Cittadinanza e famiglia, oltre la stirpe

landscape-1488279579-cittadinanza-italiana-ai-figli-di-migranti-igiaba-scegodi Cecilia D’Elia

C’erano una volta i delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, tra questi figuravano l’aborto, la procurata impotenza alla procreazione, l’incitamento a pratiche contro la procreazione. Eredità del codice fascista, sono sopravvisuti anche nella democratica Italia repubblicana, non più ad indicare l’interesse demografico dello Stato e la sua politica della natalità, quanto una continuità nell’idea di concepire il diritto della riproduzione e della maternità. Una concezione che chiamava in causa un sottofondo organicistico del modo con il quale il diritto italiano aveva pensato la famiglia e le sue relazioni. Era una famiglia chiusa verso l’esterno, oggi parleremmo di primato delle relazioni biologiche, e gerarchicamente ordinata. Destino femminile, della brava cittadina, era essere moglie e madre. Del resto costringere la donna ad abortire non era reato contro di lei, contro una persona, ma contro la stirpe, cioè la sua funzione riproduttiva. Continua a leggere

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Ius soli, perchè ho digiunato

di Cecilia D’Elia

iussoli“Non è mai troppo tardi” così inizia l’appello che chiama allo sciopero della fame a staffetta per sostenere l’approvazione dello ius soli. Uno sciopero che segue quello di 900 insegnanti. “Qualcosa si deve fare per non doverci rammaricare amaramente della nostra impotenza o ignavia. Questi sono giorni decisivi per la sorte dello Ius soli: dunque, proviamo a muoverci”

E io ho deciso di muovermi. Si è appena conclusa la mia prima giornata di astinenza dal mangiare. Mi sembra un atto dovuto. Non solo alle ragazze e ai ragazzi nati o cresciuti nel nostro paese a cui amaramente neghiamo di sentirsi veramente a casa nei luoghi dei loro giochi, dei loro studi, delle loro amicizie. Sono le strade in cui diventano grandi, il suolo che già condividiamo con loro, lo spazio della nostra comunità. Continua a leggere

Cittadine

donneSettanta anni fa il primo voto delle donne italiane per i consigli comunali. Finalmente cittadine. Ci vollero ben due decreti per far votare le donne: il primo, del 31 gennaio 1945, estendeva il diritto di voto alle italiane con almeno 21 anni (escluse, significativamente, le prostitute schedate che lavoravano fuori dai bordelli), ma aveva dimenticato di riconoscere la possibilità di essere elette. Il secondo, del 10 marzo 1946, rimediava all’errore.

Nel 1946 circa duemila donne vennero elette nei consigli comunali. E il due giugno le donne votarono per eleggere l’Assemblea Costituente. Ventuno saranno le nostre madri costituenti.

Settanta anni. Tanti nella vita di una persona, un battito di ciglia nella storia politica di un paese.voto

Grazie alle suffragette che per prime osarono pretendere il diritto di voto. Alle ragazze italiane che nel 1943 scelsero la Resistenza e ci restituirono la democrazia. Alle tante donne che si misero in fila davanti ai seggi, alle analfabete, alle maestre, le scrittrici, le operaie, le casalinghe, che hanno fatto la storia di questo paese.

***

Non posso passare sotto silenzio il giorno che chiuse una lunga e difficile avventura, e cioè il giorno delle elezioni. Era quella un’avventura incominciata molti anni fa, prima dell’armistizio, del 25 luglio, il giorno – avevo poco più di vent’anni – in cui vennero a prendermi per condurmi in prigione. Ero accusata di aver detto liberamente quel che pensavo. Da allora fu come se un’altra persona abitasse in me, segreta, muta, nascosta, alla quale non era neppure permesso di respirare. È stata sì, un’avventura umiliante e penosa. Ma con quel segno di croce sulla scheda mi pareva di aver disegnato uno di quei fregi che sostituiscono la parola fine. Uscii, poi, liberata e giovane, come quando ci si sente i capelli ben ravviati sulla fronte.” 

Alba de Céspedes

 

 

Di fronte al naufragio, ripensare i confini (dell’Io e del Noi)

3ottobredi Giorgia Serughetti

Potrebbe essere la più grande tragedia di sempre nel Mediterraneo quella della notte scorsa. Non era inevitabile, non lo è stata nessuna delle quasi 25mila morti avvenute dal 2000 ad oggi lungo questa rotta migratoria. C’è una responsabilità politica dietro ognuna di queste stragi, e le soluzioni politiche che occorrono sono molto chiare. Basta leggere gli appelli di questi giorni delle organizzazioni umanitarie e della società civile, per esempio qui, qui o qui.

Ma è di tutte e tutti noi il dovere di riflettere su quale modello di civiltà, di convivenza, vogliamo sostenere, e più in profondità su quale visione della condizione umana vogliamo porre al centro dell’azione politica. Avevo scritto le parole che riporto qui sotto all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013, quando persero la vita in mare oltre 360 migranti. Nell’incidente avvenuto sabato notte si temono 900 morti. I problemi che ponevo allora credo che siano più vivi che mai. Continua a leggere