#ProssimaMente – Riscoprire il femminismo intersezionale

di Costanza Demaria

Per quelle di noi
Che sono state marchiate dalla paura
Come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
Imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
Perché con questa arma
Questa illusione di poter essere al sicuro
Quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per noi tutte
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo

Audre Lorde
Litania per la sopravvivenza

Il nostro mondo è un mondo che fa paura. Paura di essere aggredite, paura di perdere chi amiamo, paura di non trovare lavoro, di non riuscire a pagare l’affitto, paura del tempo che passa e delle cose nuove, paura delle cose che non comprendiamo, paura di non essere abbastanza, paura di ammalarci e soffrire. La paura ci divide e ci accomuna e mai come in questo periodo tutti hanno sviluppato una paura in comune: il contagio. Abbiamo paura che qualcuno che amiamo si ammali o di ammalarci noi, o ancora di poter trasmettere la malattia pur non manifestandone i sintomi.

Io la paura l’ho appresa fin dall’infanzia dalle donne della mia famiglia, in particolare da mia nonna e da sua figlia, mia madre. Era un continuo timore, legato alla mia cagionevole salute, alle possibili cadute, al giudizio degli altri. La lettura e il cinema diventarono presto i miei passatempi preferiti, che scandivano giornate altrimenti passate a studiare e ad altre attività da svolgersi in casa mia o delle mie amiche o in altri luoghi protetti e privi di rischi.

Da quando sono andata a vivere da sola, lasciando la mia città natale per studiare a Torino, il periodo della quarantena è stato il periodo più lungo che ho passato in casa dai tempi dell’adolescenza, e l’ho passato dedicandomi alle attività che avevano segnato la mia infanzia. Spezzando il ritmo scandito dalle attività universitarie, lavorative e di svago questo periodo a casa ha significato per me, come per tante altre persone, ritornare nel mondo dei ricordi e far visita più spesso a quella parte di me fatta di sogni, desideri e, anche, paure. In queste visite sono stata accompagnata dalle parole calde e rivoluzionarie di Audre Lorde, poetessa e scrittrice che avrebbe forse reso la mia adolescenza più leggera, se l’avessi già conosciuta, e che sta rendendo adesso più consapevole la mia giovinezza. Ho letto per la prima volta la frase della sua Litania per la sopravvivenza “non era previsto che (noi) sopravvivessimo” per caso su una shopper a un evento culturale e ci ho rivisto tutto quel groviglio di pensieri che ho come giovane donna, bianca, studentessa di antropologia, confusa riguardo alla propria sessualità, pensieri che riguardano non solo la mia di vita, ma quella di amiche e amici, portatrici e portatori di identità e storie che non sempre trovano spazio nella società contemporanea.

Nella mia famiglia di scelta, per usare un termine caro alle comunità queer, ci sono immigrati in equilibrio instabile tra due mondi, lavoratrici precarie, giovani donne in lotta con la società patriarcale, persone che mettono in discussione la propria spiritualità, giovani senza riferimenti certi, ma creativi, resilienti e forti. Molto spesso discutendo delle piccole fatiche quotidiane risuona nella mia mente quella frase: “non era previsto che sopravvivessimo”. Eppure, siamo qua. Più o meno pronti ad affrontare il mondo che verrà, sicuramente siamo determinate a farne parte. Mentre le mie paure continuano ad abitare il mio corpo e la mia mente, io desidero per loro di abitare un mondo inclusivo e femminista, un mondo che pratichi il femminismo intersezionale, una parola troppo potente per essere solo parola.

Kimberlé Crenshaw coniò questa espressione alla fine degli anni ’80 e da quel momento il femminismo intersezionale ha acquisito sempre maggiore importanza, uscendo dall’accademia e diventando una definizione imprescindibile per ogni femminismo contemporaneo. Se prossimamente ci saranno linee guida nuove e rinnovate a orientare il nostro pensiero e le nostre azioni, tra queste ci dovrà essere il femminismo intersezionale. Un femminismo che punti all’autodeterminazione dei corpi e degli spiriti, che parta dalle idee e dalle voci dei migranti, delle persone trans, dalle esperienze delle e dei sex workers, che dia spazio alle proposte delle persone con disabilità, un femminismo reso forte dalle parole e dalle lotte delle donne e degli uomini senza casa, un femminismo che risplenda grazie agli insegnamenti delle culture queer, un femminismo che ascolta chi lavora in condizioni di sfruttamento e instabilità. Un femminisimo che non lascia indietro nessuna e nessuno.

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersecarsi di esperienze e forme di oppressione molteplici che dipendono dalla classe socio-economica, dall’appartenenza etnica, dall’orientamento sessuale, dal genere, dall’appartenenza religiosa, dalla presenza o assenza di forme di disabilità, dall’età. A volte questa complessità può fare paura, possiamo sentirci più attratti e rassicurate dalle cose semplici, immediatamente comprensibili, dalle cose che possiamo controllare da soli. Il femminismo intersezionale ci obbliga a riconoscere e mettere in discussione gli eventuali privilegi di cui siamo portatrici e portatori, ci sprona a denunciare le diseguaglianze e le ingiustizie di cui siamo testimoni. Ma se c’è una cosa che il femminismo intersezionale insegna a non temere è proprio il riconoscere le complessità e le pluralità di cui è fatto il mondo in cui viviamo, perché le possiamo capire e affrontare insieme.

Quando siamo sole abbiamo paura
Che l’amore non tornerà
E quando parliamo abbiamo paura
Che le nostre parole non verranno udite
O ben accolte
Ma quando stiamo zitte
Anche allora abbiamo paura

 

 

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