Tra “mamme” e divorzi, la sfida della libertà

flying-womandi Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

Tempi difficili per la libertà delle donne. Nella stessa settimana ci troviamo esaltate in politica nel ruolo di “mamme” – non “donne”, nemmeno un più dignitoso “madri”, ma proprio l’appellativo familiare e affettivo caro all’immaginario nazional-popolare – e trasformate in “coniugi” senza sesso in sede di Cassazione Civile.

Lavoro, casa e mamme, sono le parole scelte da Matteo Renzi nell’assemblea nazionale per rilanciare il progetto del Partito Democratico. Come una coazione a ripetere, la maternità può entrare nell’agenda politica solo a patto di riproporre il ruolo tradizionale della mamma, che fa ombra sulle donne e persino sul loro fare politica. “Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro”. In questo discorso c’è la donna vista innanzitutto nel ruolo di madre, anche quando si incarica di affari di Stato. Se poi l’intento era quello, senz’altro condivisibile, di mettere al centro gli ostacoli alla libera scelta della maternità (“È la questione politica del nostro tempo”), niente nel discorso di Renzi punta però nella direzione della condivisione dei carichi di cura, del ruolo dei padri, delle nuove figure genitoriali.

Francesca Izzo ha parlato di “coraggio” del Segretario del PD, stigmatizzando il “riflesso di Pavlov” dei critici (delle critiche) secondo cui “parlare di madri e di maternità è regressivo, è riportare l’orologio della storia agli anni Cinquanta, a prima della rivoluzione femminista”. Ma nessuna di noi pensa che parlare di maternità sia regressivo, anzi: abbiamo imparato dal femminismo ad indagarne il senso, a partire dalla lettura del testo di Adrienne Rich, Nato di donna. Tuttavia, è proprio quando la maternità smette di essere destino, e le donne smettono di essere viste solo come madri, che si apre la possibilità di valorizzare politicamente questa esperienza.

Passiamo invece alla seconda vicenda, la sentenza che è stata definita una “rivoluzione” nel campo del divorzio. Quando i giudici scrivono che “oggi sposarsi è un atto di libertà e autoresponsabilità” in noi suonano le campane a festa, perché è per questo che le femministe hanno lottato, per sottrarre il matrimonio a una tradizione che prospettava le nozze come destino obbligato, ne faceva il cardine del progetto economico della famiglia ristretta o allargata, e disegnava ruoli diseguali per donne e uomini.

Scriveva Anthony Giddens nel 1992 (La trasformazione dell’intimità) che i mutamenti nel campo della sessualità, della riproduzione, del lavoro, del matrimonio hanno coinvolto anche il senso e le modalità dei rapporti amorosi, sostituendo al concetto di “amore romantico” ottocentesco (alla base del matrimonio finché morte non ci separi) quello di “amore convergente”, basato sulla “parità dei conti del dare e dell’avere affettivo” e teso verso la “relazione pura”, “costituita in virtù dei vantaggi che ciascuna delle parti può trarre dal rapporto continuativo con l’altro”, che quindi “si mantiene stabile fintanto che entrambe le parti ritengono di trarne sufficienti benefici come per giustificarne la continuità”.

In ipotesi, è di questa mutazione che la Corte di Cassazione prende atto con la sentenza del 10 maggio, che stabilisce che per l’assegno di mantenimento in caso di divorzio non conta più il “tenore di vita matrimoniale” avuto in precedenza, ma la capacità della parte più debole della coppia separata (quasi sempre, in una relazione eterosessuale, la donna) di raggiungere “l’indipendenza e l’autosufficienza economica”. Un’indicazione per la trasformazione definitiva dei modelli familiari.

Eppure c’è anche qualcosa di stonato. Come sostengono giustamente Chiara Saraceno e Linda Laura Sabbadini su La Stampa, la decisione dei giudici si basa su un principio di eguaglianza che nella realtà non esiste, che non tiene conto della disparità economica reale all’interno delle coppie. Non tiene conto neanche della distribuzione, che continua a essere fortemente diseguale, dei carichi di lavoro familiare, cioè di ciò che ha consentito effettivamente al nucleo familiare di sopravvivere (e da cui dipende anche il differenziale di reddito e pensionistico tra uomini e donne).

Questa decisione contiene un’idea povera delle relazioni, e un’idea astratta di indipendenza. Quando una relazione tra due persone si rompe, si rompe qualcosa che non era la semplice somma di 1 + 1. E questo vale anche sotto il profilo economico, dove la gestione familiare è il risultato di contributi diversi e non facilmente monetizzabili.

La giurista Maria Rosaria Marella esprime in un post la sensazione sgradevole che si salti “dalla padella dell’uguaglianza sostanziale in salsa paternalista alla brace dell’uguaglianza formale in salsa neoliberale, perché siamo tutte e tutti imprenditori di noi stessi e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità!”.

Come abbiamo scritto nel nostro libro Libere tutte, il conflitto che si gioca sul terreno della libertà è proprio tra questi rischi opposti: il tradizionalismo venato di paternalismo, che intende tutelarci ma anche mantenerci in uno stato di minorità; e l’astrattezza di un’idea di libertà fondata sull’autoaffermazione individuale, che ci consegna semplicemente all’abbandono sociale.

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5 pensieri su “Tra “mamme” e divorzi, la sfida della libertà

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