Piccole cose di valore non quantificabile

cape fear country club weddingsdi Chiara Sfregola

Come vola il tempo. Pare ieri che stavamo tutti al Pantheon con le sveglie in mano a farci i selfie durante il flash mob in favore delle unioni civili e invece è passato già un anno. Anzi, di più, quello era gennaio. È passato un anno dall’approvazione al Senato della Legge Cirinnà, i cui decreti attuativi sono arrivati appena tre mesi fa.

Comunque sia un anno, il primo specialmente, è sempre tempo di bilanci, e Repubblica ne ha approfittato per farne uno estremamente fiscale, contando le unioni contratte in Italia quest’anno (circa 2800) e definendole, non si è capito bene sulla base di quale criterio contabile internazionale, un flop.

Ma cos’è un flop? A parte la scelta discutibile di valutare una legge in base a quanti ne usufruiscono (Per recensire quella sulla “legittima difesa” l’anno prossimo conteremo morti e feriti?) e non a come cambia la qualità della vita delle persone in questione, mi soffermerei su una valutazione analitica di ciò che è successo nell’ultimo anno, a livello sociale e a livello della comunità LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali).

Partiamo da lontano. Dunque, prima dell’approvazione della legge il dibattito era infuocato da entrambe le parti. Tra i contrari c’era chi parlava di “minaccia” per la famiglia tradizionale. Minaccia che non si è mai capito bene in cosa potesse consistere: estinzione immediata degli eterosessuali? Mutamento di orientamento sessuale per tutta la popolazione? Di fatto, mentre qualcuno pensava ai bambini (per modo di dire, ma lo vedremo più in basso) non è avvenuto nulla di tutto ciò: il numero dei divorzi è comunque di gran lunga superiore a quello delle unioni civili. Un trend che va avanti da anni, con un’impennata da quando è entrato in vigore del divorzio breve. (Tra parentesi, come valutiamo la legge in questo caso? Un successone?) I matrimoni versione classic invece nel 2015 hanno ripreso a crescere per la prima volta dopo otto anni, segno che la crisi è finita o che ci abbiamo fatto il callo e ci sposiamo lo stesso.

Ma torniamo alle unioni civili. Si parlava di favorevoli e contrari. Ecco, pure tra i favorevoli– vi svelo un segreto essendo io come avrete capito un’insider del movimento – c’era chi parlava di minaccia: quella di doversi sposare. Tante coppie anche stabili si basavano sull’assunto che una delle due componenti voleva sposarsi e l’altra no, solo che essendo impossibile legalmente vinceva il mantenimento dello status quo, ovvero il no. Con l’approvazione della legge Cirinnà sono cominciate le battaglie finora relegate all’universo etero: “Mi sposi? Ma quando mi sposi?”. E se alle coppie uomo-donna alle volte “scappa” un figlio che cambia le carte in tavola e porta al matrimonio senza passare dal via, nelle coppie lesbiche e gay, per quanto disponibili a rapporti non protetti, i figli non vengono proprio da soli e questa scelta del matrimonio “per il figlio” è impraticabile.

E questo ci porta al punto due: la vera minaccia della legge era un’altra. Il movimento avrebbe perso di coesione e – accontentatosi di una legge monca – avrebbe smesso di lottare. E devo ammettere a malincuore che ad oggi questa sensazione ce l’ho ancora. Dallo stralcio della stepchild adoption sarebbe stato chiaro che questa legge non avrebbe protetto i figli delle coppie omosessuali. Un bel discrimine, se pensiamo che oggi come oggi è proprio per tutelare i figli che tante coppie eterosessuali decidono di sposarsi. L’unione civile, e questa è la vera differenza col matrimonio, non prevede in automatico il riconoscimento come figlio di entrambi i partner il bambino nato in costanza di unione civile. È necessario andare da un giudice. E anche se già in vari casi la giurisprudenza si è espressa favorevolmente in proposito, si tratta comunque di un’incognita. La stepchild adoption poi è un’altra cosa ancora: l’adozione del figlio del coniuge qualora l’altro genitore naturale sia morto. E il fatto che la discussione fosse su un caso – questo sì – molto di nicchia avrebbe dovuto farci capire che non eravamo esattamente dalle parti del matrimonio ugualitario ma piuttosto da quelle di un accrocco legislativo mitologico, metà matrimonio moderno (divorzio breve, nessun obbligo di fedeltà!) metà impiccio old school per ottenere la reversibilità della pensione e le visite in ospedale.

Vedremo a questo Pride se la lotta per il matrimonio egualitario continuerà, ma empiricamente mi sento di dire che adesso sono tutte e tutti troppo impegnati a scegliere il cartoncino delle partecipazioni per preoccuparsi seriamente della tutela dei figli (ma conto che fra qualche anno, sposate e felici, torniamo tutte alla carica).

Naturalmente non sono un’ingrata, riconosco che questa legge ha portato anche dei vantaggi materiali e spirituali di valore non quantificabile secondo criteri tradizionali. Per esempio, sembra un matrimonio, costa come un matrimonio (questo per molti è un vantaggio. Ricordate? Il modello classic era in crisi da otto anni), e la gente intorno a te si comporta come se ti stessi effettivamente sposando. Per esempio ti chiede se ora che ti unisci civilmente metterai la testa a posto, se farai dei figli, se arrederai casa come un adulto. Insomma, specie se sei una donna, comincia a farsi chiara nella testa di quelli che ti conoscono l’idea che la tua omosessualità non sia una fase.

Un altro vantaggio di questa legge è quello di riportarci al secolo scorso, quando l’upgrade sociale di una donna passava attraverso il matrimonio. Prendeva il cognome del marito e iniziava una nuova vita in quanto “moglie di”. Per le coppie gay e lesbiche l’unione civile ha più o meno lo stesso balsamico effetto di riconoscimento sociale. Passa il messaggio: le coppie gay e lesbiche sono famiglia, non sono “amiche”, non sono una massa di depravate sessualmente promiscue. Sono famiglia. Certo, una famiglia così come intesa dai canoni del mondo comunque eteronormato in cui viviamo: fondata sulla coppia. Però pur sempre famiglia. Anche se devi dimostrare davanti a un giudice che sei la madre di tua figlia.

Per il momento non si prende in considerazione l’idea di tutelare forme di famiglia “altre”, che poi sono quelle in cui molte persone queer si sono spesso formate – anche affettivamente – per sopperire all’ostracismo delle famiglie di provenienza o all’impossibilità giuridica di costituirne una nuova. Si tratterebbe di una rivoluzione del diritto di famiglia che non dovrebbe riguardare solo la comunità LGBTQ ma tutte le cittadine e i cittadini in maniera trasversale, visto che sono passati quarantadue anni dall’ultima riforma.

Ma in attesa che gli etero si uniscano al mondo LGBTQ per ripensare nuove forme di famiglia, mi soffermo a ragionare sull’ultimo – per me decisivo – punto a favore del ddl Cirinnà. E cioè che come femminista, questa legge mi ha portato a una conclusione: non ho mai pensato che mi sarebbe piaciuto essere una moglie finché non ho scoperto che avrei potuto averne una.

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