#Prossimamente – Invisibili

di Sara Marini – a.p.s. SCoSSE

Mi trovo a riflettere su un contributo per #Prossimamente, in questo momento in cui, più che mai, valutazioni professionali, paure, ansie e gestione della vita privata si sovrappongono, come non fosse già una cifra del mio modo di stare al mondo e con me delle persone con cui condivido molti dei percorsi che intraprendo. I lavori che, in questo tempo contratto e compresso, si sovrappongono, sgomitano, si sottraggono spazio a vicenda, entrano ed escono tutti da questo mio tentativo di concentrarmi e focalizzarmi.

Vorrei scrivere un pezzo sull’infanzia, su* bambin* in questa fase storica così particolare. Ma almeno due riflessioni, che occupano in questo momento spazio e tempo nella mia vita, si intersecano: riguardano l’agio, il benessere e l’invisibilizzazione da una parte de* bambin* in questa fase di lock-down e di lenta uscita da esso e dall’altra delle persone trans e non binarie all’interno dello spazio pubblico.

Invisibili in questo momento sono * bambin*, chius*, silenziat*, non considerat* prima, poi soggetti da contenere e controllare, come pericolosi veicoli di contagio.

Invisibili sono le persone trans, le persone non binarie, le persone che sfidano, interrogano, mettono in discussione l’ordine binario di genere che regola la nostra società, e che è regolato da essa. Mi risuona il monologo di un’artista per la giornata contro l’omo-lesbo-bi-transfobia in cui parla di stupida “paura di chi vuole amarsi semplicemente come gli pare” … neanche in questa occasione si riconosce l’esistenza di chi questiona la propria identità di genere.

È evidente che il movimento de* bambin* genera disagio, risulta incontrollabile e disturbante in una fase di distanziamento fisico, di prescrizioni, regolamentazioni, controllo e sicurezza sanitari, tanto da doverlo contenere auspicando l’utilizzo di carrozzina, passeggino o similari. Dunque chiusi in casa, in carrozzina … oppure no, oppure solo all’aperto, a scuola in giardino, se il tempo lo consentirà, fuori, distanti. Mi evoca un andamento oscillatorio già noto alle dinamiche di sorveglianza: rinchius* in spazi e categorie se questo consente il controllo; espuls* e allontanat*, non previst* là dove si evidenzia l’impossibilità dominarne le scelte e il loro esito.

E mi solletica la mente un corto visto pochi giorni fa in cui la scelta di una piccola persona, assegnata maschio, di presentarsi alla scuola dell’infanzia con la gonna generava scompiglio, disapprovazione e il bisogno di sistemarla nei confini del gioco o del capriccio, negando la possibilità di questionamenti e sperimentazioni relativi all’identità di genere e arginando la possibilità di contagio del gruppo classe.

Dunque il moto de* bambin* come il movimento che compiono soggetti nel mettere in discussione categorie stabilite, certe, sicure per la nostra società, quali il sesso. Stabilite per noi prima ancora che nasciamo e prima che abbiamo una coscienza per esprimere il nostro sentire, che sono in calce al nostro documento di identità, che sono stabilite e normate per l’incolumità collettiva. Entrambi destabilizzano, generano paura, sono veicolo di contagio, vanno contenuti, rigettati, invisibilizzati, reclusi (a seconda degli strumenti di cui il sistema sa e può dotarsi).

Sicurezza e coscienza, contagio e confini sono termini che ritornano. Il movimento fluido di soggetti che non hanno introiettato o hanno messo in discussione dei limiti condivisi spaventa, sfugge alla sorveglianza, chiama a mettere in discussione certezze. E come non pensare alla fluidità del movimento delle persone migranti, amplificata dalla dimensione liquida dell’acqua attraverso cui molte di loro si spostano, che fendono lo spazio che abitiamo, lo vivono, lo contaminano, lo interrogano, ne mettono in discussione l’organizzazione e le leggi.

Penso che la sfida che ci attende sia quella di rompere i binari e i confini che costringono o escludono i soggetti non conformi, i loro movimenti e posizionamenti. Che siano i recinti di un giardino o le porte di un bagno, quelle di un ospedale, le condizioni di un contratto di lavoro dignitoso, le mura di un carcere o quelle di una scuola che sappia accogliere e non perdere per strada parti della propria comunità, i confini di una nazione, una rampa di scale inaccessibili, l’ingresso di un commissariato.

E questo richiederà movimento, il nostro, un moto collettivo e determinato, un moto in avanti ma che sappia sconfinare, moti concentrici, moti destabilizzanti e la volontà di rivendicarlo come bisogno e come pratica.

 

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