Hayat e le altre: se l’Isis diventa speranza

di Francesca Caferri

Per settimane il volto di Hayat Boumeddiene è stato l’incubo degli investigatori europei: una donna giovane, apparentemente integrata, di fede musulmana, che a un certo punto lascia tutto, sposa la causa estremista del suo compagno e poi si trasferisce in Siria, donando se stessa alla jihad. Lentamente, i suoi lineamenti si sono fusi con quelli di Maria Giulia Fatima, prima convertita italiana individuata fra coloro che hanno raggiunto la Siria e con quelli di Shamima Begum, Amira Abase e Kadiza Sultana, studentesse modello inglesi viste l’ultima volta sulla via del confine siriano.

Di fronte alle loro immagini, gli studiosi si sono divisi: c’è chi dice che queste ragazze abbiano raggiunto la Siria per combattere al fianco dei loro uomini e contribuire attivamente alla costruzione dello Stato islamico. E chi ribatte che il ruolo delle giovani sia principalmente quello di “specchietto per le allodole” per attirare combattenti e spaventare un Occidente che segue con attenzione le parole che vengono dai loro blog e dai loro profili Twitter (non a caso tenuti in lingua inglese). Ma la domanda che è più interessante porsi è un’altra, a mio parere. Cosa spinge queste ragazze a lasciare tutto per scegliere una vita di stenti e rischi? Continua a leggere