30 anni, femminista

 

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Credit foto: Kristoffer Trolle

di Silvia Grasso

Ho scoperto tardi il femminismo o, forse, l’ho sempre praticato senza saperlo. Capita se si nasce e cresce in una cultura patriarcale in cui qualsiasi regola ha il travestimento del giusto e del buono e, se non la si segue, si è cattive e sbagliate. Succede di più nei micro tessuti sociali in un cui non si parla di femminismo, non lo si conosce, non lo si spiega: lo si scambia per un movimento esoterico di nicchia, in cui le femministe sono donne ribelli che dovrebbero soltanto stare a casa a crescere i figli o a badare ai mariti come se fossero animali domestici da compagnia.

Io, che per quella società mi sono sempre sentita sbagliata e inadeguata, da bambina osservavo le donne attratta dai loro desideri, da quelli profondi a quelli più superficiali, e ogni volta che si assomigliavano tra loro oppure prevedevano un sacrificio, accomodamento o insoddisfazione, mi chiedevo come potesse essere possibile desiderare qualcosa che le avrebbero rese fittiziamente soddisfatte e infelici: forse non erano loro a creare quei bisogni o aspettative? E se non erano loro, allora, chi?

Un fenomeno interessante, poi, era il maschilismo delle donne, quello rivendicato e fieramente vantato, è un fenomeno particolare di difficile comprensione per chi non lo osserva e vive dall’interno: non si conosce il femminismo eppure si sente il bisogno di definirsi per contrapposizione donne maschiliste. Ricordo perfettamente che da ragazzina, quasi adolescente, spiavo i discorsi di amiche e conoscenti più grandi mentre affermavano, introiettate a dovere, di essere donne maschiliste con un ghigno di superiorità. Non sapevano cosa stessero dicendo ma sapevano che in quel modo compiacevano la figura maschile dominante di turno e pensavano di distinguersi quando, invece, si omologavano. Io le ascoltavo silenziosa mentre dentro esplodevo, come i vulcani della mia terra.

Del resto, era inevitabile: in un ambiente in cui le personalità che saranno sono accuratamente sussurrate, tra carezze e proibizionismi, non si può far altro che desiderare di essere una certa persona mentre si ignora completamente la possibilità di essere, semplicemente essere.

E così che nell’anno dei miei trent’anni, non solo ho maturato di essere sempre stata femminista ma scopro una cosa molto più importante: lo siamo, potenzialmente, tutte. È di quel potenziale che ci si deve pre-occupare.

Quel fuoco che provavo dentro era istinto ma era anche il peso delle ingiustizie e discriminazioni che, prima o poi, tutte subiscono e vivono anche se inconsciamente: io, le vidi prima dall’esterno, dopo le provai. In fondo i fuochi hanno bisogno di essere accesi e alimentati per continuare ad ardere. Basta una scintilla.

I miei primi trent’anni femministi sono stati dunque in parte profondamente istintivi e, successivamente, strutturati: è subentrato lo studio, l’attivismo, la letteratura, il rifugio. A ragione, la metafora del rifugio nella letteratura è quella più utilizzata: è un àncora, un conforto, una salvezza. Nell’anno dei miei trent’anni mi è stata fatta una domanda improvvisa e difficile (come solo le domande apparentemente semplici lo possono essere) da una giovane e vivace studentessa che manifestava la sensazione di essere in ritardo  nell’approccio di certi temi:

“Perché ti sei avvicinata al femminismo? E come? E perché non lo fanno studiare nelle università?”

“Con lo studio” risposi. “Riflettendo su me stessa e su quello che mi circonda: perché era inevitabile”.

Era inevitabile ma, da sole, tremendamente difficile e io questo non lo dissi anche se lei lo sapeva.

Quella risposta non era sufficiente, non lo era per me e non lo era per lei.  Però mi servì per capire che in questa società che vuole trentenni ancora giovani e inesperte, ingenue e precarie, troppo giovani per il mondo del lavoro stabile ma troppo vecchie per poter intraprendere certi percorsi, quello di ritagliarsi un ruolo sociale che sia a disposizione delle generazioni più giovani, straordinarie e sorprendenti, è una esigenza ma è anche una responsabilità sociale e un compito politico. È una scelta consapevole identitaria.

Non le dissi per esempio, che riflettere su se stesse e la propria vita, sentire le regole sociali imposte che si scontrano sui nostri corpi come se fossero campi di battaglia provocando effetti di vergogna, inadeguatezza e dolore, significa osservare quello che accade agli altri corpi, alle altre minoranze, alle differenze da proteggere e salvaguardare e che i nostri corpi sono appunto nostri: non oggetti altrui ma strumenti politici di cui dobbiamo rivendicare, arbitrariamente, diritti e volontà nell’autodeterminazione.

Non le dissi che avvicinarsi al femminismo, oggi più che mai, significa essere buone alleate delle minoranze tutte e per farlo è necessario far della propria esistenza un manifesto politico.

Non le dissi che per portare nei programmi di studio universitari gli studi femministi bisogna dotarsi di coraggio e parlarne costantemente laddove gli altri non lo fanno, è necessario il sacrificio dello studio indipendente, è necessaria la ribellione che guida le rivoluzioni storiche e culturali.

Non le ho detto la cosa più importante che questo tipo di rivoluzioni devono iniziare nei luoghi più ostili e difficili: nelle nostre case, nelle nostre famiglie, dentro noi stesse.

Il percorso è individuale ma collettivo e non si è mai in ritardo per iniziare a bruciare e alimentare la fiamma, anzi la consapevolezza si matura e afferma nel tempo.

A volte a 30 anni.

 

 

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