Da bambina volevo essere un maschio… ma purtroppo nessuno parlava del “genere”

arya-starkdi Cinzia Guido

Cara Monica Ricci Sargentini,

avrei potuto scrivere un articolo che iniziava esattamente come il tuo, ma se fosse stato un tema, lo svolgimento sarebbe stato molto diverso.

Anch’io volevo essere un maschio, ma non perché non mi piacesse essere femmina. Giocavo con le bambole, ma anche con i soldatini, avendo un fratello maschio soltanto un anno più piccolo di me. I bambini mi divertivano e in realtà anche oggi amo molto gli uomini. Non mi piacevano le gonne e i fronzoli, ma non imitavo i maschi e avevo capelli lunghi e molto curati, purtroppo sempre incastrati in qualche fiocco od elastico perché allora a scuola si usava così.

Il problema è arrivato verso i 9-10 anni, quando il mio essere “femmina” ha cominciato ad essere un impedimento. Potevo giocare con i miei amici maschi, ma non dovevo essere troppo in intimità con loro, e più tardi potevo bere la birra, ma non a collo di bottiglia, perché le brave ragazze non lo fanno. Studiavo pianoforte, ma trovavano strano che mi piacessero Bach e Debussy e non Liszt e Chopin (sì, anche tra i compositori ce ne sono di più o meno femminili). Pretendevo (addirittura!) di avere le stesse libertà di movimento dei maschi, io, una ragazza nata e cresciuta in una città del sud.

E poi presto ha iniziato a piacermi la politica e la partecipazione attiva, e anche lì, non erano attività adatte ad una ragazza. Quindi, ad un certo punto, ho pensato che fosse il mio essere donna ad essere un problema, tanto da pensare all’arrivo del menarca come alla più grande sfiga che potesse accadermi. Non era vero per niente! Era il contesto che pretendeva mi uniformassi, che voleva decidere per me cosa era giusto mi piacesse in quanto donna.

A questo serve l’educazione di genere: a decostruire gli stereotipi, non ad annullare le differenza. Nessuno intende per educazione di genere intervenire sul corpo di adolescenti in formazione, togliere spazio all’ambiguità e alla ricerca adolescenziale dell’identità sessuale.

Oggi amo molto il mio essere donna, con i suoi limiti e le sue possibilità, ed ho due figli maschi. Sono molto diversi uno dall’altro, il più grande sensibile e riflessivo, il più piccolo atletico ed espansivo. Li amo entrambi, molto.

Uno dei due adora il calcio, l’altro un po’ meno. Non faccio mai battute sul loro futuro sentimentale, perché voglio lasciarli liberi di essere come sono. Se un giorno uno dei due, o entrambi, dovesse capire che ama le persone del suo stesso sesso, voglio che me lo possa dire senza pensare di offendere la mia sensibilità, quella di suo padre, o il “sentire comune”. E soprattutto che possa vivere il suo sentimento in pienezza.

In questo sta l’importanza della battaglia contro gli stereotipi: dare a ciascuno e ciascuna la libertà di provare ogni sentimento, di amare il bello e il buono ovunque lo ritrovi. Diventare donna, diventare uomo, è già molto complicato…

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