Il fallimento del diritto

17029060_10212368695883578_1504438600_ndi Lorenzo Gasparrini

La posizione politica di un uomo chiamato a esprimersi sul diritto di una donna ad abortire lascia il tempo che trova: per evidenti limiti naturali la sua non potrà che essere un’opinione non basata né sull’esperienza né sulla possibilità di un’esperienza. Certamente essere il compagno di vita di una donna che ha esercitato – o che ha preso in considerazione la possibilità di esercitare – questo diritto consente di avere una visione “privilegiata” del problema così come si presenta in una coppia. Ma va detto, per onestà intellettuale, che la questione di come gestire la possibilità di un aborto all’interno di una coppia non è la questione del diritto all’aborto e del suo esercizio.

Non dovrebbe essere necessario discutere del perché un uomo dovrebbe affiancare e sostenere le donne nel volere il loro diritto di abortire riconosciuto, e la possibilità di esercitarlo pienamente realizzata. Come per ogni diritto a disporre di sé, del proprio corpo e delle sue funzioni, la lesione di questi diritti per una qualsiasi parte sociale è una lesione dei diritti di tutti e tutte nella società; e se non si crede a questo minimo principio, evidentemente si preferisce credere a sottili forme di discriminazione per le quali non tutti e tutte hanno la piena possibilità di disporre dei propri diritti elementari.

Siamo di fronte a una situazione limite, in questi giorni: una istituzione pubblica richiede espressamente, tramite concorso, che siano scelti medici professionisti che come requisito ineludibile abbiano e mantengano la volontà di applicare la legge 194, e quindi non si oppongano per motivi di coscienza all’esercizio del diritto di abortire da parte dei loro pazienti. La richiesta è molto forte perché contrappone due diritti basilari degli individui: un diritto personale fondamentale dei medici (uomini e donne),  il diritto all’obiezione di coscienza all’aborto; e un diritto fondamentale delle donne, il diritto a esercitare una scelta in campo riproduttivo.

Quando si arriva a un conflitto tra diritti elementari degli esseri umani, oltre a essere sconfitte le persone, è sconfitto il sistema del diritto. E quando il diritto perde, la mancanza di diritti vince, e spariscono le tutele per chi dovrebbe essere protetto nell’esercizio dei propri diritti. Nell’attuale situazione molte donne che vogliono abortire sono costrette dalla mancata possibilità di esercitare un loro diritto a ricorrere a situazioni illegali, o ingiustamente costose; di fatto si attua una discriminazione. Il dottore o la dottoressa che esercitano il loro diritto a obiettare non corrono alcun rischio né di non poter esercitare il loro diritto, né di subire pesanti conseguenze personali in virtù dell’esercizio di quel diritto; l’eventuale licenziamento per aver esercitato l’obiezione di coscienza dopo aver vinto un concorso per l’applicazione della legge 194 non può essere paragonato, come conseguenza personale, alle conseguenze subite da una donna per la quale è impossibile abortire in una struttura pubblica.

Non mi pare quindi difficile capire quale delle due parti in gioco debba essere più tutelata. Questa tutela può essere anche quella che oggi l’Ordine dei medici descrive come una “discriminazione” nella formulazione di un concorso pubblico, perché in una situazione nella quale il diritto ha dimostrato di non essere capace di tutelare i più elementari diritti di due parti, la parte che nella situazione ha le minori conseguenze è come se cedesse una parte dei propri diritti per sollevare una parte soccombente dalla mancata possibilità di esercitare i propri.

Nell’attesa sempre più urgente che non si debba ricorrere a nessuna di queste misure estreme per tutelare i diritti fondamentali di tutte le parti in causa.

 

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