#ProssimaMente – Quale futuro?

Lx Factory

di Anna Argirò

Siamo noi giovani ad avere un’idea del mondo di oggi, senza essere legati a blocchi superati. Non siamo smarriti o sognatori, siamo determinati e fiduciosi. Ci diamo da soli quell’incoraggiamento che gli adulti, spesso bloccati da una sorta di ‘ignoranza empirica’, non ci trasmettono. Noi ragazzi e ragazze dobbiamo cercare di pensare in grande, di tendere a qualcosa che superi la semplice aspirazione ad una vita tranquilla. Tutto ciò comporta il rischio di illudersi, ma almeno permette di provare a uscire dalla massa grigia che ci circonda”.  Rileggo queste parole che ho scritto quando avevo diciotto anni per un concorso su “La generazione degli anni zero”. Il mio testo iniziava con un riferimento all’11 settembre, data che aveva tragicamente aperto il nostro millennio. Pur non avendo un ricordo nitido degli eventi di quella giornata e di quelli successivi, mi era rimasta dentro una sensazione: come se tutto il mondo fosse unito, solidale e soprattutto consapevole del fatto che dopo quell’11 settembre niente sarebbe stato più come prima.  Continua a leggere

Tre settimane di lockdown

di Cecilia D’Elia

Tre settimane di lockdown, anche se abbiamo capito che c’è voluto più tempo per avere a casa la maggioranza delle italiane degli italiani. Secondo lo studio di StatGroup19 mercoledì 11 ne sono rimasti a casa il 33%, mercoledì 18 il 56%, mercoledì 25 il 65% (“Un mese di covid-19 adesso si vede la luce, Avvenire 29 marzo 2020). Oltre alla chiusura delle attività non essenziali probabilmente la crescita è dovuta all’aumentare dello smart working.

Non tutti però possono farlo. Molti devono uscire per lavorare, garantire servizi essenziali, curare la popolazione ammalata, studiare il virus, alla ricerca della cura e del vaccino. In questa terribile contabilità dei morti e dei malati bisognerebbe saper riconoscere quanti hanno incontrato il virus per motivi di lavoro.

Tre settimane hanno cambiato le nostre vite e l’immagine del mondo. Il distanziamento sociale ha svuotato gli spazi comuni, trasferendo sulla rete gli incontri, le riunioni, la scuola, il lavoro. Le foto – di una bellezza struggente – delle città deserte immortalano l’assenza. E il pianeta sembra respirare, mentre noi ci ammaliamo. “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”, le parole del papa rimarranno scolpite. Continua a leggere

La malattia, fuor di metafora

di Redazione Femministerie

susan sontag

Susan Sontag

In questi giorni spaventosi, “notturni”, ci è venuto spontaneo e ci è sembrato utile riguardare a quel capolavoro del pensiero e della scrittura che è “Malattia come metafora” di Susan Sontag (1978). In particolare, crediamo sia interessante rileggere questo passaggio dell’introduzione che Sontag fa al suo saggio, proprio perché ci sembra che riguardi molte delle circostanze che stiamo vivendo, con particolare riferimento all’uso del linguaggio, agli stereotipi, alle figure e ai codici che giorno per giorno tanto l’informazione quanto altri tipi di comunicazione – da quella della politica ufficiale, a quella degli scambi privati – stanno mettendo in campo: Continua a leggere