetto a quel corpo, non già definire la verità oggettiva del corpo.” Viene in tal modo messa in discussione la concezione del soggetto moderno e la sua idea di libertà. Ma andiamo con ordine. Continua a leggere

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Educazione e genere: la polemica non aiuta

genderdi Stefano Ciccone*

Che cos’è l’educazione sul genere?

Esiste un’educazione che oggi prescinda dal “genere”? No. Il genere come costruzione sociale organizza gerarchicamente le differenze, implica la complementarietà tra “femminile” e “maschile” e la negazione di orientamenti sessuali e affettivi diversi dalla norma eterosessuale. Siamo immersi in questo ordine al punto da percepirlo come naturale: come ci disgustano cibi o comportamenti considerati normali da altre culture, così ci mette a disagio vestire o indossare colori che culturalmente sono “propri” dell’altro sesso; ma anche nel nostro modo di sederci, di camminare corrispondiamo a posture maschili e femminili. Quando sentiamo imbarazzo o disagio per una postura, per un eccesso di intimità, per un senso di inadeguatezza, o quando ci gratifica il riconoscimento delle nostre qualità,  ne sperimentiamo la forza.

L’alternativa non è dunque se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come un ordine invisibile e inconsapevole, e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggiore consapevolezza dei ruoli e i modelli di riferimento del nostro ordine di genere che è differente da quello di altre epoche e latitudini ma che noi naturalizziamo ed eternalizziamo. Continua a leggere