Fase 2: qual è il piano per contenere l’epidemia?

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Foto di Anna Shvets da Pexels

di Cristina Biasini

L’11 marzo, primo giorno del lockdown dell’Italia, Caterina Botti ci invitava a leggere la distanza fisica imposta dall’emergenza sanitaria “non come una tutela di sé, ma come una tutela degli altri, o della stessa possibilità che ci siano ancora, domani, relazioni tra noi e gli altri, come il tentativo […] di limitare il passaggio di un virus che forse a me non fa male, ma può farlo a te o ad altri ancora”. È una lettura che scaturisce da decenni di pensiero femminista e che ha guidato i nostri comportamenti in queste lunghe, dolorose e difficili settimane di quarantena.

Lo ha ribadito Ida Dominijanni su Internazionale qualche giorno fa: “Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza”.

Lo stesso giorno, il 26 aprile, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha tenuto la conferenza stampa sulla presunta fase 2. Presunta perché, come è stato osservato da più parti, i cambiamenti annunciati dal 4 maggio in poi hanno poco o nulla a che vedere con ciò che, secondo quanto spiegato in precedenza dallo stesso Conte, avrebbe dovuto caratterizzare la fase 2: la convivenza con il virus, ossia la convivenza con un’epidemia non certo sconfitta, visti tempi lunghi per il vaccino e l’incertezza delle terapie a disposizione, ma sotto controllo.

Cosa significhi tenere sotto controllo l’epidemia di Covid-19 lo abbiamo imparato in queste settimane anche noi incompetenti – noi che sappiamo di non sapere, che riconosciamo l’autorevolezza della scienza, che ci affanniamo nella ricerca di fonti di informazioni affidabili. Continua a leggere

Tre settimane di lockdown

di Cecilia D’Elia

Tre settimane di lockdown, anche se abbiamo capito che c’è voluto più tempo per avere a casa la maggioranza delle italiane degli italiani. Secondo lo studio di StatGroup19 mercoledì 11 ne sono rimasti a casa il 33%, mercoledì 18 il 56%, mercoledì 25 il 65% (“Un mese di covid-19 adesso si vede la luce, Avvenire 29 marzo 2020). Oltre alla chiusura delle attività non essenziali probabilmente la crescita è dovuta all’aumentare dello smart working.

Non tutti però possono farlo. Molti devono uscire per lavorare, garantire servizi essenziali, curare la popolazione ammalata, studiare il virus, alla ricerca della cura e del vaccino. In questa terribile contabilità dei morti e dei malati bisognerebbe saper riconoscere quanti hanno incontrato il virus per motivi di lavoro.

Tre settimane hanno cambiato le nostre vite e l’immagine del mondo. Il distanziamento sociale ha svuotato gli spazi comuni, trasferendo sulla rete gli incontri, le riunioni, la scuola, il lavoro. Le foto – di una bellezza struggente – delle città deserte immortalano l’assenza. E il pianeta sembra respirare, mentre noi ci ammaliamo. “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”, le parole del papa rimarranno scolpite. Continua a leggere

La malattia, fuor di metafora

di Redazione Femministerie

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Susan Sontag

In questi giorni spaventosi, “notturni”, ci è venuto spontaneo e ci è sembrato utile riguardare a quel capolavoro del pensiero e della scrittura che è “Malattia come metafora” di Susan Sontag (1978). In particolare, crediamo sia interessante rileggere questo passaggio dell’introduzione che Sontag fa al suo saggio, proprio perché ci sembra che riguardi molte delle circostanze che stiamo vivendo, con particolare riferimento all’uso del linguaggio, agli stereotipi, alle figure e ai codici che giorno per giorno tanto l’informazione quanto altri tipi di comunicazione – da quella della politica ufficiale, a quella degli scambi privati – stanno mettendo in campo: Continua a leggere

Distanza, prossimità e socialità ai tempi del nuovo coronavirus

di Caterina Botti

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Photo by Andrea Piacquadio from Pexels

Dunque c’è questo evento nuovo per molti aspetti. Ne vorrei indagare uno.
Ci dicono di mantenere le distanze, di rinunciare alle relazioni, alla socialità, di stare a casa.
Vorrei provare a sostenere che, al contrario di quel che può sembrare a prima vista, mantenere le distanze può essere, o perfino è, un modo per accorciarle, per sentire vicino chi ci è lontano; che rinunciare alle relazioni in presenza, alla vicinanza fisica degli altri (per quanto si può), può essere un modo per sentirsi più in relazione con gli altri e non meno, per sentire la comunanza di una condizione, la sua dimensione per l’appunto comune o sociale, per non sentirsi sole e soli.
È una questione di sguardi, delle lenti con cui guardiamo il mondo e ciò che (ci) accade, delle parole con cui lo significhiamo.
E allora una circostanza straordinaria ci permette forse di recuperare quello sfondo così ordinario da risultare spesso invisibile, non visto, non detto, lo sfondo su cui si staglia la nostra singola esistenza, e cioè l’insieme delle relazioni che la rendono possibile. Diventa acutamente visibile, e dicibile, il fatto che dipendiamo gli/le uni/e dagli/lle altri/e, che nessuno vive o si salva da solo. Il che vuol dire anche – per girare in positivo ciò che di nuovo può essere letto a prima vista in modo negativo – che è in nostro potere, nel potere di ciascuno di noi, fare qualcosa per gli altri. Continua a leggere

8 marzo 2020

La Giornata internazionale delle donne cade quest’anno nel mezzo di una crisi sanitaria molto seria, che stravolge ogni nostro piano e ci costringe a restare separate le une dalle altre. Niente cortei, piazze, manifestazioni culturali dal vivo.

Non possiamo purtroppo ridurre le distanze tra i corpi, per rispetto delle indicazioni pubbliche per rallentare contagio ma soprattutto per l’attenzione e la cura che portiamo verso noi stesse e chi ci sta intorno. Vogliamo però provare almeno ad accorciare le distanze virtuali: anche in questo 8 marzo vogliamo esserci ed essere insieme, e possiamo farlo con le nostri volti e le nostre voci nella rete.

8 marzo prova 5

Il nostro 8 marzo non si ferma. Se volete, celebratelo con noi! Mandate anche voi una foto (in verticale) che vi ritragga con il vostro cartello. Postatela nei commenti, sulla nostra pagina Facebook, sul vostro profilo, e taggateci @Femministerie
#8MarzoNonSiFerma