#ProssimaMente – Quale futuro?

Lx Factory

di Anna Argirò

Siamo noi giovani ad avere un’idea del mondo di oggi, senza essere legati a blocchi superati. Non siamo smarriti o sognatori, siamo determinati e fiduciosi. Ci diamo da soli quell’incoraggiamento che gli adulti, spesso bloccati da una sorta di ‘ignoranza empirica’, non ci trasmettono. Noi ragazzi e ragazze dobbiamo cercare di pensare in grande, di tendere a qualcosa che superi la semplice aspirazione ad una vita tranquilla. Tutto ciò comporta il rischio di illudersi, ma almeno permette di provare a uscire dalla massa grigia che ci circonda”.  Rileggo queste parole che ho scritto quando avevo diciotto anni per un concorso su “La generazione degli anni zero”. Il mio testo iniziava con un riferimento all’11 settembre, data che aveva tragicamente aperto il nostro millennio. Pur non avendo un ricordo nitido degli eventi di quella giornata e di quelli successivi, mi era rimasta dentro una sensazione: come se tutto il mondo fosse unito, solidale e soprattutto consapevole del fatto che dopo quell’11 settembre niente sarebbe stato più come prima. 

Chissà se questa pandemia segnerà un nuovo spartiacque – in maniera più positiva, si spera. Per adesso, osservo i miei venticinque anni e mi accorgo che la mia visione è in parte cambiata. Allora ero forse più fiduciosa nel futuro. Quando ci si inizia a confrontare con il mondo dello studio, per chi sceglie di proseguire, e soprattutto del lavoro, questa fiducia viene un po’ a mancare.  Da un lato, più o meno necessariamente, si allarga l’orizzonte spaziale: molti giovani iniziano a prendere in considerazione l’idea di portare avanti gli studi o di cercare opportunità di lavoro all’estero, almeno per un periodo; dall’altro, si restringe notevolmente l’orizzonte temporale, ovvero la possibilità di prevedere e di programmare un futuro a lungo termine.  

Aspireremmo magari a costruire qualcosa nel tempo e a seguire le nostre inclinazioni. Tuttavia, dobbiamo confrontarci con il mondo di oggi. Il lavoro, se c’è, dura pochi mesi, costringe a trasferirsi da una città all’altra e per lo più non rispecchia le nostre aspettative e i nostri desideri. Questo inizialmente viene volentieri accettato, tutto ci appare come un’opportunità di crescita. Nessuno ha fatto fin da subito il lavoro o l’attività prescelta, ma forse nei piccoli passi iniziali c’era la possibilità di portare avanti un progetto, di cominciare a tracciare la propria strada. Adesso si coglie l’opportunità, purché sia qualcosa. Pochi hanno la possibilità di scegliere, di discriminare fra attività più o meno gratificanti, e quando lo fanno spesso si sentono in colpa rispetto agli altri coetanei. Siamo stati definiti “choosy”, schizzinosi (Elsa Fornero, Ministra del Lavoro, 2012), come se la facoltà di scegliere il nostro futuro fosse un lusso. 

È un male rivendicare questa possibilità di scegliere? Forse è proprio così, o almeno è così che il mondo di oggi ci fa sentire. Siamo preparati, ma sappiamo che questa preparazione non fa più la differenza. Il merito non basta se mancano le opportunità e soprattutto i mezzi. E così, chi può, decide di partire. Chi non può, nella migliore delle ipotesi, giunge a un compromesso. Questa precarietà scombussola tutti gli altri aspetti della vita: le relazioni, la possibilità magari di progettare una famiglia, anche solo di pensare di vivere nella stessa città in cui abita il proprio partner o i propri amici. Anche le relazioni sono a breve scadenza.

La pandemia ha amplificato queste difficoltà che già c’erano. Quel futuro così nebuloso sembra adesso ancora più lontano e irraggiungibile. I progetti che a fatica erano stati avviati, sono messi a dura prova, se non del tutto bloccati. Il limbo sembra protrarsi in maniera indefinita. Il virus ha brutalmente evidenziato il fatto che chi non si trova al centro (della società, dello stato, delle preoccupazioni della politica), può in ogni momento cadere, ed è in qualche modo sacrificabile. Quella che si è aperta è una sorta di crisi nella crisi, o, meglio, la crisi è diventata ormai la nostra atmosfera abituale. Il resto si vedrà dopo, quando il pericolo sarà passato. Ma quando sarà passato? Questa continua urgenza/emergenza impedisce di elaborare un pensiero, una prospettiva che vada al di là della costante minaccia.  

Come ripensare nuovi stili vita e nuove modalità di relazione e lavorative che non lascino nessuno indietro? Sotto questo aspetto, credo che, se ascoltate, le generazioni più giovani potrebbero dare un grande contributo, non solo grazie all’abilità nell’uso della tecnologia, indispensabile nel cosiddetto “smart-work”, ma soprattutto per la versatilità, la capacità di adattarsi e ricominciare che già prima richiedeva la nostra epoca. Abbiamo imparato che bisogna cercare in qualche modo di vivere il proprio tempo, mettendo in campo un’altra idea del mondo (più ristretto, collegato, solidale) e dell’esistenza (scandita da progetti a breve termine e più “fluida”, come direbbe Bauman). Un modo di vedere la realtà che va di pari passo con i cambiamenti economici e geopolitici degli ultimi anni, che è impossibile ignorare. È infatti necessario comprendere il presente per poter agire in maniera significativa.

Dovremmo così provare a riunire i punti, le visioni frammentate, gli sguardi parziali e i progetti spezzati in modo da comporre un disegno alternativo alla catastrofe. Non possiamo semplicemente aspettare che il peggio passi, soprattutto se il peggio è diventato la normalità. Dovremmo iniziare a sentirci parte integrante e attiva di una prospettiva comune, di un cammino del quale vogliamo condividere la costruzione. Abbiamo bisogno di visioni inedite, capaci di decentrare l’ordine, di sovvertirlo, di proporre uno “sguardo altro”. La retorica immunitaria sembra suggerire la necessità di interrompere tutti i legami e di guardare intanto alle proprie urgenze. Invece, sono proprio le relazioni e le alleanze che possono aiutarci a individuare un oltre, un futuro, che “non è semplicemente ciò che ci accadrà domani o dopodomani, ma ciò che ci distacca dal presente ponendoci, contemporaneamente in un pensiero, in una proiezione” (Benasayag e Schimt, L’epoca delle passioni tristi, 2005). È necessario stare nella contingenza con la mente libera dalla contingenza per continuare a sperare. 

Il pensiero proietta in avanti, l’agire trattiene, e nel presente che viviamo si giocano il nostro passato e il nostro futuro. Non lasciamo di nuovo correre, mettendo toppe nei buchi prodotti da questa ennesima crisi, ma cogliamo l’occasione per tessere, insieme, un domani migliore. 

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