1° maggio, su coraggio!

photo-We-want-sex-Made-in-Dagenham-2009-9

di Maddalena Vianello

1° maggio giornata di lotta, giornata di festa.

Nasce dalla sfida lanciata nel 1889 dal congresso della Seconda Internazionale per il miglioramento delle condizioni di lavoro e quindi di vita.

Una mobilitazione ampia per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore e dare battaglia contro la miseria.

Nonostante le intimidazioni e le misure restrittive, fu un successo che si riaffermò negli anni. Abolito di fatto durante il fascismo, venne riportato in vita nel dopoguerra per essere macchiato di sangue dalla strage di Portella della Ginestra e indebolito dalla successiva spaccatura sindacale. Solo nel 1970 nelle piazze si ritroverà l’unità, ma con alterne vicende.

Che significato conserva oggi il 1° maggio in un paese alle prese con una selvaggia frantumazione del mondo del lavoro, con la diffusione della precarietà e del lavoro atipico? Che senso profondo mantiene di fronte alla crisi della rappresentanza sindacale in grave difficoltà nell’interpretare e fronteggiare un cambiamento così radicale? E le donne in tutto questo che ruolo giocano?

Concentriamoci solo sui dati più recenti, resi noti in questo inizio di primavera. L’Istat racconta che il mercato del lavoro subisce una battuta d’arresto e che a pesare sono soprattutto i numeri legati all’occupazione femminile. Le donne occupate diminuiscono di 42.000 unità fra febbraio e marzo 2015. Il tasso di occupazione femminile perde 0,2 punti percentuali. Inoltre, aumentano le donne licenziate perché incinta o neomadri. Il tasso di disoccupazione giovanile sfonda il tetto del 43%, ponendo interrogativi inquietanti sul presente e sul futuro delle giovani donne.

L’Istat mostra come le donne continuino a farsi carico di un’enorme mole di lavoro domestico, esponenzialmente maggiore se convivono con un uomo. Omologate a colf non retribuite, spesso nemmeno gratificate.

Il resto lo conosciamo bene, ormai. Siamo più brillanti. Più precarie. Meno pagate a parità di mansione. E perfino Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha levato la sua voce in merito al divario salariale definendolo uno “scandalo”.

Il nodo che lega lavoro retribuito e socialmente riconosciuto da un lato, e lavoro domestico e di cura dall’altro, si conferma solido e invariato. Continuiamo a non poter considerare l’uno senza l’altro. Già questa non è una constatazione incoraggiante.

Il 1° maggio ci offre un’ottima occasione per rilanciare riflessioni e ridefinire le priorità. Per mantenere alta la guardia, tutto l’anno possibilmente.

Tre i fondamentali ambiti di rivendicazione che non a caso intrecciano professione, cura e relazioni. E che dimostrano come siano venute a mancare riforme in grado di interpretare il desiderio femminile di piena autonomia.

Un mondo del lavoro che non pieghi le donne, ma che si pieghi per venire loro incontro riconoscendole soggetti a pieno titolo. Una lotta seria alla disparità salariale, alla precarietà, alle discriminazioni diffuse. Maggiore attenzione alle politiche di conciliazione rivolte a uomini e donne. La tutela della maternità, ormai divenuta una mannaia. Fra condizioni insostenibili e mancati rinnovi di contratto, sbatte fuori le donne dal mercato del lavoro fino a data da destinarsi.

Un welfare universale che metta veramente le donne in condizione di lavorare, senza costringerle di fatto a scegliere fra cura e professione, senza acuire le differenze di classe. Penso al reddito minimo che garantisca l’autodeterminazione, senza ricacciare le donne nella dipendenza. Agli asili a costi contenuti, ma anche alle strutture per anziani e malati. A tutte quelle situazioni complesse legate alla cura che spingono le donne a rimanere fra le mura domestiche a vantaggio dei fragili bilanci familiari.

Delle relazioni sentimentali, familiari e sociali più equilibrate e quantomeno ispirate al principio di parità. Uomini partecipi del lavoro domestico e di cura senza per questo sentirsi degli eroi a caccia di pubblica riconoscenza. Un processo complesso che non può essere affidato unicamente alla sfera privata, ma che deve ricevere un contributo pubblico sostanziale in termini di incentivi ai congedi di paternità, educazione sentimentale, sessuale, al linguaggio.

Susanna Camusso ieri mattina a Radio Anch’io ha aperto la sua riflessione sul 1° maggio cominciando dalle donne. L’Italia per le donne è ferma agli anni Cinquanta, ha detto. Con la differenza sostanziale che negli anni Cinquanta esisteva un divario significativo fra i sessi, in termini di istruzione e formazione. L’Italia è un paese che interpreta ancora oggi il lavoro delle donne come di risulta, non un vero e proprio impegno professionale. Susanna Camusso sembra porre questo tema fra le priorità dell’agenda della CGIL.

Le donne nel loro complesso devono a loro volta individuare con chiarezza le battaglie, e ridefinire le strategie. Il femminismo, come sostiene Nancy Fraser, deve recuperare una dimensione collettiva e solidale, riconoscere le priorità, riaffermare i diritti. Tornare a prendere parola su tutti quei temi che limitano la libertà femminile a partire dal lavoro. Se trascuriamo tutto questo, sfondare il tetto di cristallo non ci salverà, pur essendo un’aspirazione legittima.

Buon primo maggio!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...