Non è il sesso, è il potere (anche se spesso è la stessa cosa)

andrew-hunt-frank-underwooddi Giorgia Serughetti

“A great man once said, everything is about sex. Except sex. Sex is about power”. È Frank Underwood, il celebre personaggio di House of Cards interpretato da Kevin Spacey, attore premio Oscar che proprio in questi giorni è al centro di uno scandalo per molestie sessuali, a indicarci – ironia della sorte – la via d’uscita dal groviglio di errori e banalità che sta segnando la fase due del caso Weinstein e dintorni.

Nella fase due, dopo lo scatenarsi di un acceso scontro di opinioni pro e contro le vittime del produttore hollywoodiano, dopo l’esplosione di denunce virtuali accompagnate dagli hashtag #meetoo e #quellavoltache, dopo timidi tentativi maschili di fare i conti con l’inveterata abitudine a prendere senza chiedere il permesso (hashtag #Ihave), dopo che l’onda partita dal mondo dello spettacolo è andata a lambire la politica dell’Unione Europea (le denunce delle eurodeputate) e di alcuni paesi (si vedano le molestie a Westminster), dopo tutto questo è cominciata la controffensiva.

“Ossessione fobica”, “maccartismo da cerniera lampo” scrive Michele Serra su la Repubblica del 3 novembre. Caccia alle streghe, puritanesimo di massa, si legge in giro per la rete e sui giornali. E cominciano le domande: ma allora a un pover’uomo basta provarci con una donna (o un uomo) per essere accusato di molestie? Ma non staremo diventando ridicoli a parlare di violenza quando in fondo si tratta solo del palpeggiamento di un cretino? Ma se continuiamo così non rischiamo di perdere di vista le (vere) vittime di (vere) violenze?

È stato scritto così tanto su queste vicende che resta solo da provare a indicare un principio, uno solo, a partire da cui esaminare i casi singoli, che non sempre meritano di essere trattati allo stesso modo. Un principio che consenta di distinguere tra l’approccio di un lumacone a una festa e la mano sul ginocchio al lavoro, tra l’attenzione sessuale di qualcuno che non ci interessa e il produttore cinematografico che riceve in vestaglia la sua preda.

La domanda da farsi insomma è: quanto c’entra il potere? Posto che quando parliamo di relazioni tra uomini e donne (ma anche in molti casi tra uomini e uomini) il potere c’entra sempre, c’è una differenza essenziale tra il sesso in quanto piacere e il sesso in quanto potere. Che poi ci sia un piacere del potere non lo metto in dubbio, ma i casi che hanno fatto notizia (con l’eccezione, direi, di quello che ha coinvolto un giovane Kevin Spacey, ancora lontano dalla fama, con il giovanissimo Anthony Rapp) hanno tutti a che fare con l’esercizio del presunto diritto d’accesso a un corpo altrui, per lo più femminile, fondato sulla consapevolezza della propria posizione e alimentato dal senso di impunità che da sempre protegge chi comanda e chi dirige.

Quando l’attenzione indesiderata, il contatto non richiesto, la domanda di prestazione sessuale avviene in condizioni di diseguaglianza di potere, ciò che chiamiamo “consenso” viene così palesemente distorto da rendere fastidiosa e inappropriata qualsiasi disamina da aula di tribunale. Non è una scelta fondata su effettiva autodeterminazione quella tra subire una molestia sessuale e tenersi il lavoro (o fare il lavoro che si ambisce a fare o di cui si ha bisogno) o rifiutare e perdere il lavoro. Ciò non significa che non possa darsi effettiva adesione a questo sistema di potere da parte della singola donna, che non possa darsi anche un uso strumentale e a proprio vantaggio, che perlopiù lascia intatto il sistema stesso e le sue diseguaglianze.

Quello del consenso è un oggetto culturale scivoloso, nonostante su di esso si fondi una distinzione fondamentale, quella tra ciò che è violenza e ciò che non lo è. Ha scritto recentemente Laurie Penny che “il consenso è molto di più dell’assenza di un no. È la possibilità di un sì vero. È la presenza di un agire umano. È l’orizzonte del desiderio”. Quale desiderio può esserci se da una parte c’è la presunzione di un diritto, dall’altro il senso riluttante di un dovere? Quale libertà sessuale può darsi quando l’incontro tra due persone è mediato dal potere che fa da cornice e dà significato al rapporto stesso?

Prendiamo però il caso, per esempio, dello sporcaccione sull’autobus. Quale potere può esercitare uno così? Certo non è Weinstein, ma agisce in uno spazio come colui che ne detta le regole, basandole sul diritto maschile. Non è perciò una “reazione esagerata” quella delle donne che parlano di ferita e umiliazione per episodi simili. Per fortuna, spesso dall’autobus si può scendere. Non altrettanto facile è lasciare un lavoro.

E invece il tipo che ha provato a baciarci a una festa, e che non ci piaceva? Se abbiamo potuto dirgli no e andare a farci un gin tonic credo siamo fuori tema. Anche perché si spera sia successo anche a noi donne di provarci con qualcuno che ci ha respinte, e che siamo andate anche in questo caso a farci un gin tonic.

Quando sono le diseguaglianze di potere – nei rapporti di lavoro, negli usi degli spazi (urbani, sociali, politici), nell’accesso alle risorse – a fare da sostegno alla domanda di contatti e rapporti sessuali indesiderati, può esserci violenza anche se non viene detto nessun “no”. Se non è questa la cornice in cui ciò avviene, faremo valutazioni diverse. È questa l’unica sensibilità che credo si possa mettere in campo per non cadere in paradossi e per puntare il dito dove deve essere puntato: non contro il sesso, contro il potere.

 

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7 pensieri su “Non è il sesso, è il potere (anche se spesso è la stessa cosa)

  1. Ciao e grazie per l’ottimo articolo.
    D’accordo su quasi tutto tranne sull’autobus, dove fatico a seguirti.
    L’uomo li agisce ” *come* colui che ne detta le regole, basandole sul diritto maschile”.
    Qui quindi il potere è fittizio o quantomeno arrogato, non reale, certo: se lo si lascia al lumacone, lo deterrà, se lo si vuole privare e smascherare basta avere la saldezza di nervi (non sempre disponibile, questo lo comprendo) di dire ad alta voce: “quest’uomo mi sta toccando”, così da invertire la scala del potere con un solo semplice gesto. Cosa che evidentemente nell’ufficio del capo, non si può fare senza rischi. O credi che nell’autobus tutti a quel punto guarderebbero la malcapitata dicendo o pensando: dovrebbe tacere, si è vestita troppo poco ? Non nego che questo potrebbe paradossalmente succedere, ma qui entriamo in un altro campo: non è questione di potere reale, ma presunto, non dimostrabile e soprattutto contendibile.
    La società non è fatta di maschilisti senza speranza. Ce ne sono, quanti ne vuoi, ma non la definiscono.
    Grazie per eventuali risposte 🙂
    Sotantar Singh

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    • Grazie per le tue osservazioni. Sul finale sono naturalmente d’accordo. Direi però due cose per rispondere ai tuoi dubbi: la prima è che gli spazi pubblici, nonostante le grandi trasformazioni del nostro tempo, continuano a non essere neutri. Per strada, sull’autobus, al bancone di un bar, essere donna ed essere uomo fa differenza. Gli spazi sono ancora segnati da un maschile che si arroga il diritto a regolare l’accesso agli spazi. Questo potere è fittizio? Non proprio, perché conta sulla realtà di millenni di dominio, ma è presunto perché fondato sulla percezione soggettiva di un diritto che non è riconosciuto. E’ contendibile? Senz’altro! Ma qui viene il secondo punto. Le donne raramente svergognano pubblicamente il molestatore sull’autobus. In realtà non mi pare che non lo facciano per paura di essere giudicate (come sei vestita ecc.) ma perché l’ambiguità del comportamento molesto (ti tocco ma non lo faccio in modo plateale) determina un vissuto ambiguo, il timore di rendersi ridicole, di sentirsi dire “ma lei è pazza, io non ho fatto nulla” e di non poter provare nulla. Certo, più aumenta la consapevolezza pubblica e lo stigma su questi comportamenti più sarà possibile reagire ed esporre il colpevole, anziché se stesse, alla vergogna e alla riprovazione.

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  2. comunque sesso e potere non sono uguali, sono cose diverse e le molestie sono u esercizio di potere, vale per weinstein e per il tizio sull’autobus,concordo

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  4. Pingback: It’s a man’s world – Unrepentant Magdalene

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