#ProssimaMente – La città del “dopo-Covid”

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Foto di Serena Olcuire

di Atelier Città Iaph Italia – Serena Olcuire, Chiara Belingardi, Federica Castelli

Queste settimane primaverili ci vedono intente a riprenderci le città, ognuna con i suoi tempi e le sue modalità, abitudine dopo abitudine, spazio dopo spazio. Ma non possiamo considerarla una riconquista dello status quo, sia perché alcune cose potrebbero essere cambiate per sempre, sia perché lo status quo non andava per niente bene, e la pandemia non ha fatto altro che evidenziare le condizioni di disagio e di profonda disuguaglianza già presenti nei nostri spazi urbani.

Abbiamo visto come in alcuni territori marginali, urbani e non, la didattica a distanza sia stata più difficile che in altre aree, a causa delle differenze nell’accesso alla rete o agli stessi strumenti digitali necessari per seguire le lezioni. E abbiamo visto come, in alcune zone, le forme di solidarietà come la distribuzione di pacchi alimentari abbiano letteralmente salvato ampie fasce di popolazione, supplendo alle mancanze di un welfare istituzionale, che tralascia chi non rientra in determinate categorie di utenti. E sono ancora molte le lezioni che abbiamo imparato sulla nostra pelle, lasciandoci qualche suggerimento su come immaginare la città del post-covid.

Abbiamo risignificato la domesticità, facendo assumere a ogni spazio una miriade di funzioni che cambiano nel corso delle ore, sovrapponendo significati, esigenze e usi. Ci siamo ritrovate a mescolare spazi di produzione e riproduzione, scoprendo quanto questo significhi confonderne i tempi, e quanto siano le donne a uscirne maggiormente penalizzate. Nel caso dello smart working, poi, abbiamo effettuato un’inversione tra le definizioni di spazio pubblico e privato in base al criterio produttivo/riproduttivo. Il domestico non è più lo spazio di “sottrazione” dal lavoro: stare a casa significa essere connessa, disponibile al lavoro, sempre performativa. Paradossalmente, uscire in piena pandemia per fare la spesa a volte è diventato “un momento per sé”. 

Questa chiusura nel domestico, poi, ha reso ancora più evidente la difficoltà di accesso agli spazi safe, gli appartamenti e le case antiviolenza, ricordandoci come non esistano, ancora, politiche abitative pensate espressamente per permettere la fuoriuscita da situazioni di violenza domestica.

Abbiamo esperito la cancellazione della socialità di cui facevamo esperienza nello spazio pubblico. Abbiamo visto normare i nostri comportamenti più apparentemente innocui, come passeggiare con i bambini o andare a spasso senza motivo. E anche ora che riacquisiamo passo dopo passo le nostre libertà quotidiane, corriamo il rischio di interiorizzare la norma per cui l’uso non funzionale dello spazio pubblico potrebbe non essere legittimo. Dover giustificare perché ci si trova in luogo, a una certa ora o senza apparente motivo, oltre ad essere un’esperienza tipica delle donne e delle persone razzializzate, è un forte disincentivo a vivere lo spazio pubblico. Allo stesso tempo uscire sempre meno o “non più del necessario” priva noi di una qualità della vita, ma priva anche lo spazio pubblico dei nostri corpi, e del presidio fondamentale che rappresentano.

Incredibilmente, poi, più lo spazio pubblico si contrae per i nostri corpi e più sembra allargarsi per i soggetti privati: così vediamo le piazze, le strade e le isole pedonali delle nostre città offrirsi all’espansione delle aree per i tavolini di bar e ristoranti, come se il mobilio per consumare un pasto a pagamento fosse l’unico sistema possibile per mantenere il controllo delle distanze fisiche.

La stessa contrazione, però, ci ha permesso di (ri)scoprire il valore degli spazi aperti nelle nostre abitazioni, con varie sfumature di intimità, tra il pubblico e il privato. Abbiamo toccato con mano l’opportunità che rappresentano balconi, cortili, tetti, terrazzi, chiostrine, e non solo per godere di un fazzoletto di cielo (o un raggio di sole), ma anche e soprattutto perché sono luoghi che predispongono la possibilità della relazione. In molte, riappropriandoci furtivamente di questi spazi, abbiamo goduto della tessitura di relazioni inedite, esterne al nucleo familiare, non scelte, inattese, da accogliere con serendipity (e forse curare, in futuro) per la creazione di reti di prossimità.

E mentre alcune archistar suggeriscono di ristudiare le nostre città e le nostre architetture per evitare l’incrocio di persone e flussi, e in Corea producono un’app per prendere l’ascensore senza imbattersi in colleghi o vicini, la lezione femminista che apprendiamo da questa situazione è ben diversa: con tutte le precauzioni del caso, con i tempi che saranno necessari, con le modalità in cui ognuna si sentirà più a suo agio, sentiamo l’urgenza di riappropriarci degli spazi esterni, pubblici o meno, e riempirli con i nostri corpi, le nostre azioni, le nostre voci, le nostre relazioni, le nostre alleanze. 

Il lockdown ha anche messo in luce l’importanza di alcune dimensioni che avevamo dimenticato (e in qualche caso, mai esperito), come quella della distribuzione dei servizi a livello locale: dover limitare i nostri spostamenti ci ha ricordato la possibilità di avere una città con tempi e spazi compatibili con un raggio di distanza percorribile a piedi; una lezione che abbiamo ereditato dalle urbaniste femministe e che vediamo riproporre nelle campagne elettorali di alcune sindache europee (per esempio, Anne Hidalgo e la sua proposta di una “Parigi dei 15 minuti”).

E tra i servizi a livello locale è necessario dare importanza all’accessibilità e all’uso di tutti gli spazi da parte di bambine e bambini, tra le categorie che -nonostante dimostrassero una carica virale tra le più basse- sono state maggiormente penalizzate in questo periodo. Non è un caso, ancora, come anche questa fosse tra le osservazioni di chi ha cercato e cerca ancora di formulare una critica femminista alla pianificazione: ci ostiniamo a immaginare le nostre città sugli spazi e i tempi della produzione, invece di ripensarle come spazi per il benessere fisico e psicologico, per la qualità della vita quotidiana. E questo vale anche per la possibile correlazione tra la diffusione della pandemia e il degrado ambientale, soprattutto rispetto all’inquinamento atmosferico e le tecniche di produzione agricola. Come ci ricorda Stefania Barca, abbiamo bisogno di tracciare il filo di un discorso femminista sulla crisi ecologica, di incorporare una visione intersezionale delle lotte che ci permetta non solo di inquadrare il discorso patriarcale e androcentrico che continua a disegnare le nostre città e i nostri territori, ma anche e soprattutto per immaginare di nuovi.

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