Partiamo dall’amore. Il lavoro con le vittime di violenza

di Silvia Neonatolegg-120-2016-cover-586x800

Pubblichiamo (per gentile concessione dell’autrice), un estratto dell’articolo di Silvia Neonato contenuto nel numero speciale di Leggendaria “Se una donna dice Basta!”, pubblicato in occasione della grande manifestazione delle donne contro la violenza #NonUnaDiMeno. Nel pezzo che qui riprendiamo, due operatrici esperte ci conducono attraverso la complessità della violenza maschile contro le donne, e del lavoro quotidiano con chi la subisce. 

Dialogo con Antonella Petricone e Sara Pollice, operatrici della cooperativa sociale Be Free nata a Roma nel 2007 per combattere tratta, violenze e discriminazioni. Entrambe hanno fatto dei corsi specifici sulla violenza, o seguito seminari e laboratori su tematiche di genere per completare la propria formazione e continuano a lavorare e aggiornarsi, come molte operatrici di questo settore. Sono alla ricerca di un altro punto di vista sulla violenza di genere e la prima cosa che imparo è che gli angoli da cui guardarla sono almeno tre. Vorrei cominciare dall’approfondire qual è l’angolo da cui guardano loro, le operatrici, per capire la natura di un legame che stringe una donna a un uomo violento, un legame tanto potente da spingere molte a salire ancora una volta sull’auto dell’uomo da cui ci si è già in parte allontanate.

«C’è uno slogan molto in voga, che recita: la violenza non è amore (oppure: se ti mena non ti ama). Uno slogan del genere può essere efficace quando vai a parlare nelle scuola a ragazze e ragazzi che devono ancora cominciare una vita di relazione. Ma se tu invece usi queste due parole così nette con donne che sono da anni all’interno di una relazione con un partner violento, se dici l’amore non è violenza, la frase può diventare rischiosa e ulteriormente svilente per il suo vissuto. Significa giudicarla, pressarla, non riconoscere che dietro la sua relazione esiste un progetto di vita ben preciso, che lei ha voluto fortemente chi sa da quanto tempo. Le fai una ulteriore violenza: le stai dicendo che questo uomo che la mena non è il suo amore/il suo compagno e che lei è una persona fragile e succube, incapace di reagire e di liberarsi di un amore che non è sano», spiega calma Antonella, una delle fondatrici di Be Free, che ha lavorato dal 2010 fino a pochi mesi fa nel Centro SOSDonnah24, una struttura del Comune di Roma, ora chiusa perché il Comune in giugno non ha rifatto il bando per assegnarla. E Antonella, che non vede l’ora di tornare a fare il suo lavoro amatissimo, aggiunge: «La nostra attenzione massima sta nello stabilire, con la donna che chiede sostegno, una relazione di fiducia, che non può non partire dalla sua storia personale, anche se quella storia l’ha poi condotta a creare una relazione con un uomo violento».

«Nei colloqui partiamo sempre dall’amore, non partiamo mai dalla violenza. Lavoriamo sulla relazione, che non si risolve semplicemente con la dicotomia vittima/carnefice: di mezzo c’è la complessità di una relazione, spesso condivisa da parecchi anni. L’uomo violento non picchia 365 giorni l’anno. Non è necessariamente un mostro. A volte è anche fascinoso, oppure fa bene l’amore, scherza coi figli, chiede scusa, domanda aiuto alla compagna. Siamo all’interno di una dipendenza affettiva reciproca: quando iniziano queste dinamiche di violenza è naturale che vengano messe in atto delle strategie di sopravvivenza. Perché hai i figli piccoli oppure sei appena sposata e non hai un lavoro e dunque la dipendenza è anche economica. Il nostro scopo non è “guarire” queste donne dalla violenza, ma valorizzare il loro vissuto e sostenerle in un percorso in cui possano autodeterminarsi. Senza giudicarle, senza considerarle semplicemente vittime di un carnefice. Non sei solo vittima, non sei nata vittima e non è detto che resterai per sempre in questa relazione violenta: questo mi pare il percorso da fare», dice Sara Pollice, al lavoro allo sportello dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma

Riprende Antonella: «Abbiamo creato Be Free proprio con l’idea di dare vita a una cooperativa per tutelare sia le donne che subiscono violenza, sia le operatrici che si occupano di violenza. Noi per prime infatti lavoriamo su noi stesse per elaborare una violenza di genere a cui sappiamo bene di essere soggette in quanto donne. Vogliamo fare un percorso insieme, nei colloqui: se tu non parti dall’amore e dalla dipendenza affettiva non puoi che trattarla come vittima e chiederle/imporle di lasciarsi passivamente assistere da te, dal tuo centro. E se non si affida, fa resistenza, cambia idea, poi ritorna sia da te sia da lui, allora le dici: è colpa tua. No, non crediamo si debba lavorare così. Le donne devono poter scegliere liberamente sul proprio percorso personale e non è detto che i loro tempi corrispondano ai tempi e alle aspettative delle operatrici. Su questo noi ci confrontiamo continuamente e impariamo ad affrontare il senso di frustrazione che inevitabilmente accompagna, in alcuni casi, il nostro lavoro proprio per evitare che una nostra scelta debba ricadere su un’altra donna o che il nostro desiderio di fuoriuscita dalla violenza si sostituisca al desiderio di quella donna».

Leggi l’articolo intero su Letterate Magazine

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