Voto No. Ma il No non basta

di Giorgia Serughetti

Tagliare di un terzo il numero dei parlamentari: sì o no? Domenica e lunedì andremo a votare su un quesito referendario che invita ad approvare o respingere un nuovo tentativo di modificare la Carta del 1948 con l’intento dichiarato di migliorare la funzionalità delle istituzioni democratiche.

Le ragioni del “sì” parlano di risparmio sui costi della politica e di aumento dell’efficienza dei lavori parlamentari. Quelle del “no” si incentrano piuttosto sul rischio che, specie in assenza di correttivi elettorali, si vada a ridurre la rappresentatività, andando a penalizzare i partiti minori e alcune zone del territorio nazionale, non riuscendo nel contempo a incidere sull’efficienza senza una revisione dei meccanismi di formazione del processo legislativo.

Personalmente, condivido le ragioni del “no”. Considero quella su cui siamo chiamati a esprimerci una riforma che, nata nel brodo di coltura dell’antipolitica, svilisce il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili. In più, condivido la preoccupazione delle “donne per il no” secondo cui il taglio penalizzerebbe l’elezione delle donne, ancora gravemente marginalizzate nei luoghi decisionali, aumentando la competizione e rafforzando i sistemi di cooptazione interna.

Tuttavia, avverto anche una preoccupazione: che la battaglia referendaria, qualunque ne sarà l’esito, finisca per rimuovere, senza risolvere, il problema da cui ha origine. Perché la riforma voluta dal Movimento 5 Stelle è la risposta sbagliata a una domanda giusta. Meglio, è la risposta sbagliata a una domanda confusa, che nasce però dall’apprensione per un problema reale: la crisi di rappresentanza delle democrazie contemporanee e il difetto di legittimità delle istituzioni. Se vincerà il “sì”, chi l’ha sostenuto avrà l’illusione di aver contribuito all’inversione di questa tendenza. Se vincerà il “no”, si potrebbe avere l’illusione di aver salvato la nostra democrazia, rinunciando a interrogarsi sui suoi difetti.

La storia dei vari tentativi di revisione della carta costituzionale negli ultimi decenni racconta proprio la pretesa di affrontare questa agonia della politica democratica, la sua incapacità di rivitalizzare il rapporto di fiducia tra rappresentati e rappresentanti, emendando presunte imperfezioni della legge fondamentale. Ma l’origine della crisi attuale non è nella Costituzione. Piuttosto, è nello svuotamento delle prassi democratiche e nella deriva oligarchica dei processi decisionali, frutto a loro volta dell’influenza di grandi poteri economici, grandi media e organismi tecnocratici. È insomma nell’insieme di condizioni che a cui Colin Crouch ha dato il nome di “post-democrazia”.

Una politica delegittimata perché sempre più ininfluente e autoreferenziale ha smarrito il linguaggio capace di parlare ai cittadini e alle cittadine del paese. E il paese ha risposto con una crescente indifferenza per ciò che la politica dice e fa. Da qui un senso diffuso di inutilità – se non di dannosità – dei rappresentanti e delle istituzioni democratiche.

Rifletteva su una problema simile – sebbene in un frangente ben più drammatico – Simone Weil, in esilio a Londra, pensando alle fonti di legittimità del governo che in Francia avrebbe dovuto seguire la fine della seconda guerra mondiale (Legittimità del governo provvisorio, in Una costituente per l’Europa. Scritti londinesi, Castelvecchi, 2013).

Osservava la filosofa come la sconfitta della Francia da parte della Germania nazista fosse stata preceduta dall’esaurirsi del sentimento di legittimità delle istituzioni, con il risultato che «quasi nessuno approvava» l’operato del governo, ma «quasi nessuno si indignava». Non solo i politici ma «il popolo francese nel suo insieme, dalle élite alla massa dei lavoratori, ha aperto la mano lasciando cadere a terra il tesoro, senza neppure abbassare gli occhi per vedere dove rotolava. I passanti lo urtavano con i piedi». Il compito di un governo futuro sarebbe stato quello di raccogliere questo tesoro della legittimità lasciato in terra, disprezzato da tutti. E cioè di ricollegare il proprio operato a quella che è la fonte di ogni legittimità: la giustizia.

La giustizia, in rapporto al governo di un paese, richiede un equilibrio tra il potere e la responsabilità: «Se chi governa è mosso dalla preoccupazione della giustizia e il bene pubblico, se il popolo ha la certezza che le cose stanno in questi termini e ha ragionevoli motivi per credere che tale situazione continuerà, se il capo vuole conservare il potere solo fin tanto che il popolo conserva questa certezza, allora il governo è legittimo».

L’esigenza posta da Weil è dunque quella di un rinnovato sentimento di fiducia verso i rappresentanti su cui possa fondarsi un effettivo consenso. E questo vale anche nel nostro caso. Restano altrimenti in campo, da una parte, una legittimità ridotta al solo principio di legalità (anch’esso, del resto, vacillante), dall’altra l’invocazione di una sorta di “superlegittimazione”, di derivazione elettorale, da parte di un popolo che resta nei fatti inerte e sfiduciato. Nessuna delle due opzioni è in grado di contrastare la depoliticizzazione del demos né la crisi della democrazia.

Di fronte ad esse, la retorica anti-casta appare come nient’altro che un diversivo: Ida Dominijanni la definisce «una potente arma di distrazione di massa». È un’ideologia che diffonde l’illusione paradossale di poter ripristinare il legame di fiducia tra rappresentanti e rappresentati attraverso un lavoro di costante delegittimazione della politica.

Se quindi esiste una strada per riconquistare la legittimità perduta, questa non passa per la retorica delle forbici. Né si può considerare un passo in questa direzione la volontà dei parlamentari di tagliare se stessi. Soprattutto se, come appare, interessi politici di parte usano a loro vantaggio la riforma della nostra Carta fondamentale.

Passa invece, questa strada, per il richiamo di Weil alla giustizia, come principio e misura della capacità degli ordinamenti, e di chi li abita, di rispondere ai bisogni e agli interessi del demos democratico. Ricostruire il rapporto tra rappresentanza e territori, favorire forme di democrazia partecipativa e deliberativa, attuare la Costituzione, con tutti gli obblighi che pone in capo alle istituzioni rappresentative per la promozione di eguaglianza e libertà per tutte e tutti: sono alcuni dei compiti che attendono chi voglia davvero cimentarsi in questa impresa.

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