L’aborto e la coscienza delle donne

common_sense__by_tophattedtragedydi Caterina Botti

Il bando dell’ospedale San Camillo di Roma per due posizioni da destinare al settore Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della Legge 194/1978 sta sollevando un gran clamore e mi verrebbe quasi da dire che è bene che sia così: non perché io concordi con la sostanza dell’allarme che si è scatenato, tutt’altro, ma perché proprio questo ci permette di mostrare quanto sia assurdamente difficile ancora oggi, e forse sempre di più, applicare in toto la legge 194, una legge di compromesso, e per molti versi discutibile, che però dice chiare alcune cose: che date una serie di circostanze una donna può interrompere volontariamente la sua gravidanza, che può farlo solo ed esclusivamente nelle strutture pubbliche (o private autorizzate), e che le strutture devono fornire questo servizio. Viene infatti chiaramente affermato, nel tanto discusso articolo relativo all’obiezione di coscienza del personale sanitario, che questa è strettamente personale, ma che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste”. È appunto in questo senso che va il bando del San Camillo e in questo senso vi si parla di applicazione della legge.

Non ci sarebbe altro da dire, come ha sostenuto di recente anche Rosy Bindi, facendo giustamente notare l’assurdo della presa di posizione della Ministra della Salute, se non fosse che si tratta di aborto e sull’aborto ogni composizione sociale si rivela fragile finché non si affronta il nodo della questione: una questione che a mio avviso non va letta e non può essere letta nella forma di una contrapposizione tra due diritti individuali, quello della donna a scegliere liberamente della sua gravidanza o sul suo corpo e quello dei medici ad obiettare, ma andando al nodo problematico che soggiace a tutto questo che è prima di tutto e fondamentalmente etico e che non riguarda solo la libertà femminile, e tantomeno la libertà di coscienza, ma rimanda invece alla responsabilità del mettere al mondo, una responsabilità che pesa in modo diverso su diversi attori ma che attiene in modo particolare alla donna, che di questa è agente principale e (almeno finora) insostituibile.

Parlare di obiezione di coscienza in generale non ci porta molto lontano: se di coscienza si tratta non si può, infatti, non confrontarsi anche con ciò su cui si prende posizione, ovvero in questo caso sulla legittimità morale della scelta femminile di interrompere una gravidanza. L’obiezione di coscienza rimanda a una dimensione morale personale, certo intima e intoccabile per certi versi, ma non per questo inagibile al confronto e alla discussione.

Non possiamo rimanere preda di un individualismo che chiude ogni questione morale nel privato del singolo, facendo nostro l’escamotage tipico della politica italiana quando coniò l’infelice idea che dei “temi eticamente sensibili” non si dovesse parlare: l’etica per sua natura ambisce a essere intersoggettiva e quindi o si apre al confronto o non è.

Ma visto che di obiezione di coscienza si parla proporrò qualche breve considerazione su questo tema, per poi venire a ciò che invece considero cruciale: la tesi che la scelta di una donna di interrompere una gravidanza non debba essere considerata solo moralmente e legalmente tollerabile ma vada piuttosto considerata come un atto a cui va riconosciuto un pieno e positivo valore morale, cui quindi, a mio modo di vedere, poco si può obiettare.

Sull’obiezione di coscienza poche battute. Tutti noi abbiamo cara la figura di Antigone, tutti abbiamo cara la storia dei renitenti alla leva in Italia o nel mondo, o quella dei refusenick in Israele, e consideriamo dunque più che legittima l’obiezione di coscienza come modo di trasformare la realtà, di contrastare politiche, pratiche, poteri che consideriamo ingiusti. Ma mi domando: è questo il punto nel caso di un’obiezione di coscienza prevista per legge? Questa non è più un tentativo di trasformazione della realtà, ma solo il riconoscimento di una prerogativa individuale. E ancora: è comparabile a quei casi di obiezione di coscienza quella dei medici alla pratica dell’aborto? Vorrebbero costoro davvero trasformare la realtà nel senso dell’eliminazione dell’aborto o vorrebbero solo non prendere parte a certe pratiche?

A fronte di Antigone viene qui in mente la figura di Socrate, Socrate che non fugge di fronte a una condanna ingiusta come i suoi amici e allievi vorrebbero, perché Atene e le sue leggi sono più importanti di lui e della sua vita. La questione non è dunque non è solo la privatezza della coscienza, la questione è anche ciò che è importante.

Cos’è dunque in gioco in una richiesta di interruzione di gravidanza? Senza dimenticare (perché anche questi si danno e la cronaca ce lo ha recentemente e tristemente ricordato) i casi in cui l’aborto si configura come una necessità per salvare la vita della donna incinta, nella richiesta di interruzione di gravidanza è in gioco la scelta di mettere al mondo un nuovo essere umano nelle migliori condizioni possibili, materiali e non solo. Questa scelta viene esercitata quando, se di essere umano si vuole parlare (e io ho difficoltà a farlo), se ne può parlare solo in termini di potenzialità. Ed è quindi una scelta che a mio avviso nessuno meglio della donna che è coinvolta fisicamente ed emotivamente può prendere responsabilmente e scrupolosamente.

Gli esseri umani si sviluppano gradualmente e relazionalmente e la cura che noi dobbiamo loro segue le tappe del loro sviluppo e delle loro capacità, che nel caso degli embrioni sono tutte in potenza e nei feti ancora relativamente poco sviluppate. Se di cura, responsabilità o rispetto nei loro confronti vogliamo parlare, possiamo farlo solo mettendo a tema il destino che apriamo a quegli esseri in sviluppo perché fioriscano al meglio, destino che dipende, oltre che da condizioni di contesto, dalla nostra stessa disponibilità, quella della donna in primis, a riconoscere quelle vite e a prendersene cura, disponibilità che non può essere imposta ma solo liberamente trovata ed esercitata.

La scelta di interrompere una gravidanza in questo quadro non si configura dunque solo come un atto di libertà ma come una pratica di soggettività e responsabilità per parte femminile. Come tale è scelta moralmente più che apprezzabile, cui nulla a mio avviso si può obiettare: l’alternativa sarebbe fare tanti figli quanti ne capitano, riprodursi come i conigli.

Certo, può sembrare che io voglia sottostimare il ricorso alla contraccezione (a cui peraltro farmacisti e autorità religiose obiettano, sempre in nome della stessa coscienza). Ovviamente non è così, ma di fatto la contraccezione non è sempre sicura e accessibile, ma di fatto lo scarto tra conscio e inconscio esiste, ma di fatto esistono i casi in cui i bambini che nasceranno saranno più o meno gravemente malati, ma di fatto esistono le violenze e i rapporti non voluti, ma di fatto essitono i casi in cui la gravidanza minaccia la vita della donna.

Davvero si pensa che in tutti questi casi non si dovrebbe interrompere la gravidanza? Davvero si pensa di condannare l’aborto come gli obiettori volevano condannare la guerra? Davvero si vuole pensare a un mondo in cui non esistano più medici capaci di fare questo tipo di interventi (che è quello che rischiamo se continuiamo così, peraltro)? O si vuole solo che a farlo sia qualcun altro? Allora forse la questione di coscienza va rivista, va ripensata.

Non voglio qui sostenere, e si potrebbe, che come Socrate tutti i ginecologi o le ginecologhe dovrebbero fare interruzioni di gravidanza, ma che dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza rispondendo a queste domande. E, in ogni caso, penso che quanti obiettano dovrebbero riconoscere la natura peculiare della loro obiezione e quindi fare spazio e accogliere più che benevolmente colleghi e colleghe che invece a questo compito si dedicano, e noi tutti con loro, o questo dovrebbero comunque fare le istituzioni, come ha fatto il San Camillo.

Ribadisco, infine, che a mio avviso in questo contesto le vere portatrici di coscienza sono e restano le donne e che tra i medici, i veri portatori di coscienza, di una coscienza che va oltre se stessi e guarda a come dovrebbe essere il mondo sono quelle ginecologhe e quei ginecologi che (nel nostro paese spesso a caro prezzo in termini di carriera e di possibilità di praticare a pieno il loro mestiere) prendono sul serio la responsabilità insita nella decisione di mettere al mondo nuovi esseri umani e che riconoscono in questo senso la posizione peculiare della donna. Una responsabilità che si dà solo riconoscendo alle donne soggettività e libertà.

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9 pensieri su “L’aborto e la coscienza delle donne

  1. Cara Giorgia!
    Tante parole e poca sostanza poiché ha dato solo una sua opinione.
    “Se di essere umano si vuol parlare (e io ho difficoltà a farlo)..”
    Oltretutto un opinione simile ad Hitler, il quale decideva lui chi doveva vivere o morire.
    Le chiedo: il fatto che una creatura non abbia voce, le da il diritto di sopprimerla?
    Ha prove scientifiche x dire quando inizia la vita di una creatura?
    Ripeto CREATURA.
    O il fatto di dare e togliere la vita aumenta il suo narcisistico potere?

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    • Salve, io sono Giorgia, ho curato la pubblicazione dell’articolo che come avrà visto è firmato non da me, ma da Caterina Botti. Cerchi su google chi è e cosa ha scritto, si renderà conto che quello che l’autrice scrive qui è un po’ più che un’opinione campata in aria, è l’esito di un paio di decenni di riflessione su questo e altri temi bioetici. Grazie

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      • Appunto! Ha curato e condiviso opinioni di Caterina.
        Non ha risposto però ad alcuna domanda posta.
        Capisco che si senta sicura senza confronto.
        Ma non giustifico.

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  2. Chiedo io: le sembrano domande che richiedono davvero una risposta quando parla di “narcisistico potere” o “diritto di sopprimere una creatura”? Credo siamo nell’ambito delle credenze di fede e dei valori non negoziabili. Io condivido il punto di Botti quando dice che parliamo di un essere umano in potenza. Lei è libera di non condividerlo. Non capisco di cosa dovrei giustificarmi.

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  3. Laura, intervengo in quanto curatrice del blog Femministerie insieme a Giorgia Serughetti e ad altre donne. Ci sono alcune semplici regole che permettono di conversare su un blog esprimendo le proprie opinioni, magari anche polemizzando, ma con tutti i benefici di una discussione libera e aperta. Se lei pretende di interloquire con chi ha materialmente pubblicato un post e non con chi l’ha scritto (Caterina Botti è un’autorevole studiosa di bioetica, oltre che una nostra amica), già fa prendere alla conversazione una piega strana, perché Giorgia non può risponderle per conto di Caterina. Se poi pretende anche di essere lei decidere cosa è opinione e cosa è scienza, e in base a questo bollare in un modo o nell’altro le argomentazioni di Botti, allora francamente devo dirle che non è questo il genere di conversazione che ci piace fare su questo blog, soprattutto con persone che non portano a loro volta nessuna argomentazione seria, come nel suo caso. Se, infine, pensa di usare lo spazio dei commenti del blog (uno spazio del tutto aperto, senza moderazione) per esprimere le sue opinioni sotto forma di slogan e per di più in tono aggressivo, sappia che resta libera di farlo ma che difficilmente otterrà risposte da noi. Grazie comunque per l’attenzione, arrivederci. Cristina Biasini

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    • Ho fatto delle domande semplici alle quali nessuno risponde.
      Se x voi sono più importanti errori ortografici o mi date dell ‘agressivi solo xk non sapete rispondere, mi spiace.
      Non ho dato opinioni, ho solo chiesto.
      Il fatto che la scienza esista serve proprio a dare risposte concrete, senza sentirsi superiore a nessuno.
      Mi spiegherete xk la scienza cerca forme di vita nei diversi pianeti ( chiamando vita ogni essere pulsante) mentre l’essere umano fa di tutto x distruggere se stesso.
      Ma forse entriamo in campo psicologico.

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  4. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

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