Madri da paura…O per scelta?

1905_henri_matisse_la_gioia_di_viveredi Maddalena Vianello

In questi ultimi giorni ha avuto una certa diffusione sui social network un articolo di Annalena Benini, pubblicato dal Foglio. Titolo: “Perché rinunciamo a fare figli”. Sottotitolo: “Madri da paura. Oltre le statistiche ci sono le domande sul futuro, gli egoismi, le ansie, gli ingorghi del femminismo e le irresponsabilità dei padri. Fra punture, camici bianchi e ostinazioni. Un’indagine”.

Partendo dalle statistiche che fotografano la natalità in Italia sempre più drammaticamente in calo, Annalena Benini fa un’analisi coraggiosa. Indaga la paura come motore di resistenza alla maternità. Una maternità che nel suo articolo appare sempre, nel profondo, desiderata. Se non fosse per quelle maledette paure. Continua a leggere

Maternità surrogata: le nostre domande

woman-child-doctor-hospital-largeDa più parti ci si interroga sulla maternità surrogata (o surrogacy, o gestazione per altri) e circola anche in Italia l’appello internazionale Stop surrogacy now lanciato da alcune femministe per vietare questa pratica.

Troviamo sospetto che la discussione in Italia – certamente importante, quindi da fare – sia scatenata nel momento in cui si discute di unioni civili per le coppie omosessuali ed è sotto attacco la stepchild adoption. Come abbiamo già scritto, invece di fare ordine si rischia di partecipare alla confusione e all’uso dello spettro della maternità surrogata per impedire la possibilità di adozione della figlia o del figlio del partner dello stesso sesso. È indispensabile che le due questioni vengano affrontate separatamente, non solo a beneficio di una discussione laica sulle unioni civili, ma anche per sottrarre una questione estremamente delicata come la gestazione per altri a una narrazione fuorviante, quella che vede protagonista esclusiva la coppia gay maschile in cerca di una genitorialità biologica. Questa configurazione è in realtà minoritaria, e così come i diritti delle coppie eterosessuali non vengono in nessun modo messi in discussione a partire dall’eventualità che possano accedere alla surrogacy, così non ha alcun senso colpire per questa ragione i diritti delle coppie omosessuali. Ne deriverebbe una violazione dei diritti di tutti, in primo luogo dei minori.

Se invece, sgombrato il campo dalle implicazioni per la legge sulle unioni civili, proviamo a guardare al fenomeno della surrogacy in tutta la sua complessità, proviamo ad affrontare la questione da tre punti di vista: il benessere della bambina/del bambino, la libertà delle donne “portatrici”, lo sfruttamento istituzionalizzato del corpo femminile a scopo riproduttivo. Ognuna di queste prospettive è per noi piena di interrogativi e merita una trattazione complessa. Ci limitiamo qui a porre delle domande, a beneficio – speriamo – della discussione. Continua a leggere

Cuori ribelli – Fondamentalisti, parti cesarei e ossa rotte

di Belle Minton

callie incintaArriva dalla lontana America la notizia di un gruppo religioso, “Disciples of the New Dawn”, che condanna il comportamento – cosiddetto pigro – delle donne che scelgono/subiscono un parto cesareo al posto di un ben più qualificante sfiancante purificante parto naturale. Ogni occasione è buona per stigmatizzare, in maniera esplicitamente violenta, il comportamento di queste madri cosiddette di serie b e dividere il fronte delle gestanti tra coraggiose paladine del parto naturale e una schiera di femmine pusillanimi e snaturate.
Ho avuto due bambine venute al mondo con un asettico taglio cesareo prescritto da certificato medico e da me accettato come si accetta l’antibiotico dopo i tre giorni di febbre. Mi sono detta, è necessario, si fa. Punto. È stato diverso, ma non ha distorto il senso del mio essere madre in alcun modo, nonostante io abbia avuto ben presente, da subito, che non sarei mai stata ammessa nella cerchia elitaria delle eroiche madri “naturali”. Per quanto mi riguarda ho avuto la fortuna di fregarmene bellamente, posso dirlo con orgoglio. Ma per qualcun’altra non va così. Per esempio la mia più cara amica che c’ha perso la ragione a causa di un cesareo d’urgenza. Perché lei quei dolori li aspettava ed era convinta che attraverso quella sofferenza avrebbe messo le radici il suo essere madre. Chi ci mette in testa una cosa del genere?
Quando ero poco più che ventenne, mi ruppi un piede. Presi una storta mentre scendevo di corsa le scale. La notte fu terribile. Non potevo posare il piede neanche sul materasso. Ricordo che passai ore a piangere. Bene, in quell’occasione, a suo modo ridicola, per la prima volta mi sentii rivolgere, proprio da mia madre un inedito ammonimento:
Cerca di sopportare. Sei una donna. Come pensi di affrontare i dolori da parto?
Mi passò un lampo nella testa, in quanto donna avrei dovuto, nella mia vita, dibattermi con il dolore in modo coraggioso ed eroico. Mi sembrò assurdo e profondamente ingiusto. Pensai, Mica siamo nati per soffrire. Perché mai, poi?
All’indomani mi accompagnarono in ospedale. Uscii con la diagnosi di rottura dello scafoide e un piede ingessato. Il nesso tra una frattura e i dolori da parto, nella sua assurdità, mi restò da allora in poi sempre presente, tornandomi spesso in mente nella mia vita adulta come un paradosso inaccettabile.
Le ferite fanno male, come le ossa rotte, e piangere è giusto, come è giusto scegliere senza condizionamenti. Anche quando il cesareo non è di urgenza, anche quando si ha soltanto una paura matta del dolore. Chi può dirci il contrario?

Giulia, 40 anni, Latina

Cara Giulia,

questi sedicenti Disciples of the New Dawn” sono degli infami, per quello che affermano sul cesareo e anche su diverse altre cose. I loro proclami sono una versione particolarmente violenta della vecchia retorica del fondamentalismo patriarcale, per cui la donna che non partorisce con dolore non è una “vera” madre. È talmente evidente che si tratta di un’argomentazione funzionale alla sottomissione delle donne, totalmente priva di qualunque fondamento etico e/o scientifico, che basta questo per liquidarla.
Continua a leggere

La fuga, quaranta anni fa

di Cecilia D’Elia

lafugaUn testo teatrale degli anni settanta del secolo scorso, scritto da un’intellettuale femminista, la scrittrice e giornalista Muzi Epifani nel 1976 e oggi riproposto dalla casa editrice la mongolfiera con un’introduzione di Cristina Comencini. La fuga, questo il titolo, fotografa un momento storico ed esistenziale straordinariamente rilevante, un tempo di mutamento della coscienza delle donne e di cambiamento della politica e della società italiana.
Per il suo essere profondamente immerso in quel clima e in quel travaglio della soggettività femminile il testo è anche un documento storico importante. La sua ripubblicazione è un’occasione per avvicinarci oggi alla produzione letteraria di un’autrice originale, scomparsa nel 1984, a soli 49 anni. Continua a leggere

Alla ricerca della “vera” madre

cercadi Cecilia D’Elia

Nei prossimi giorni sarà discusso dalla Camera dei deputati un progetto di legge che amplia la possibilità per l’adottato, o il figlio che non sia stato riconosciuto alla nascita, di sapere delle proprie origini biologiche. Tale conoscenza non cambierà il rapporto giuridico e quindi patrimoniale con il genitore naturale. Su richiesta dell’adottato il tribunale dei minori dovrà verificare se ancora persiste la volontà della madre di mantenere l’anonimato. Il linguaggio giuridico parla in modo neutro dei genitori, ma la questione riguarda soprattutto le madri, donne che spesso hanno scelto di portare avanti la gravidanza confidando sulla garanzia della segretezza del parto. Fino ad oggi informazioni sui genitori naturali erano comunque garantite nel caso fossero indispensabili per la tutela della salute del figlio, ma il genitore rimaneva anonimo. Continua a leggere

Cuori ribelli – Per chi suona l’orologio biologico?

before i diedi Belle Minton

Tic tac. Tic tac. Tic tac.

Ma ci state pensando ad avere un figlio? Guarda che il tempo passa. È la gioia più grande della vita. Quanti anni hai? Guarda che è ora, sai? E lui cosa dice? Me lo fate un nipotino, o no? Guarda che poi te ne penti. Diventa troppo faticoso. Ma lo sai che dopo i 35 le possibilità di rimanere incinta si abbassano drasticamente? Fosse anche per sapere com’è, cosa potevi perderti.

Come mai appena superi i 35 tutti si permettono di misurarti in unità temporali che ti separano dalla menopausa? Improvvisamente lo sguardo che si posa su di te cambia. È uno sguardo indagatore. Potrebbe esserci qualcosa che non va. Tutti si sentono in dovere di farti domande intime di cui in realtà non intendono ascoltare la risposta. Vogliono pontificare, rovesciarti addosso ansia. La loro. Quella che accompagna o ha accompagnato le loro scelte.

Allora provo a dirlo a voi. NON LO SO. E sapete perché? Perché non so se sono disposta a rinunciare alla mia libertà. A quella splendida sensazione di essere padrona di me, del mio tempo e dei miei desideri. La certezza che ogni strada può essere imboccata e cambiata solo perché lo voglio io. Senza legami che non possano essere spezzati, cambiati. Mi terrorizza fare un passo irreversibile. Se poi non sono felice?

Ci penso. Certo, che ci penso. Lo desidero. Non lo desidero. Ma continuo a sentire più forte il richiamo di un viaggio dall’altra parte del mondo. E a volte avere un cane mi pare già un impegno insormontabile di cura. E poi con il lavoro come la mettiamo? Ogni romanticismo mi scivola di dosso.

Lorenza, 36 anni, Torino

Cara Lorenza,

più si va avanti con l’età e più il campo delle scelte possibili si restringe. È un dato di fatto che riguarda moltissimi ambiti della vita: per esempio, se fino a oggi non hai passato molte ore alla settimana ad allenarti su una pista, difficilmente oggi, a 36 anni, puoi darti realisticamente l’obiettivo di diventare una centometrista olimpica. Continua a leggere

Confusioni e conflitti attorno alla procreazione

madonna del partodi Cecilia D’Elia

Grande è la confusione sotto il cielo quando si parla di procreazione medicalmente assistita, ma la situazione non è eccellente. Più piani del discorso si intrecciano e si confondono e troppi fantasmi si agitano. Lo spettro della maternità surrogata, vietata in Italia, viene evocato appena si discute di matrimoni gay e di genitorialità delle coppie omosessuali, finendo per fare di ogni erba un fascio, per suggerire opache sovrapposizioni tra l’eterno conflitto attorno al controllo del corpo femminile, le nuove forme di mercificazione del corpo, la maternità surrogata, il desiderio di paternità degli uomini gay.
E invece bisogna distinguere, e discernere. Proprio per evitare abusi e mercificazione e per non consentire alle tecnologie di essere la nuova e potente forma di oggettivazione del corpo femminile, di medicalizzazione del venire al mondo, di riduzione del grembo materno a mero “ambiente di vita” del nascituro. Abbiamo bisogno di un discorso pubblico meno urlato, capace di riconoscere l’opera della madre, ma anche di ragionare e di interrogare le esperienze nuove. Servirebbe meno ansia di vietare, di affidarsi alla norma, e più capacità di valorizzare nelle nuove modalità di venire al mondo la mediazione vivente del corpo femminile. Continua a leggere