#MeToo, il contrattacco e lo spauracchio della fine del desiderio

Rose-McGowandi Giorgia Serughetti

“In Italy, #MeToo Is More Like ‘Meh’”, titola il New York Times. La mobilitazione che negli Stati Uniti ha innescato un cambiamento di portata storica, ed è per questo stata riconosciuta come una rivoluzione di portata analoga ai grandi movimenti della fine degli anni Sessanta, in Italia è seppellita sotto una coltre di disinteresse, quasi un sonoro sbadiglio.

Non solo, ma sulla pagine dei giornali e in tv, per disinnescare la carica destabilizzante della presa di parola delle donne, questa è fatta oggetto di irrisione (“La danno via e poi frignano”), di boriosi atteggiamenti di mansplaining (del resto chi meglio di un uomo può spiegare a una donna quando è giusto fare una denuncia per le molestie subite?), o di discredito (ne sa qualcosa Asia Argento, attaccata pochi giorni fa da Vladimir Luxuria e dal vicedirettore di Libero Pietro Senaldi nella trasmissione Carta Bianca di Rai Tre, un episodio che al di là del merito costringe a chiedersi: seriamente il servizio pubblico televisivo ritiene necessario il contraddittorio quando a parlare è una donna che racconta la sua esperienza di violenza?).

Il particolare impegno su questo fronte della stampa di destra, vicino all’ex premier Silvio Berlusconi, fa sorgere più di un sospetto che il ritorno in campo del “Caimano” non sia un particolare di poco conto nel quadro generale. Lo suggeriscono sia Ida Dominijanni sull’Huffington Post, sia Simona Siri nel suo commento sul Washington Post. Però le voci scettiche o apertamente negazioniste sono tante, e dettano la linea anche dalle pagine di altri quotidiani e riviste, puntando in particolare sulla retorica della fine del corteggiamento, della seduzione, del desiderio.

Pensiamo alle parole di Enrico Brignano sul Corriere della Sera: siamo uomini, ci piacciono le donne, se una donna non dice di no vuol dire che ci sta, ecc. “Le parole del comico non vengono controbattute dalla giornalista e si inseriscono, di fatto, nella copertura che uno dei maggiori quotidiani nazionali sta facendo di un fenomeno mondiale”, ha scritto Claudia Torrisi. E c’è anche l’intervista rilasciata da Francesco De Gregori a Vanity Fair: “La discussione ha preso una piega assurda confondendo i piani. Stalkeraggio, molestie e violenze sono ambiti diversi dal corteggiamento. Non mi convincerò mai che una mano che sfiora la gamba di una tua amica al cinema sia da sanzionare con la galera”.

Ma chi ha parlato di mettere in galera i corteggiatori, oltre alle penne un po’ deliranti che inventano e al tempo stesso paventano la dittatura del politically correct, del “ci estingueremo per femminismo”? La distinzione tra sesso come piacere e sesso come potere/sottomissione, tra corteggiamento e predazione sessuale, tra avances e violenza non è fatta propriamente di sfumature. Nella maggioranza dei casi non occorre scomodare la complessità dell’umano desiderio. Non voglio farla facile, ma quando la differenza tra il consenso estorto e il consenso libero non è chiara è perlopiù perché resta opaca la struttura di potere in cui ci si trova ad agire sessualmente.

È quindi in corso un contrattacco fatto a colpi di sciocchezze, con la complicità dei media mainstream? Sì, ma non c’è solo questo. Perché ai discorsi di chi insiste a fingere di non sapere la differenza che c’è tra il “provarci” e la molestia, se ne affiancano altri meno banali, preoccupati – potremmo dire “da sinistra” – soprattutto di alcuni possibili esiti nefasti di questa mobilitazione globale.

Penso alla riflessione di Slavoj Žižek pubblicata su Internazionale (n. 1232), secondo cui “bisogna adoperarsi affinché questo risveglio non si trasformi in un nuovo caso in cui la legittimazione politica si basa sullo status di vittima del soggetto”. L’idea del filosofo è che questa idea del soggetto come “vittima irresponsabile” faccia di ogni “incontro con l’Altro” una “minaccia potenziale” al proprio precario equilibrio.

Un altro tra i pochi argomenti che meritano riflessione è il problema di come scrivere nuove regole delle relazioni, dove c’è il rischio di veder proliferare reati e sanzioni (lo paventa per esempio l’antropologo Franco La Cecla su Doppiozero riferendosi alla proposta francese di introdurre un “reato di sguardo per strada”).

Convinta come sono che queste conseguenze non siano affatto desiderabili, sono però anche convinta che non siano affatto inevitabili, per le ragioni che proverò a spiegare.

Innanzitutto noterei che Il Time, nel suo riconoscimento delle donne che hanno rotto il silenzio come “persone dell’anno”, ha parlato giustamente di una “rivoluzione del rifiuto”. Il rifiuto non è una postura vittimistica, ma al contrario un’espressione attiva di agency.

L’ultima celebre testimone del modello predatorio di Harvey Weinstein, l’attrice Salma Hayek ha scritto: “Gli uomini molestavano sessualmente le donne perché potevano farlo. Le donne oggi parlano perché, in questa nuova era, finalmente possiamo farlo”. Il verbo potere (can) significa due cose diverse nella stessa frase. Gli uomini lo facevano (lo fanno, dovremmo dire) perché gli era consentito da un sistema millenario che sancisce il diritto sessuale maschile. Le donne possono parlare perché questa possibilità l’hanno creata da sé, con il coraggio di alcune e la solidarietà di tante. C’è il rischio che il riconoscimento della forza di queste donne passi tutta attraverso il loro status di vittime? Sì, ma questo esito si può scongiurare respingendo le offerte politiche di protezione paternalistica e mantenendo aperto un conflitto che sia trasformativo delle relazioni di potere.

Seconda questione. La necessità di riscrivere le regole delle relazioni tra uomini e donne, e più in generale tra esseri umani, può effettivamente offrire una sponda a interventi legislativi che moltiplichino le ipotesi di reato per rispondere a una presunta domanda femminile di protezione. Ne parliamo, Cecilia D’Elia ed io, nel libro Libere tutte, dove individuiamo due rischi paralleli: da una parte l’ideologia neoliberale che, prescindendo dalle strutture di potere esistenti, finisce per far ricadere la responsabilità interamente sull’individuo più vulnerabile (tua la libertà di dire sì o no, tua la responsabilità delle conseguenze); dall’altra, il paternalismo del diritto che si assume compiti di natura morale.

Ma il rischio di un’ondata di moralizzazione e disciplinamento viene meno se, al posto dell’ottica della repressione e della protezione, assumiamo la prospettiva della liberazione della sessualità dalle regole patriarcali. Queste regole, di cui sono espressione i modi consueti di pensare la seduzione e il corteggiamento, costruiscono il desiderio come una relazione tra un soggetto e un oggetto. Non sarebbe più interessante se, anziché lagnarci della loro perdita, cogliessimo questa opportunità storica per immaginare come possono darsi delle relazioni libere tra due soggetti?

E se mettessimo l’accento, anziché sul desiderio (maschile) da disciplinare, sul desiderio (femminile) da riconoscere, esplicitare, rendere protagonista, con tutto – anche l’incertezza e il rischio di rifiuto – che ciò comporta?

E se dicessimo una volta per tutte che il politically correct è solo uno spauracchio per conservare intatte le relazioni di potere?

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Polis. Contrassegna il permalink.

5 pensieri su “#MeToo, il contrattacco e lo spauracchio della fine del desiderio

  1. il corteggiamento e la seduzione non sono patriarcali di per sè e non sono oggettificanti neanche quando è lui a corteggiare o sedurre una lei. La seduzione è un gioco a due tra uomo e donna (ma anche tra persone same sex) in cui nessuno è veramente passivo, sia quando è lei a sedurre sia quando è lui a sedurre, la persona sedotta dice do sì quindi non è passiva. Per me il desiderio femminile oggi è già protagonista, ci sono donne seduttrici non solo uomini seduttori, donne che corteggiano e non solo uomini. e poi il desidero che sia maschile o femminile non va disciplinato perchè le molestie centrano col potere e non col desiderio sessuale. Chi ti molesta non ti desidera, chi ti seduce ti desidera. E il confine fra avance e molestia è chiaro: se io ti metto una mano sulla coscia e a te piace è avance gradita, se non ti piace e la tolgo subito è avance rifiutata, se non ti piace, io so che non ti piace e continuo a toccarti è molestia, solo in quel caso. E vale per uomini e donne

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: Chiara Serughetti. #MeToo, il contrattacco e lo spauracchio della fine del desiderio

  3. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...