Oltre la cura servile, verso la cura che serve

banksydi Giorgia Serughetti

La “Cura”, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La “Cura” lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la “Cura” pretese imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la “Cura” e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)».

La cura è ciò che dà forma all’umano: questo insegna l’antico mito narrato da Heidegger in Essere e tempo. Ed è da qui, non senza una dose di creatività metodologica, che Alessandra Sciurba prende le mosse nel suo libro La cura servile, la cura che serve (Pacini, 2015), per parlare di un’esperienza che è universale eppure sfugge da ogni parte ai tentativi di definirla una volta per tutte. Un’esperienza che è costitutiva dell’essere nel mondo, eppure dai tempi delle società schiavistiche o servili fino alla nostra modernità è stata trascurata dal pensiero, ignorata dalle riflessioni sull’agire umano, relegata a sostegno invisibile dell’esistenza visibile del cittadino (prevalentemente maschio) nello spazio pubblico. Invisibile il lavoro di cura è rimasto a lungo anche per il diritto, che ne ha fatto poi nel nostro dopoguerra un settore a parte, sottratto alle normali negoziazioni sindacali, fino ai giorni nostri in cui molti passi avanti sono stati compiuti sul piano giuridico, ma la fragilità dei diritti acquisiti si rivela in tutta la sua gravità di fronte all’ingresso massiccio di persone, per lo più donne, provenienti da altri paesi, che tende a riprodurre una gerarchia, in scala globale, tra cittadini/e e servi/e. Continua a leggere