#ProssimaMente – Post-it di una giornalista di moda in quarantena

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di Sara Kaufman

Post-it con appunti presi in queste settimane – mentre la moda, di cui sono solita occuparmi, è ferma. Spunti per articoli o, semplicemente, cose da tenere a mente.

Post-it uno: casa mia. Incredibile come si fanno strada stereotipi e cattive abitudini. Casa mia allo scoccare del lockdown è tornata agli anni Cinquanta. Lui lavora, io mi occupo della casa e del bambino. Il mio lavoro? Secondario in quanto meno retribuito. Mica si può campare coi due spicci che guadagno io, ci vuole uno stipendio vero, uno stipendio ‘maschile’. Non c’è stato neanche bisogno di discuterne: un tacito accordo familiare. Normale, quello che non è normale è che sia la normalità. Come giornalista di moda freelance non mi aspetto di guadagnare quanto un ingegnere meccanico – sono, a prescindere dal genere, categorie salariali diverse. Però piacerebbe anche a me avere uno stipendio ‘maschile’, ancorché da giornalista di moda. Se poi ci fosse anche il famoso reddito di cura del quale tanto si discute, forse il mio compagno avrebbe detto “sai che c’è? lavora tu, che se non scrivi per due mesi sparisci dalla piazza. Tanto col reddito di cura i conti tornicchiano.” Magari glielo avrei detto io. Quantomeno ne avremmo discusso.

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Tre settimane di lockdown

di Cecilia D’Elia

Tre settimane di lockdown, anche se abbiamo capito che c’è voluto più tempo per avere a casa la maggioranza delle italiane degli italiani. Secondo lo studio di StatGroup19 mercoledì 11 ne sono rimasti a casa il 33%, mercoledì 18 il 56%, mercoledì 25 il 65% (“Un mese di covid-19 adesso si vede la luce, Avvenire 29 marzo 2020). Oltre alla chiusura delle attività non essenziali probabilmente la crescita è dovuta all’aumentare dello smart working.

Non tutti però possono farlo. Molti devono uscire per lavorare, garantire servizi essenziali, curare la popolazione ammalata, studiare il virus, alla ricerca della cura e del vaccino. In questa terribile contabilità dei morti e dei malati bisognerebbe saper riconoscere quanti hanno incontrato il virus per motivi di lavoro.

Tre settimane hanno cambiato le nostre vite e l’immagine del mondo. Il distanziamento sociale ha svuotato gli spazi comuni, trasferendo sulla rete gli incontri, le riunioni, la scuola, il lavoro. Le foto – di una bellezza struggente – delle città deserte immortalano l’assenza. E il pianeta sembra respirare, mentre noi ci ammaliamo. “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”, le parole del papa rimarranno scolpite. Continua a leggere