#ProssimaMente – Ripartire dalla casa, con uno sguardo nuovo

di Laura Fano

Scrivo queste riflessioni da casa, ovviamente, e le scrivo con difficoltà perché, non solo non ho “una stanza tutta per me”, ma anche perché questa casa si è trasformata in ufficio, scuola, palestra. Mai come durante questa quarantena si è reso manifesto, in tutta la sua evidenza, il nervo scoperto delle nostre società. La casa, sempre relegata nell’invisibilità, è diventata il centro della vita e della narrazione. Nella narrazione c’è una casa idealizzata, dove saremo al sicuro, dove anzi possiamo scoprire il piacere della lentezza e dell’ozio, fare pane e praticare yoga. Contro questa romanticizzazione, la quarantena ha messo a nudo le contraddizioni dello spazio-casa, che non è affatto un’unità armonica, bensì un luogo dove costantemente avviene una negoziazione per la divisione sessuale del lavoro. Il confinamento ha portato a quello che Veronica Gago ha descritto come “l’implosione della casa”, e ha messo a nudo ciò che il femminismo ha mostrato da tempo ma che si è sempre scelto di non vedere, ossia il lavoro riproduttivo svolto dalle donne gratuitamente e nell’invisibilità delle case, e che sostenta la società e l’economia. Continua a leggere

Tutt* a casa: il domestico-perturbante

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di Giorgia Serughetti

Stiamo a casa, se possiamo, nel mezzo di questa spaventosa epidemia. Mentre gli schermi di smartphone, tablet e pc diventano per molte e molti l’unica finestra sul mondo, da casa si lavora, si fa lezione di matematica, si fanno corsi di ginnastica, musica, maglia o cucina online. Forse questa crisi ci cambierà, quel che certo è che ha già cambiato il significato di quel luogo che per ciascuna e ciascuno è la casa. Non più (solo) luogo dell’intimità, la casa diventa uno spazio aperto a continue incursioni esterne: telefoni che squillano, videochiamate, videoconferenze. E intanto si passa l’aspirapolvere, un bambino piange, il gatto si sdraia sul tappetino per il pilates, dalla cucina arriva rumore di piatti.

C’è qualcosa che viene avvertito come comico, ridicolo, nelle immagini e nei racconti del lavoro da casa di quelle migliaia di persone che vi si trovano costrette per la prima volta a causa del Covid-19. Continua a leggere

1° maggio, su coraggio!

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di Maddalena Vianello

1° maggio giornata di lotta, giornata di festa.

Nasce dalla sfida lanciata nel 1889 dal congresso della Seconda Internazionale per il miglioramento delle condizioni di lavoro e quindi di vita.

Una mobilitazione ampia per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore e dare battaglia contro la miseria.

Nonostante le intimidazioni e le misure restrittive, fu un successo che si riaffermò negli anni. Abolito di fatto durante il fascismo, venne riportato in vita nel dopoguerra per essere macchiato di sangue dalla strage di Portella della Ginestra e indebolito dalla successiva spaccatura sindacale. Solo nel 1970 nelle piazze si ritroverà l’unità, ma con alterne vicende.

Che significato conserva oggi il 1° maggio in un paese alle prese con una selvaggia frantumazione del mondo del lavoro, con la diffusione della precarietà e del lavoro atipico? Che senso profondo mantiene di fronte alla crisi della rappresentanza sindacale in grave difficoltà nell’interpretare e fronteggiare un cambiamento così radicale? E le donne in tutto questo che ruolo giocano? Continua a leggere

Oltre la cura servile, verso la cura che serve

banksydi Giorgia Serughetti

La “Cura”, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La “Cura” lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la “Cura” pretese imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la “Cura” e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)».

La cura è ciò che dà forma all’umano: questo insegna l’antico mito narrato da Heidegger in Essere e tempo. Ed è da qui, non senza una dose di creatività metodologica, che Alessandra Sciurba prende le mosse nel suo libro La cura servile, la cura che serve (Pacini, 2015), per parlare di un’esperienza che è universale eppure sfugge da ogni parte ai tentativi di definirla una volta per tutte. Un’esperienza che è costitutiva dell’essere nel mondo, eppure dai tempi delle società schiavistiche o servili fino alla nostra modernità è stata trascurata dal pensiero, ignorata dalle riflessioni sull’agire umano, relegata a sostegno invisibile dell’esistenza visibile del cittadino (prevalentemente maschio) nello spazio pubblico. Invisibile il lavoro di cura è rimasto a lungo anche per il diritto, che ne ha fatto poi nel nostro dopoguerra un settore a parte, sottratto alle normali negoziazioni sindacali, fino ai giorni nostri in cui molti passi avanti sono stati compiuti sul piano giuridico, ma la fragilità dei diritti acquisiti si rivela in tutta la sua gravità di fronte all’ingresso massiccio di persone, per lo più donne, provenienti da altri paesi, che tende a riprodurre una gerarchia, in scala globale, tra cittadini/e e servi/e. Continua a leggere

Ma gli uomini italiani non erano cambiati?

lavoro_domesticodi Cecilia D’Elia

L’orario di lavoro casalingo delle donne diminuisce se sono senza coniuge.
Ho dovuto leggere più volte questa notizia, perché volevo proprio esserne sicura. In media, ci racconta l’Istat in una relazione fatta per la Commissione lavoro del Senato, le donne lavorano in casa oltre cinque ore al giorno se hanno figli piccoli, ma sono di più se hanno un coniuge.

E io che ho sempre pensato alle mie amiche che crescono sole i loro figli come a donne felici, ma affaticate dall’impossibilità di condividere il lavoro di cura e il lavoro domestico con il proprio partner.
Ma mi sbagliavo! Perché l’Istat mi spiega che avere un marito, o un compagno, è un ulteriore carico di lavoro. Altro che condivisione! Lo so, ci sono le eccezioni. Io ne conosco uomini che un po’ di lavoro in casa lo fanno. Ma l’Istat mi dice che sono mosche bianche. Continua a leggere