Madri e no di Flavia Gasperetti

di Francesca Mancini e Maddalena Vianello

“La società ci dice che la vita di chi è genitore ha intrinsecamente più valore di quella di chi non lo è, e questo probabilmente aggrava lo sconforto di tutti. Crea uno stigma sociale che può portare chi non ha figli a sentirsi incompleto, mancante, e similmente pesa su chi invece si cimenta nell’impresa e non riesce ad assaporare la felicità promessa.” Flavia Gasperetti

Ti ricordi? Ti ho scritto dopo aver intravisto un tuo post sui social e ti ho chiesto: ma quel libro vale veramente la pena? Mi hai risposto un sì, molto deciso. Sei sempre molto decisa sui libri che leggi. E io, come spesso accade, ho seguito il tuo consiglio. E per fortuna perché “Madri e no” di Flavia Gasperetti è un libro potente, importante.

Ho trascorso la prima estate della vita di mio figlio – fra un salvagente e una paletta – a rosicchiare qua e là minuti per leggere, sottolineare, appuntare. Ho trovato buffa questa coincidenza. Un libro scritto da una donna che di figli biologici non ne desidera convintamente, consigliato da un’amica che di figli biologici non ne desidera altrettanto convintamente, letto e inseguito nella mia prima estate da madre. Eppure, è proprio questa la potenza di “Madri e no”. Abbattere muri immaginari. Quei muri alzati troppo spesso fra le donne e dalle donne che scelgono di essere madri (riuscendoci) e quelle che no. Muri fatti di accuse celate, di competizione, di rivendicazione, ma sottotraccia: la scelta più coraggiosa, più altruista, più pura politicamente, più libera dai dettami sociali. Meccanismi a me estranei, che generano, però, il sospetto del bisogno di rafforzare la propria posizione, puntellandola di dogmatismi per renderla patinata e rassicurante.

Flavia Gasperetti abbatte muri e genera uno spazio comune, ricomponendo quelle zone di grigio attraversate dal dubbio, dove ascoltare i propri desideri. Sfumature comuni se non a tutte, a molte in cui poter stare a contatto con la propria scelta – o con il compromesso del possibile – non sempre netta, non sempre limpida, ma proprio per questo autentica. Quello spazio che in troppe hanno bisogno di rimuovere perché scomodo e che rende vicine scelte molto diverse. Perché ciascuna nel processo è stata nei panni dell’altra, almeno per un istante. E perché forse possiamo riconoscere il valore delle scelte delle altre senza bisogno di giudicarle, etichettarle, riportarle a noi stesse per riconoscerne il valore. Non siamo fatte di bianchi e di neri assoluti.

Nella lettura ho sentito ricongiungersi parti di me. Quella di madre tardiva, combattuta, terribilmente curiosa, con alle spalle una gestazione complessa. Quella della ragazza che per molti, moltissimi anni di figli non ha voluto nemmeno sentir parlare: un compromesso troppo pesante da stringere con la libertà. Quella di figlia molto amata da una madre distante, difficile da toccare, scottata. Schegge che mi hanno composta e scomposta per tutta la vita, e che navigano in parte ancora a caccia di un posto, di pace. Schegge che rendono familiari e prossime le emozioni e le scelte più diverse delle altre donne, perché in ciascuna c’è un frammento che parla alla me di oggi, alla me di ieri.

L’imperativo intorno a noi è che possiamo immedesimarci in tutte, tranne che nelle madri. Possiamo sentire sulla pelle il lutto, l’amore, il sesso, la desolazione delle altre, ma i figli quelli chissà perché se non li hai…allora no, non puoi capire. Così contribuiamo a cementare la soglia: o sei di qua, o sei di là. E, invece, non solo si può capire, ma si può sentire restituendo complessità ai desideri e alla creazione di parentele, la “famiglia” che scegli e costruisci ogni giorno.

A tutto questo Flavia Gasperetti restituisce voce con coraggio e una libertà che fa impallidire.

Ripenso a quando sei comparsa tu sulla soglia della mia stanza di ospedale per conoscere Adriano appena nato, con le lacrime agli occhi e i pacchetti fra le mani. E io non ho mai pensato che non potessi capire, che non potessi essere parte. Non eravamo madri o no, ma madri e no.

***

Flavia Gasperetti

Ho cominciato presto. Non volevo bambolotti, bambole da cullare, non volevo giocare a mamma e figlia, mamma e figlio. Volevo uno spazio in cui essere quello che sentivo perché faticavo a eseguire quello che bisognava fare e essere: una brava figlia, una brava bambina, educata, posata, assennata. Gioca con le bambole. Figlia di una madre assennata, che si prendeva cura, che insegnava, che aiutava.

Sono nata da una generazione di donne dure, poco inclini alla comprensione, poco capaci di riconoscere ciò di cui non hanno fatto esperienza, convinte dei ruoli, nascoste dietro a forme che per anni sono servite a non far crollare definitivamente muri già rotti da crepe, buchi, screpolature. Sono nata da cucine in cui si piangeva la domenica mattina perché una donna provava a spiegare la parola amore a sua madre, ma quella non coglieva il suono, il significato. La porta chiusa, sentivo solo le lacrime. La donna che cercava di spiegare era mia madre: la sorte a volte è beffarda, anche io a parti inverse, per molti anni poi, la domenica mattina ho cercato di spiegarle quella parola. Poi me ne sono andata. Ci sono riuscita con il silenzio e l’assenza. Sono andata via quando ho capito che nella sua lingua suonava diversamente che nella mia. Ho capito da adulta che è nel silenzio che ci accordiamo.

Ho deciso di non essere madre a ventisei anni, l’ho deciso mentre qualcuno mi diceva che sbagliavo, ma io sapevo che stavo seguendo un desiderio fortissimo. Desideravo non essere madre. Mi sono sentita a lungo sbagliata per questo pensiero, questa sensazione. Così, per salvare quel desiderio, ho cominciato a cercare di capire che forma avesse, che suono, e dove stava il suo contrario: essere madri. Per non essere madre dovevo riconciliarmi con chi madre lo era, e ci sono riuscita quando le mie amiche hanno cominciato a esserlo.

Sentire. È questa la parola che più spesso uso quando parlo di maternità, di figli. Che cosa sento io in questo corpo che non desidera generare. Sentire qualcosa mentre intorno a te la maggior parte delle persone sente altro.

“La maternità e la genitorialità in generale sono esperienze interessate da una grande quantità di narrazioni unificanti, e per quanto non tutti necessariamente vi si debbano riconoscere, queste narrazioni creano un linguaggio condiviso, un modo per parlarsi. Chi è senza figli, invece, lo è per così dire a modo suo.”

Questa frase è nelle prime pagine del libro di Flavia Gasperetti, un saggio, racconto, lunga riflessione, inchiesta sulla scelta di non essere madri. Di questo libro colto, sapiente, ironico, cristallino come l’acqua di un torrente, ho amato l’onestà di ogni virgola, Flavia Gasperetti attinge dalle riflessioni di altre donne per generarne di nuove e potentissime. Esistono ragioni storiche, sociologiche, economiche per cui le donne spesso non fanno figli; esistono le storie personali. Che non sono solo le ragioni per cui facciamo o non facciamo una cosa, ma che sono alla base della formulazione di alcuni desideri. Non conformi, a volte, a quelli degli altri.

Mancata, incompleta, non lo sono mai stata veramente. A volte ho rischiato di sentirmici perché altri mi chiamavano incompleta. E il tuo bambolotto dov’è.

Non ho figli, non sono madre.

È questo che la lingua mi concede?

Non posso definirmi in una negazione.

Cosa rimane? Un gioco di parole.

Non sono una non madre. 

Sono Francesca.

A giugno è nato E.

Quando F. mi ha detto che sarebbe nato, oramai diversi mesi fa, ho sentito un colpo fortissimo all’altezza dei polmoni, la gola si è chiusa e ho pianto. Di profonda tristezza e immensa gioia per lui. Ho provato un piacere profondo e un senso istantaneo di fine. Quel pomeriggio di novembre del 2019 avevo finalmente liberato dai sensi di colpa la ragazza di ventisei anni e consegnato a un altro essere umano tutto l’amore che avevo conservato in quegli anni. 

È questo che sento, quello che si muove da me agli altri, senza tornare indietro e che dagli altri procede verso il futuro. Senza chiedere se può, se è concesso. Se è giusto o sbagliato.

Bisognerebbe parlare di amore, forse. È amore quello ho sentito quando ho varcato la soglia e ho conosciuto Adriano.

***

(Flavia Gasperetti, Madri e no: Ragioni e percorsi di non maternità, Marsilio, 2020, pp. 192, euro 17,00)

2 pensieri su “Madri e no di Flavia Gasperetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...