Per bivacchi di fuochi che dicono fatui

di Viola Lo Moro

Ho cercato nel fondo dell’ora pericolosa pomeridiana dove potesse essere nascosto il mio cuore. Non lo trovavo più se non nei guizzi di angoscia: piccoli e minuti spilli che mi sussurravano un procrastinare infinito. E dopo una decina di giorni di semi clausura riesco a pensare solo alla parola Guaio.
La nominavo un po’ di tempo fa con l’amica sensibile, che mi suggerì di cercarla sul vocabolario.  (Disse: “Cercalo sul dizionario serio però, non google qualcosa”). Guaio è una parola che deriva dal germanico wai e onomatopeicamente ci dice dell’emissione di un suono acuto. Un animale ferito emette un guaito. Da lì, come su una scarpata a discendere, fino ai significati più figurati (ci siamo cacciate in un brutto guaio, dove il termine sta per “impiccio”).

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foto di Viola Lo Moro

Una notte di molti anni fa ho incontrato un lupo, ero in mezzo al bosco, ero sola, tenevo acceso un fuoco basso basso. Quel crepitio e quel tepore bastavano a non farmi sentire affatto sola. Non avevo un telefono per distrarmi. A qualche metro di distanza riconobbi la sagoma di un lupo. Ho buttato l’ultimo legnetto nel fuoco e mi sono preparata alla battaglia. Così me la racconto. Suppongo che in verità mi sono spaventata moltissimo, non ricordo affatto l’emozione, ricordo solo i fatti nitidamente. Il rumore dell’ultimo bastone lanciato ha fatto fare un piccolo guaito al lupo. Era più spaventato di me, e non era affamato. La sua deduzione istintiva lo deve aver portato a sentirsi più vulnerabile. È scappato via. 

Penso spesso a quella notte in queste pressoché notti come un’esperienza esemplare, un segnale. Mi dice qualcosa sulla vulnerabilità e sull’armonia, sulla me che sono stata, e sull’incontro (im)possibile con l’imprevisto. Mi dice ancora quanto velocemente posso garantirmi un’opzione di sopravvivenza grazie ai piccoli oggetti – un bastone, la brace. Il fuoco è un elemento che maneggio volentieri, mi rassicura. 

L’epica della vulnerabilità è stata una di quelle che ho politicamente più abbracciato e più respinto. Ho creduto – e in parte credo – alla possibilità di alleanze tra i/le vulnerabili e ho creduto contemporaneamente all’impossibilità di alleanza tra i/le vulnerabili proprio perché quella condizione è generalmente brutta da vivere, e uscirne a qualsiasi costo porta più spesso all’individualismo – diciamo che il sistema  socio- economico non aiuta – che alle complicità. Mi fermo, mi rendo conto che non ho più la testa per ragionare così. Anzi, non voglio ragionare. Assisto quotidianamente a un richiamo alla ragionevolezza, al senso civico, al rispetto, all’osservanza di regole. Le seguo, mi sono fatta carico dell’esecuzione, ma non perdo un centimetro del senso critico. Mi sembra il minimo. Quelle stesse regole per il bene comune che se i governi nazionali e regionali avessero osservato negli anni passati giusto un filo meglio non avremmo una sanità pubblica in questo stato pericolante. (Mi viene in mente continuamente il sospetto che avevo negli ultimi anni nei confronti del proliferare di proposte di assicurazioni sanitarie da ogni dove).

(Se noi siamo il lupo – che fino a un momento prima stava in un punto di assoluta forza – come facciamo a capire che è il momento di ritirarci un po’?)

Mi sento rapidamente scivolare dentro un’analisi che altre fanno meglio di me e che ora non mi consola: l’armonia tra i viventi è stata alterata da modalità di iperproduzione screanzate dell’ultra liberismo. Questa versione della storia ovviamente mi convince, lotterò sempre per e un mondo in cui l’esistenza possa essere più vivibile per tutti, ma nell’ora più buia intuisco che l’armonia duratura non è mai esistita nella storia del nostro pianeta. Siamo pericoli gli uni agli altri: gli esseri umani, ultimi arrivati, sono un guaio per ogni altro essere vivente. Ho paura allora di tutta la retorica bellica, l’evocazione alla vittoria, l’accecamento davanti al sangue dell’animale ferito, l’esposizione dei corpi come martiri da vendicare. Avrei preferito di gran lunga un esercizio di memoria individuale e collettiva fondato sull’inequivocabile fatto che la storia dell’umanità è piena di pandemie, è in costante relazione con il pericolo virale e batterico, e che saperlo (non dico a livello solo di intelligence, ma parlo di un sapere diffuso) poteva metterci tutti e tutte nella condizione di non essere sotto shock, poteva farci essere più cauti di fronte alla nostra iubris d’onnipotenza e più attenti nei confronti dei più vulnerabili, perché lo sapevamo e lo abbiamo rimosso che nell’arco di una vita umana fosse probabile essere forti e deboli in momenti diversi, trovarsi di volta in volta da una parte o dall’altra di questo vulnerabilissimo confine. Conoscere l’asimmetria per limitare i danni. 

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foto di Viola Lo Moro

Nelle ore più buie provo a non farmi troppe domande su cosa accadrà in futuro. Provo a farmi abitare da ricordi felici, da memorie intense. Ma la mia memoria strana, non è mai stata energica: confondo gli anni, sovrappongo gli accadimenti, cancello anche io troppo rapidamente. Ma in questi giorni l’unico sforzo che riesco a fare in modo disciplinato è quello della rievocazione. I ricordi felici mi dicono di un corpo libero di muoversi, un corpo solo o in compagnia in un contesto non urbanizzato. Sogno tutte le persone che ho conosciuto, sogno promiscuità di corpi nella natura. Sogno situazioni mai viste. Sono una bestia cittadina, ma se devo evocare degli istanti di felicità, ritrovo quasi esclusivamente un corpo in un bosco, una vallata, un prato. I sassi bollenti sotto i piedi, i graffi della macchia mediterranea sulle ginocchia, l’odore del mirto e dei fichi d’india. Il pontile di un traghetto. L’emozione prima del tuffo, il freddo che segue al caldo dell’esplorazione. Il pericolo e la pienezza dato da un incontro imprevisto.

Respiro, sono ancora qui: un letto, una scrivania, i canti di Leopardi a fianco, il cumulo dei libri troppo muti, la sensazione che i giorni a venire saranno un cuneo nel tempo che verrà bucato alla radice e allargato fino a perderne i confini.

Come nei sogni.

*il titolo è un verso della canzone di Fabrizio De André, Un Chimico. 

2 pensieri su “Per bivacchi di fuochi che dicono fatui

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